La canzone di Achille
Inizia con questo articolo la serie #vivalamerda, in cui commento i libri amati e consigliati dal BookTok
La canzone di Achille
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Un libro brutto scritto benino, farcito di frasi che starebbero alla perfezione sulla Smemo di un ragazzino o in un Bacio Perugina del discount. Lo riassumerei così, ma purtroppo la Smemoranda è fallita e nei Baci ora ci mettono i disegnini. Mi toccherà dedicare qualche parolina in più a La canzone di Achille e farmi un sacco di amichetti nuovi, perché quest’atrocità di libro è piaciuta urbi et orbi, manca solo la recensione positiva di Papa Francesco a Che Tempo Che Fa e poi ne avranno parlato proprio tutti.

Nulla di nuovo sotto il sole, il Ciclo Troiano contiene e ispira tutte le storie, esistono numerose di riletture più o meno avvincenti delle gesta degli eroi omerici. Miller però agisce con rara sottigliezza: prende un rapporto contrastato tra due ragazzi gay wasp newyorkesi degli anni 2010 e lo schiaffa nella tarda Età del Bronzo, durante un conflitto armato, in un ambiente militare. Poi il suo ufficio stampa e il suo editore ci dicono che nessuno ce l’aveva mai detto prima, che quei due si amavano, traduzioni e storia li hanno discriminati, altroché. Perché noi viviamo sugli alberi, mica possiamo capire da soli che la zia che vive con la sua migliore amica da 47 anni è gay, ce lo deve dire Madeline.
Perché questo libro è collezione Harmony con l’armatura? Facile.
I rapporti uomo-uomo, uomo-donna e donna-donna nel mondo antico erano considerati in modo diverso, perché anche la lettura dei rapporti umani e del sesso è filtrata dalla cultura. Che Achille e Patroclo si amassero era chiaro a tutti noi sin dalle scuole medie — sì, Madeline, l’abbiamo capito quando Patroclo muore e ad Achille sale un crimine tale da voler stroncare chiunque, dio-fiume Scamandro incluso — quel che fa specie è il modo in cui gli altri personaggi presi in prestito da Miller reagiscono a questo amore. Con una punta di dileggio, con una risatina silenziosa, in un mondo che qualche secolo dopo avrebbe addirittura normato la questione. Secondo alcuni autori classici e molti studiosi, tra Achille e Patroclo ci sarebbe un rapporto di pederastia, che vede nel giovanissimo Pelide l’eromenos (l’amato) e nel figlio di Menezio l’erastès (l’amante). La pederastia però aveva uno scopo soprattutto educativo, l’elemento sessuale era secondario: ciò che contava era la possibilità di “imparare la vita” da chi aveva una più vasta esperienza del mondo. Patroclo è più grande, non sappiamo precisamente di quanto ma viene di solito rappresentato con la barba. Achille è imberbe e s’imbarca per Troia sì da predestinato, ma ancora adolescente.
Il biondo Achille in questo libro è espressivo come Super Vicky imbottita di Nembutal. Achille è il motore, anzi, è l’aristotelico motore (quasi) immobile dell’Iliade, visto che per larga parte del racconto è del tutto assente dall’azione. La bête noire dell’esercito troiano mette il broncio e si ritira nel primo canto, eppure catalizza di continuo l’attenzione degli altri personaggi, il suo nome ricorre prepotente nei discorsi altrui, è il termine di paragone ultimo quando si parla di abilità guerriera. Come ha giustamente affermato Alessandro Baricco, l’Iliade potrebbe intitolarsi “Achilleide” e non parrebbe strano a nessuno, perché l’iracondo figlio di Peleo è pura energia vitale, il fulcro di tutte le leve narrative del poema. Miller ha trasformato uno che aveva studiato col centauro Chirone e guidava un contingente di temutissimi uomini-formica in un ragazzino per cui fare la guerra era un po’ come fare ginnastica.
Patroclo qui è l’epitome dell’amico gay, un typecast dei b-movie ambientati nei licei americani, carino, buono e sensibile, incapace di cattivi pensieri e violenza. Un luogo comune con le gambe. Miller addirittura lo tiene perennemente lontano dalla battaglia, quando invece Patroclo non vi prende parte perché Achille ha ordinato così a tutti i suoi. Quando il Meneziade domanda al Pelide di comprare schiave per poterle trattare con umanità c’è da sbellicarsi, è un’invenzione così surreale che starebbe bene in un Dalì. Achille dorme spessissimo con le sue schiave, lo stesso fa Patroclo, ce lo dice Omero. Ciò li renderebbe perlomeno bisessuali, ma non si può dire, non in questo libro. Se è vero che le schiave ricordano Patroclo come un uomo buono, anche in questo caso l’autrice cancella il mondo in cui l’Iliade è ambientata, in cui le donne sono intese come bottino di guerra, fattrici, merce di scambio e di rado sono rappresentate come esseri pensanti e personaggi positivi, dal valore umano oltre che “materiale”. Solo le dee si distinguono. Persino la donna al di sopra di ogni altra, Elena, è un bene sottratto, una moglie rapita, una bestiolina vezzosa. Una persona? No. Elena per gli uomini che la circondano incarna solo la sua bellezza, tanto che tra gli Achei nessuno sembra sospettare che possa aver lasciato Sparta di sua sponte. Il bellimbusto troiano l’ha di sicuro rapita. Vorrai mica che la donna più bella del mondo, figlia di Zeus, possa prendersi un amante a suo piacimento?
La stecca principale nella canzone di Achille è il guardare al mondo antico con le lenti del nostro tempo. Deplora comportamenti e abitudini del tutto normali per l’Età del Bronzo coi toni di uno studente iper woke del 2023. Non adatta la sua trama al tempo dell’Iliade — e si può fare! Ripeto: esistono centinaia di libri che riscrivono l’Iliade, alcuni davvero meravigliosi — i personaggi appaiono fuori posto perché lo sono. Non fanno parte di quel mondo, vengono dal nostro, anzi, da quello di pochi privilegiati, dall’Upper West Side di Carrie Bradshaw, da una prep school esclusiva, da un’università della Ivy League.
Madeline Miller è diventata un’eroina del BookTok e ha venduto libri a carrettate. La mia opinione su questo libro è nota a tutti i miei amici, e alcuni mi hanno detto che sono eccessiva nel mio giudizio perché “se anche solo una persona leggerà l’Iliade grazie a lei, avrà fatto qualcosa di buono”. A dire il vero non vedo folle di booktoker consigliare l’Iliade, ma va bene, so di avere una posizione integralista sul punto. Non tollero invece di essere definita “invidiosa” della signora Miller da sgallettate varie che nella vita hanno letto sei libri, questo più i sussidiari delle elementari (e manco tutti: solo le pagine assegnate). Posso esserlo delle opere di un genio — e poi, perché invidia? L’ammirazione non è più contemplata? — o di libri che cambiano il mondo. Di robaccia come questa, che insulta tutto ciò che amo e studio con fervore e devozione sin da quando ho imparato a leggere, proprio no.
A presto, per nuove incredibili avventure. Ora e sempre, #vivalamerda!

P.S.: non dico che non debba piacervi. Dico però che a me può non piacere, e che l’invidia la riservo a cose di maggiore caratura.
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