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Dio ha perso la D

C’è un’erosione silenziosa che non fa rumore, non convoca piazze, non brucia chiese. Procede per sottrazione grafica: Dio perde la D e…

Antonio Gallo · 2026-06-08 04:27 · 0 claps · 1.9 min read
#dios #io #selfie #fede
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Dio ha perso la D

C’è un’erosione silenziosa che non fa rumore, non convoca piazze, non brucia chiese. Procede per sottrazione grafica: Dio perde la D e diventa Io. Un solo carattere tipografico, come quelli con i quali imparai a leggere e scrivere, e l’orizzonte si chiude.

Non è ateismo. L’ateismo ha ancora la dignità della negazione, richiede un interlocutore, presuppone che qualcosa valga la pena di essere combattuto. Questo è altro: è evaporazione.

Dio non viene rifiutato; semplicemente cessa di comparire nel campo visivo, come un pianeta che esce dall’orbita senza che nessuno l’abbia espulso.

Nessun atto di volontà, nessuna rottura. Solo un progressivo restringimento dell’orizzonte, finché ciò che stava oltre il bordo smette di essere pensabile. Resterebbe almeno l’Io.

Ma anche l’Io ha subìto la sua amputazione. Non è il soggetto pensante di Cartesio, quel cogito che aveva almeno la dignità dell’intelletto, che si guadagnava l’esistenza attraverso il dubbio.

Non è nemmeno il soggetto desiderante di Freud, con i suoi abissi, le sue stratificazioni, la sua irriducibile opacità. L’Io contemporaneo si è contratto fino alla superficie: è il corpo.

Il visibile. Il misurabile. Il fotografabile. Il selfie. La scala è discendente, e ogni gradino è stato festeggiato come un’acquisizione: Dio → Io → Corpo.

Una via crucis al rovescio, in cui ogni stazione non è caduta ma è celebrata come emancipazione. Liberazione da cosa? Dalla trascendenza, prima. Dalla profondità psichica, poi. Dalla fatica del pensiero, infine.

Eppure il sacro non scompare, si trasferisce. Il corpo è diventato l’altare dei nostri giorni, e vi si officiаno riti precisi: la palestra come tempio, la dieta come ascesi, il selfie come ostensione eucaristica di sé.

La liturgia è rimasta; è cambiato soltanto il dio. Un dio minuscolo, deperibile, fotografabile in controluce. C’è qualcosa di malinconico in questo restringimento, non di moralistico, a mio parere.

Non si tratta di rimpiangere un’epoca di fede che probabilmente non è mai esistita nella forma in cui la si rimpiange. Si tratta di osservare che l’Io, privato di psiche e intelletto oltre che di trascendenza, è diventato piccolo.

Piccolo in modo proporzionale a ciò che ha perduto: non cresce per aver eliminato Dio; si restringe, perché ha eliminato tutto ciò che lo eccedeva. Pascal scommetteva su Dio perché era la posta più alta.

Noi abbiamo smesso di scommettere, non per coraggio intellettuale, ma per mancanza di immaginazione. Non riusciamo più a concepire nulla che valga una posta alta. Il corpo invecchia, la foto sbiadisce, il profilo viene disattivato.

Scribo ergo sum. Almeno la scrittura presuppone un pensiero. Presuppone che l’Io non sia solo superficie, ma anche profondità; non solo immagine, ma anche voce; non solo corpo che si mostra, ma soggetto che cerca.

Forse è già una forma di resistenza. La mia. Nulla dies sine linea.


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