← Back to list

Il Viaggiatore Onirico

XII Capitolo : Era solo un sogno?

Dmitrij Anatolievic Musella · 2026-04-04 22:37 · 0 claps · 8.1 min read
#astrofisica #fantascienza #romanzo #italiano #sogno
Open on Medium ↗

Il Viaggiatore Onirico

XII Capitolo : Era solo un sogno?

XII frammento — Totale

XII frammento — Totale

CAPITOLO DODICESIMO

Era solo un sogno?

Maggio diventò giugno, poi luglio.

San Giovanni a Piro nel pieno dell’estate faceva le cose che faceva da sempre, i turisti arrivavano, non tanti, quel tipo specifico di turista che cerca i paesi piccoli e le spiagge non attrezzate e l’assenza di ombrelloni a pagamento. Qualche casa si riempiva. Le serate si allungavano fino a quando il caldo cedeva e il paese si raccoglieva nell’ombra delle strade strette, con quella qualità dell’aria che aveva solo d’estate nelle ore tardi, non fresca, non calda, qualcosa di intermedio che non richiedeva niente.

Davide lavorava come sempre, di notte, con il doppio schermo e il router che lampeggiava. Il Golfo di Policastro d’estate era azzurro con quella qualità precisa del blu profondo che di notte diventava nero assoluto, senza sfumature, senza distinguere il cielo dall’acqua se non per le stelle.

Quelle notti d’estate guardava il cielo più spesso di prima, non in modo sistematico, non con strumenti, solo con gli occhi dalla finestra o dal balcone nei cinque minuti prima di rientrare. Cercava la direzione. Aveva imparato abbastanza astronomia da sapere dove guardare, la direzione del Cigno era identificabile, Deneb era visibile, brillante, il punto più alto della Croce del Nord che d’estate attraversava il cielo del Cilento con quella chiarezza che le città di pianura non permettono.

Guardava. Non sapeva cosa si aspettava di vedere, niente di diverso dalle altre stelle, ovviamente. Solo guardava nella direzione che i numeri indicavano, e questo era già qualcosa.

Aveva pubblicato i risultati su Academia.edu, un documento tecnico, asciutto, con i dati, il codice, le limitazioni dichiarate esplicitamente e nella giusta proporzione. Aveva impiegato quasi tre settimane a scriverlo, non per la lunghezza ma per la cura con cui aveva pesato ogni affermazione. Il confine tra “i dati mostrano che” e “questo suggerisce che” e “sarebbe speculativo affermare che” era un confine che aveva voluto mantenere netto, perché era lì che si trovava la differenza tra una ricerca pubblicabile e un wishful thinking presentato come ricerca.

Aveva ricevuto qualche commento, la maggior parte cortesi, alcuni scettici nel modo in cui è giusto essere scettici di fronte a risultati anomali, nessuno ostile. Un astrofisico tedesco gli aveva scritto un’email lunga due pagine spiegando perché il metodo aveva dei limiti strutturali che non si potevano ignorare, la dipendenza dalla precisione delle coordinate delle stelle di Draco, la sensibilità del risultato rispetto alla calibrazione del quadro, il problema fondamentale che il quadro era un oggetto fisico con una risoluzione finita scansionato da una fotografia JPEG con una compressione che introduceva artefatti. Aveva ragione su tutti i punti. Davide aveva risposto riconoscendo i limiti che erano reali e contestando solo quelli che l’astrofisico aveva formulato in modo impreciso. Erano rimasti in contatto, uno scambio che aveva la qualità delle conversazioni utili, quelle in cui entrambi gli interlocutori finiscono con una comprensione più precisa di quella con cui hanno iniziato.

De Angelis non aveva più scritto. Davide non l’aveva sollecitato. Il candidato TESS era ancora nel database, nella lista di bassa priorità, con i suoi quattro punti dati e la sua ambiguità irrisolta. Prima o poi qualcuno avrebbe trovato il tempo di raccogliere più osservazioni, o non avrebbe trovato il tempo, o avrebbe trovato il tempo e sarebbe risultato rumore. Questo succedeva con la maggior parte dei candidati, il rumore è la condizione normale, il segnale è l’eccezione.


Francesco era venuto a trovarlo a luglio.

Era la prima volta in tre anni che veniva a San Giovanni a Piro, di solito era Davide ad andare da lui, quando si vedevano di persona, che era raramente. Ma Francesco aveva detto che Elena voleva vedere il Cilento, e Davide aveva risposto che c’era spazio.

Erano rimasti due giorni. Avevano mangiato bene, una trattoria vicino al lungomare di Sapri, quella sera di luglio con la luce che tardava ad andarsene. Erano scesi al mare nel pomeriggio quando il caldo cedeva un po’, quella spiaggia sotto il paese raggiungibile a piedi con una discesa di venti minuti che di sera sembrava meno. Elena aveva la qualità dei camminatori naturali, le piaceva stare in silenzio mentre si muoveva, senza riempire il silenzio di chiacchiere, come se camminare richiedesse tutta l’attenzione disponibile e questo non fosse un problema ma una cosa giusta. Davide l’aveva apprezzato.

La sera del secondo giorno, dopo cena, Francesco era entrato nello studio. Si era fermato sulla soglia per un secondo, guardando i due quadri al muro e il foglio stampato tra loro, ancora lì, ancora nell’ordine in cui li aveva sistemati mesi prima.

«Li ho visti solo in foto.»

«Lo so.»

Francesco aveva studiato il primo quadro in silenzio per qualche minuto, le mani in tasca, con quella qualità di attenzione che aveva davanti alle cose che stava cercando di capire davvero, non di classificare, di capire. Poi il secondo, il rosso della nebulosa su fondo nero. Poi il foglio con i numeri.

«E da qualche parte lì» aveva detto piano, quasi tra sé, «un pianeta forse.»

«Forse.»

Francesco si era voltato a guardarlo.

«Ci pensi ancora?»

Davide aveva guardato il primo quadro. I sedici trattini blu. Il perimetro cremisi. Gli otto puntini verdi nel campo. Gli otto arancioni raggruppati. La cometa bianca appena sotto la linea.

«Non come prima…prima non ci pensavo davvero, erano al muro, li guardavo di passaggio. Adesso ci penso come si pensa a qualcosa che ha un nome, anche se il nome non spiega tutto.»

Francesco aveva annuito. Non aveva detto altro. Erano usciti a bere qualcosa nella piazza, sotto le stelle, con il paese che si svuotava lentamente mentre la notte avanzava. Elena aveva chiesto di alcune stelle visibili, quali erano, come si chiamavano. Davide le aveva indicate con più precisione del solito.


A settembre, una notte, Davide non riuscì a dormire.

Non per i quadri, o non direttamente. Era quella qualità del sonno che ogni tanto arrivava, l’insonnia pulita, senza causa apparente, senza il pensiero ciclico che di solito la produce. Semplicemente il cervello che non voleva fermarsi, che continuava a girare senza un oggetto specifico, come un motore che non trova punto morto.

Era andato nello studio alle due di notte. Si era seduto sulla sedia davanti ai quadri, senza accendere la lampada da tavolo, con la sola luce che filtrava dal corridoio. I due quadri erano visibili nell’oscurità parziale, forme familiari, i colori attenuati dalla penombra, il rosso della nebulosa che sembrava più scuro, il nero del primo quadro che si fondeva con il buio della stanza.

Aveva passato del tempo a guardarli in silenzio. Non cercava niente. Guardava.

Poi aveva pensato alla domanda, quella che aveva pensato molte volte negli ultimi mesi, quella che dava il titolo al documento che aveva costruito, quella che aveva scritto nel file di testo quella prima notte, prima ancora che il programma girasse.

Era solo un sogno?

La risposta, a settembre, non era più semplice di quanto fosse stata in ottobre di nove anni prima. Ma aveva una struttura diversa. Non era più una domanda senza bordi, aperta in tutte le direzioni senza nessun punto di appoggio. Aveva bordi adesso, definiti dai dati, dalle limitazioni dichiarate, dal candidato non confermato nel catalogo TESS, dall’angolo di centoventitre virgola sei gradi tra la rotta e la Nebulosa di Orione. E dai quattro layer pittorici, i blu, i verdi, gli arancioni, la cometa bianca, tutti convergenti nella stessa direzione, tutti dipinti nella stessa notte senza saperlo.

C’era anche un’altra cosa che aveva capito in quei mesi, una cosa che non aveva un numero associato e non era inserita nel documento tecnico ma era ugualmente reale: che alcune domande non sono fatte per essere risolte. Sono fatte per essere tenute. Come si tiene un oggetto pesante non per portarlo da qualche parte ma per capirne il peso, per abituarsi alla sua presenza, per smettere di esserne sorpreso.

I due quadri al muro erano la domanda in forma visiva. Il documento tecnico era la domanda in forma numerica. La risposta, se c’era, era da qualche parte a cinquecento anni luce, in una direzione che sapeva indicare, in un posto che nessuno stava guardando.

Era solo un sogno?

Forse. Probabilmente, in un certo senso della parola. Il cervello produce pattern anche quando non c’è niente da interpretare, è quello che fa, è la sua funzione principale, riconoscere strutture nel rumore. I sogni sono rumore processato in forma di immagine. Il match tra il quadro e Draco poteva essere una coincidenza abbastanza rara da sembrare significativa senza esserlo davvero. Il p-value era zero su diecimila simulazioni, ma diecimila non è infinito. Poteva essere la diecimilaunesima.

O forse, e questa era la parola che non riusciva a rimuovere dal documento, quella che aveva scritto e riscritto e che ogni volta tornava uguale, forse il cervello non produceva solo rumore. Forse a volte sintonizzava qualcosa. Non nel senso soprannaturale, Davide non aveva un sistema di credenze che ospitasse il soprannaturale in modo confortevole. Ma nel senso che la coscienza umana, con tutto quello che non capiva ancora di essa, era un fenomeno così complesso da rendere difficile escludere a priori qualsiasi cosa. L’ottobre del 2017 poteva essere stata una di quelle volte.

Non lo sapeva. Non poteva saperlo. Nessuno poteva, non con i dati che esistevano.

Questo, aveva imparato negli ultimi mesi, era una posizione abitabile. Non confortante, non era pensato per essere confortante, il comfort richiedeva certezza e qui non c’era certezza. Ma abitabile. Si poteva stare in un risultato inconcludente senza che l’inconcludenza diventasse insopportabile. Si poteva tenere la domanda aperta e continuare a vivere, a lavorare, a chiamare Francesco la domenica, a guardare i quadri ogni mattina passandoci davanti.


Prima dell’alba, Davide aprì il computer.

Non per lavorare, non ancora, era troppo presto anche per lui. Aprì il documento tecnico che aveva costruito nel corso dei mesi, lo scorse dall’inizio alla fine per l’ennesima volta. I dati. Le limitazioni. I risultati. Le note a margine che non aveva cancellato.

Si era chiesto, in quei mesi, cosa avrebbe fatto se il risultato fosse stato diverso. Se De Angelis avesse risposto che nella zona indicata non c’era niente di interessante, stelle comuni, nessun candidato planetario, solo la densità stellare normale del braccio di Orione. Avrebbe cancellato il documento? Avrebbe smesso di pensarci?

Non lo sapeva. Forse sì. Forse avrebbe trovato il modo di chiudere quella porta e di tenere i due quadri al muro come oggetti belli e misteriosi, senza cercare di decodificarli ulteriormente. Era quello che aveva fatto per nove anni, non era difficile.

Ma non era quello che era successo. Era successo qualcosa di diverso, qualcosa che non aveva chiesto e che non avrebbe potuto pianificare: il risultato era inconcludente, non negativo. E l’inconcludenza non permetteva di chiudere la porta. Non dava le basi per smettere, ma non dava nemmeno le basi per continuare in modo definitivo. Restava aperta.

Poi aprì un file nuovo.

Scrisse una riga sola, la lasciò sullo schermo, e chiuse il computer senza salvare, o forse salvò, non ne era sicuro, non ci aveva pensato nel momento in cui l’aveva fatto. Non aveva importanza. L’aveva pensata. Era già da qualche parte.

Fuori il paese stava ancora dormendo nella sua quiete di settembre, quella quiete specifica che ha i paesi piccoli nelle prime ore del mattino, quando anche i rumori abituali non sono ancora cominciati, quando la luce è appena iniziata ma non ha ancora deciso di essere giorno, quando tutto sembra sospeso in un equilibrio che non si ripeterà uguale, quel mese in cui l’estate non ha ancora ceduto del tutto e l’autunno non ha ancora deciso di arrivare, e tutto sta in un equilibrio provvisorio che non durerà. Il Golfo di Policastro nell’ora prima dell’alba aveva un colore che non era né notte né giorno, qualcosa di intermedio, un grigio blu che si sarebbe trasformato nel giro di minuti ma in quel momento era esatto, era quello giusto.

Davide rimase seduto nello studio finché la luce non cambiò. Poi si alzò, andò in cucina, fece il caffè, aprì la finestra.

Il giorno cominciò, lento, come cominciavano tutti i giorni di settembre in quel posto, senza urgenza, senza il salto brusco che aveva l’estate, ma con quella progressione graduale che sembrava rispettare il bisogno di adattamento.

I due quadri rimasero al muro, come sempre, come sarebbero rimasti ancora.

fine primo tomo

Se siete arrivati fino a quì, sappiata che è in corso la stesura del secondo tomo.


메타데이터
post_id
88ca981dd5bd
slug
il-viaggiatore-onirico-88ca981dd5bd
url
https://medium.com/@dmanatolievic/il-viaggiatore-onirico-88ca981dd5bd
canonical_url
https://medium.com/@dmanatolievic/il-viaggiatore-onirico-88ca981dd5bd
author_url
https://medium.com/@dmanatolievic
status
ok
fetched_at
2026-07-11 12:56:19