Le mie Sirene
Questa è una recensione basata sugli !!!SPOILER!!! e del tutto non professionale del romanzo “Sirene” di Laura Pugno. Parlerò di ciò che…
Le mie Sirene
Questa è una recensione basata sugli !!!SPOILER!!! e del tutto non professionale del romanzo “Sirene” di Laura Pugno.
Parlerò di ciò che ha detto a me, che probabilmente sarà diverso da ciò che voleva dire l’autrice.
Non sono solita leggere romanzi fantasy o distopici, sono una basic Toro abitudinaria e romantica a cui piacciono le saghe familiari e le raccolte di racconti slave. Quando ho ascoltato l’episodio di febbraio del podcast *Questioni letterarie*, però, l’opera di Pugno mi ha incuriosita come non succedeva da tempo — sarà che Aurora ha una capacità straordinaria di analizzare e raccontare i libri, specialmente se la sua vocina soave ti parla nelle cuffiette a colazione –, così ho deciso di tuffarmici.
La storia si svolge in una Nuova Baja California governata dalla yakuza, la mafia giapponese; il sole è diventato mortale per l’umanità perché causa il cancro nero e la rete criminale detiene il monopolio del commercio di carne di mare, carne di sirena. Se l’esistenza e la mercificazione delle sirene mi è parsa subito credibile, ammetto che l’ambientazione straniera mi ha lasciata un po’ perplessa: quanto sarebbe stato potente un Sirene ambientato, che ne so, a Ostia? Tanto, ne resto convinta. La cara Aurora di cui sopra, però, mi ha fatto notare che la presenza della yakuza permette a Pugno di introdurre il tema della feticizzazione delle donne orientali, soprattutto attraverso il personaggio di Sadako, che viene presentata come una Lolita.
Sadako è la fidanzata di Samuel, il protagonista, morta di cancro nero. In realtà Sadako è la schiava sessuale (iniziata a questa vita da bambina) che la yakuza gli ha regalato, ma noi ci addentriamo nella vicenda attraverso il punto di vista del ragazzo, che si presenta come innamoratissimo e devastato dal lutto. Questo mi dà lo spunto per parlare del primo grande messaggio del mio Sirene: l’importanza della narrazione. Sebbene il personaggio principale sia Samuel, sebbene lui ci parli di Sadako come del suo grande amore, Pugno è molto brava nel farci capire che la visione delle cose del ragazzo è totalmente corrotta e che la loro relazione non era un rapporto paritario. Sappiamo che Sadako rimane con lui perché non sa dove andare, che è vegana e adora le sirene mentre lui le macella a mani nude. Non ha nessun motivo per essere innamorata di Samuel, ma non ha altra scelta. Questa nostra consapevolezza stride totalmente con le convinzioni di Samuel e non può che farci risuonare in testa un pensiero: cosa direbbe Sadako se fosse lei ad avere la parola? Esagero: cosa direbbero le persone discriminate se potessero parlare per sé? Cosa farebbero le donne intrappolate in una relazione abusante se avessero i mezzi per andarsene, mezzi che non aveva Sadako?
La figura di Sadako si confonde spesso con quella delle sirene, sia nelle fantasie di Samuel che nelle tematiche indirette del romanzo. In particolare, Sadako e le sirene sono il pretesto per parlare di infantilizzazione e sessualizzazione della donna, due cose strettamente collegate. Il primo fattore infantile è sicuramente la comunicazione: non sentiamo la voce di Sadako perché è morta né quella delle sirene perché non sono in grado di parlare, ogni loro messaggio è mediato dall’interpretazione maschile. Il secondo fattore è di natura comportamentale: Sadako viene imboccata e vestita da Samuel, cura il terrazzo in pieno sole come se non sapesse del cancro nero e indossa un costume da sirena come una cinquenne a Carnevale, mentre le sirene obbediscono docilmente agli allevatori. Il terzo fattore è strettamente fisico: entrambe le figure hanno dei lineamenti da bambina e la vulva priva di peli. Potrebbero essere tre semplici elementi di caratterizzazione dei personaggi, se non fosse che ogni donna può testimoniare di averli riscontrati anche nella propria vita: quante volte gli uomini hanno parlato per noi o hanno deriso quello che dicevamo, depotenziandolo e delegittimandolo attraverso una loro interpretazione? Quante volte gli uomini hanno elogiato e mistificato “quell’aria da bambina” (tana per Baglioni), quella stupidità fanciullesca che piace tanto perché innocua? Quante volte un’estetista ci ha chiesto inguine totale?, ricordandoci che i peli pubici non piacciono ai frequentatori delle nostre mutande? (Sì, l’avrete notato, la mia interpretazione di Sirene è vergognosamente binaria.)
All’inizio ho detto che l’esistenza delle sirene mi è parsa da subito plausibile, e questo è anche merito della bellissima descrizione fisica che ne fa Pugno. Le sirene sono creature anfibie con tratti sia fanciulleschi (il viso) che maturi (il seno prosperoso), sia antropomorfi (la parte superiore del corpo) che animaleschi (la coda da pesce, i denti aguzzi). Gli uomini le desiderano, le stuprano nei bordelli illegali di sirene perché godono nell’esercitare il loro potere su creature che potrebbero ucciderli con un colpo di coda, se non fossero sedate. Gli uomini le violentano perché sono eccitati dallo stato di debolezza e sottomissione a cui le hanno ridotte, non per la loro bellezza o desiderabilità. Una perfetta rappresentazione della cultura dello stupro, no? Anche noi donne veniamo violentate da uomini che vogliono affermare il loro potere sulla nostra libertà, non di certo perché siamo sexy.
Le sirene sottomesse, imprigionate e sessualmente mercificate sono senza dubbio simbolo della condizione femminile nella nostra società patriarcale. È interessante che il loro muso venga costantemente paragonato a quello delle vacche (e non delle mucche) per creare una connessione tra la tematica della sessualità femminile (quella tipa è proprio una vacca) e lo specismo. La carne di mare è allevata in cattività perché gli uomini ne vanno pazzi, nonostante sia illegale. Se l lettor empatizza con queste creature intrappolate e violate in tutti i modi per uno sfizio alimentare, è naturale che rifletta sullo sfruttamento reale degli animali che siamo abituat* ad allevare. Perché una sirena costretta alla monta, privata del latte e macellata per farne sushi ci crea più sofferenza di una mucca o di un maiale? Pugno non si limita alla riflessione sull’industria alimentare, ma alza l’asticella: le sirene sono legate al guinzaglio, il loro corpo è ispezionato dagli scienziati per riprodurre la sostanza viscida che le ricopre e che proteggerebbe dal cancro nero, sono paragonate a cani. L’antispecismo, ossia la critica alla presunta superiorità umana sulle altre specie animali e a ciò che ne deriva, è lampante.
In Sirene niente è lasciato al caso o, almeno, tutto è interpretabile. Persino una comparsa può costituire uno spunto di analisi critica del mondo reale, come fa il personaggio di Ivy. Ivy è l’ex ragazza del capo del Mermaid Liberation Front, l’organizzazione che combatte per la liberazione delle sirene in cui Samuel si infiltra anni prima della vicenda per conto della yakuza. Nel tentativo di ottenere informazioni utili, Samuel la seduce, ma la ragazza non parla. È in quel momento che Samuel intuisce che la passione di Ivy per le sirene non è sensibilità, ma ossessione: la porta in un bordello, la costringe a mangiare sushi di carne di mare e la filma mentre lei, in una specie di estasi mortale, stupra una sirena. Ivy, un personaggio secondario e borderline, può essere vista come metafora dell’attivismo performativo: la sua azione all’interno del Mermaid Liberation Front era solo la maschera sotto la quale nascondeva un’attrazione malata e malevola per le sirene. Quant sedicenti attivist, oggi, si nutrono (metaforicamente) delle cause per le quali dovrebbero combattere? Per onestà intellettuale devo ammettere che questa riflessione è sensata nel 2021, l’era dell’attivismo social pinkwashato, ma non so come fosse la situazione nel 2007, all’epoca della prima edizione del libro (anche perché avevo 10 anni e sinceramente guardavo le Winx).
È abbastanza normale che un romanzo così denso si affidi a un finale risolutorio e distensivo, ma non è questo il caso. Samuel e Mia, la sirena mezzoumana che lui ha generato stuprando una sirena dell’allevamento in cui lavora, sono stati catturati dalla yakuza, che vuole scoprire se la mezzoumana ha la capacità di parlare, caratteristica che permetterebbe alla mafia di sviluppare una specie di sirene ancora più redditizia. Nonostante stia per morire di cancro nero, però, Samuel riesce a liberare Mia in mare aperto. Bello, bravo Samuel salvatore delle sirene. Eh no: Mia è incinta perché Samuel ha stuprato anche lei (che è sua figlia, già) e, quindi, dà vita a un nuovo branco di sirene finalmente libere. La cosa fortissima del finale non è che le sirene siano tornate a popolare il mare, ma che Mia non abbia conservato nessun ricordo di Samuel. Lui l’ha generata con la violenza, manipolata, tatuata con gli stessi simboli che aveva Sadako, stuprata. Dovrebbe aver impresso un trauma eterno nella sua mente. Invece, quando torna nel suo habitat, lei non se ne ricorda neppure, lui non ha più nessun significato. Mia è una survivor che riesce a riappropriarsi della sua vita e della sua storia quando si allontana dall’ambiente violento in cui il suo trauma affonda le radici. Se fossimo pront* a fornire loro un ambiente sicuro, non colpevolizzante e non vittimizzante, anche le vere survivor potrebbero lasciarsi alle spalle i loro abuser? Sì, e già alcune ci riescono.
Se quello personale di Mia è un lieto fine, Pugno non si dimentica di ricordarci che il sistema-mondo continua a essere governato dalla violenza e dalla logica del profitto. Gli allevamenti di sirene, infatti, sono ancora pieni di esemplari che continueranno a essere macellati. La yazuka, inoltre, ha messo gli occhi sulle potenzialità del territorio africano e ha deciso di trasferire lì i propri affari. Quante volte pensiamo che la nostra condizione personale sia l’unica cosa che conta e tralasciamo la cornice, le altre realtà, le altre storie? Quante volte pensiamo che le cose lontane non ci riguardino?
Sirene è un romanzo fantasy distopico di 130 pagine, una lettura che si consuma in un giorno. I livelli interpretativi che offre, però, sono infiniti, componibili e modificabili dalla sensibilità e dallo spaziotempo dell lettor, e questo lo rende un concentrato di potenza e di possibilità. Basta che non facciate scrivere la serie ad Antonio Dikele Distefano.
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- 2026-07-28 07:50:17