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La “criminalità organizzata”, Leone XIV, Machiavelli e Agostino

Ecco un’immagine che rappresenta il concetto di criminalità organizzata attraverso una scena evocativa: una riunione clandestina in un ambiente nascosto, con elementi simbolici come lo scambio di denaro, pacchi sospetti e un diagramma che suggerisce una struttura gerarchica. (Gemini AI)

Antonio Gallo · 2026-06-05 13:27 · 0 claps · 6.1 min read
#consiglio-comunale #sarno #criminalità-organizzata #leone-xiv #machiavelli
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La “criminalità organizzata”, Leone XIV, Machiavelli e Agostino

Ecco un’immagine che rappresenta il concetto di criminalità organizzata attraverso una scena evocativa: una riunione clandestina in un ambiente nascosto, con elementi simbolici come lo scambio di denaro, pacchi sospetti e un diagramma che suggerisce una struttura gerarchica. (Gemini AI)

Ecco un’immagine che rappresenta il concetto di criminalità organizzata attraverso una scena evocativa: una riunione clandestina in un ambiente nascosto, con elementi simbolici come lo scambio di denaro, pacchi sospetti e un diagramma che suggerisce una struttura gerarchica. (Gemini AI)

La “criminalità organizzata”: anatomia di un concetto, un’idea. La locuzione stessa è rivelatrice: non si tratta di un crimine, ma di un sistema, una forma di potere parallelo che replica, in negativo, le strutture dello Stato. Un ossimoro fondante che scioglie amministrazioni comunali, destabilizza comunità, distrugge la dignità anche a SARNO, nell’antica Valle dei Sarrasti.

C’è qualcosa di paradossale nel nome: “organizzata” evoca ordine, gerarchia, metodo, virtù che normalmente associamo alle istituzioni legittime. La “criminalità organizzata” non è il caos, è il contrario: è disciplina al servizio dell’illecito. Questo la distingue radicalmente dalla delinquenza comune, che è episodica, atomistica, improvvisata.

Le caratteristiche strutturali. Gli studiosi, da Pino Arlacchi a Federico Varese, concordano su alcuni tratti costitutivi. C’è continuità nel tempo. L’organizzazione sopravvive ai suoi membri. La mafia non muore con il capo; si rigenera. È una istituzione, non una banda.

Gerarchia e codice interno. Esistono regole, riti di affiliazione, sanzioni interne, una cultura condivisa. L’omertà non è semplice silenzio: è un sistema normativo alternativo. Uso sistematico della violenza, ma soprattutto della sua minaccia. La violenza reale è il fallimento; la violenza potenziale è il vero strumento di controllo.

Controllo del territorio. È il tratto che avvicina maggiormente la criminalità organizzata allo Stato. Essa esercita una sovranità di fatto su spazi fisici e mercati economici. La corruzione come metodo. Non si contrappone allo Stato: lo penetra, lo svuota dall’interno, trasforma funzionari, giudici, politici in complici. Tre modelli storici italiani. L’Italia offre, purtroppo, una casistica esemplare:

Cosa Nostra (Sicilia): la più studiata, con struttura piramidale, “famiglie”, cupola. Ha avuto una vocazione statalista, vuole controllare lo Stato, non distruggerlo.

Camorra (Campania): più frammentata, policentrica, spesso caotica nei suoi conflitti interni, ma non meno pervasiva economicamente.

‘Ndrangheta (Calabria): oggi considerata la più potente d’Europa per capacità di infiltrazione nei mercati finanziari internazionali e nel narcotraffico globale. La sua forza è il sangue: le ‘ndrine sono strutture familiari, difficilissime da penetrare dall’esterno.

Il problema teorico è profondo. Hannah Arendt parlava di banalità del male riferendosi alla sua burocratizzazione. La criminalità organizzata pone una questione analoga: quando il crimine si istituzionalizza, quando genera lavoro, consenso, protezione per i deboli che lo Stato ha abbandonato, come si traccia il confine tra potere illegittimo e potere semplicemente altro?

Gramsci direbbe che essa esercita una forma di egemonia: non solo coercizione, ma consenso attivo di parti della popolazione. Giovanni Falcone, che la conosceva dall’interno come nessun altro, sosteneva che la mafia nasce dove lo Stato è assente o percepito come nemico. È, in questo senso, un sintomo prima ancora che una causa.

Sul piano giuridico, in Italia, l’articolo 416-bis del Codice penale, introdotto nel 1982 dopo l’assassinio del generale Dalla Chiesa, definisce l’associazione di tipo mafioso e punisce chiunque ne faccia parte, indipendentemente dal reato commesso. È una norma che incrimina l’appartenenza a una struttura, non solo i singoli atti: un’innovazione giuridica di notevole peso concettuale.

Mi sono posto una domanda: Cosa ne direbbe oggi Niccolo’ Machiavelli e il suo “principe”? Machiavelli davanti alla criminalità direbbe di certo che è una domanda che merita di essere presa sul serio, non come esercizio di fantasia storiografica, ma come strumento euristico.

Machiavelli è uno di quegli autori sui quali ho costruito il mio limitato sapere politico. Le idee del Fiorentino non invecchiano perché descrivono strutture del potere che permangono sotto i mutamenti di superficie. Il suo primo riconoscimento sarebbe subito quello di uno Stato nello Stato.

Ne “Il Principe” e nei “Discorsi” distingue con precisione tra potere che si fonda e potere che si mantiene. La criminalità organizzata ha risolto entrambi i problemi: si è fondata attraverso la violenza e la necessità storica, e si mantiene attraverso la combinazione di forza, consenso e corruzione.

Direbbe, con quella sua lucidità spietata, che essa ha realizzato qualcosa di straordinario: ha acquisito la virtù senza la legittimità, e ha dimostrato che la seconda, a lungo andare, è quasi superflua se la prima è abbastanza solida. Per Machiavelli, i principati si conquistano con la virtù propria o con la fortuna altrui. Quelli fondati sulla virtù durano, quelli fondati sulla fortuna cadono al cambiar del vento.

La ‘ndrangheta, Cosa Nostra, la Camorra hanno mostrato una virtù nel senso machiavelliano pieno: capacità di adattamento, durezza, intelligenza organizzativa. Hanno attraversato il fascismo, la Repubblica, Tangentopoli, il maxiprocesso. Hanno mutato forma senza perdere sostanza. Machiavelli ne sarebbe, certamente non moralmente, ma analiticamente, ammirato e inquieto insieme.

La corruzione sarebbe un buon capitolo del Principe. C’è un passaggio cruciale nel Principe, il capitolo XVII, sull’essere amato o temuto, dove Machiavelli scrive che è molto più sicuro essere temuti che amati. La criminalità organizzata ha applicato questa massima con coerenza assoluta. Ma c’è di più. Machiavelli dedica attenzione alla corruzione dei costumi come malattia mortale delle repubbliche, nei Discorsi.

Qui il suo giudizio si farebbe severo: vedrebbe nella penetrazione mafiosa dello Stato non una forma di virtù, ma il sintomo di una repubblica già corrotta nel midollo, dove i cittadini hanno smesso di credere nella legge comune e cercano protezione nei poteri privati. Scriverebbe, forse, che una repubblica che tollera uno Stato nello Stato ha già cessato di essere una repubblica.

Il principe e il capomafia: analogia e differenza. Machiavelli farebbe probabilmente un confronto impietoso tra il principe nuovo, che deve fondare ordine dal nulla, usando la forza quando necessario, e il boss mafioso. Le analogie sarebbero imbarazzanti:

entrambi usano la violenza come strumento, non come fine entrambi cercano il consenso della comunità che governano entrambi sanno che la crudeltà, usata bene (tutta in una volta, poi dimenticata), consolida il potere.

La differenza fondamentale, però, è che il principe machiavelliano aspira a costruire qualcosa di pubblico, uno Stato, un ordine, una gloria duratura. Il capomafia costruisce qualcosa di privatissimo: un patrimonio, una dinastia, un potere che non può mai mostrarsi alla luce. Machiavelli direbbe che la mafia è un principe senza gloria, e per lui, la gloria era il fine ultimo del potere.

Il giudizio finale: parassita o rivale? Ecco il punto più tagliente. Machiavelli aveva un concetto preciso di Stato come bene comune, anche se raggiunto con mezzi spregiudicati. La criminalità organizzata non vuole sostituire lo Stato, vuole svuotarlo restando nell’ombra, succhiarne le risorse, usarne le forme senza assumerne le responsabilità.

Questo, per Machiavelli, sarebbe la forma più vile di potere: non il leone né la volpe, le due nature del principe, ma il verme, che rode dall’interno senza mai affrontare la luce. Scriverebbe, con quella sua sintesi lapidaria, qualcosa come: Chi vuole regnare nell’ombra ha già rinunciato a regnare davvero.

C’è un filo sottile che lega questa riflessione al mio interesse per la “Magnifica Humanitas” e per il rapporto tra potere, legittimità e bene comune. Il papa Leone XIV e Machiavelli partono da presupposti opposti, uno dalla grazia, l’altro dalla necessità, ma convergono nell’idea che il potere senza responsabilità pubblica è corruzione nella forma più profonda. Cosa succede se tirare o non tirare quel filo?

Se lo tiriamo, andiamo in un territorio che conosciamo bene: il punto di tensione tra realismo politico e fondamento etico, tra il necessario di Machiavelli e il dovuto della dottrina sociale della Chiesa. Un dialogo tra due visioni del mondo che non si conciliano ma si interrogano a vicenda in modo fecondo.

Materia da saggio, forse. Se non lo tiriamo, restiamo dove siamo, e non è un posto qualunque. La domanda su Machiavelli e la criminalità organizzata ha già una sua compiutezza. La scelta, come sempre, è solo umana, nostra, di ognuno di noi.

Arrivati a questo punto, la domanda è: si può separare il bene dal male con un taglio netto di coltello? No. E Machiavelli lo sapeva meglio di chiunque altro. Il coltello netto è un’illusione morale prima ancora che politica. La realtà storica, come sappiamo bene, è sempre grano misto a zizzania, per usare la parabola evangelica che Agostino riprendeva ossessivamente: il campo non si monda prima della mietitura, perché le radici sono intrecciate.

Machiavelli non separa il bene dal male: li osserva convivere nell’azione umana e ne descrive le leggi. Il principe virtuoso non è il principe buono, è quello che sa quando essere leone e quando volpe, quando usare la crudeltà e quando la clemenza. La purezza è per i conventi, non per il governo degli uomini.

Ma il punto più profondo è ancora un altro. Il male di cui ci stiamo occupando, la criminalità organizzata, il potere corrotto, non sta fuori dalla società come un corpo estraneo che si può escidere. Sta dentro: nelle relazioni economiche, nelle famiglie, nelle istituzioni, nella storia di intere regioni. Chi ha provato il taglio netto, lo Stato con i suoi strumenti repressivi, ha scoperto che recisa una testa ne crescono due.

Falcone lo sapeva. Per questo insisteva sulla comprensione prima della repressione: bisogna conoscere la bestia dall’interno, non colpirla alla cieca. Allora la domanda vera è un’altra: se il taglio netto è impossibile, esiste almeno una distinzione chiara, concettuale, morale, teologica, anche quando la realtà la confonde?

E qui Machiavelli e Leone XIV divergono radicalmente. Per Machiavelli la distinzione è strumentale: bene e male sono categorie relative all’efficacia del potere. Per la Magnifica Humanitas, e per Agostino prima, la distinzione esiste, è reale, è ontologica: anche se nel tempo storico bene e male si mescolano, non sono la stessa cosa. Il coltello netto non esiste nella storia. Ma esiste nel giudizio.

N.B. Questo post è stato elaborato con la consulenza di Claude, il mio agente cognitivo preferito.


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