Il cittadino digitale
Quella che propongo di seguito è l’introduzione del mio libro Il cittadino digitale, uscito a giugno 2016. Questo il sottotitolo: “Per…
Il cittadino digitale
Quella che propongo di seguito è l’introduzione del mio libro Il cittadino digitale, uscito a giugno 2016. Questo il sottotitolo: “Per capire, orientarsi, muoversi, essere consapevole e cogliere i benefici che il mondo digitale (e non solo) mette a disposizione di tutti”.
Anno 2016: si parla di tecnologie all’avanguardia e di cloud, con un touch (neanche più con un clic) mettiamo in linea su Facebook o qualsiasi altro social network immagini, file, posizioni e mille altre cose, ma quando parliamo di altri aspetti, quelli sì veramente utili, niente da fare, non ci siamo. Mi riferisco a qualcosa che in particolari momenti della vita può essere utile, se non addirittura indispensabile.
Sono le mie informazioni medico-sanitarie, alcune di una semplicità elementare come il gruppo sanguigno (io non ricordo mai quello di mia moglie e di mio figlio!), altre un po’ più complesse riguardo patologie o malattie pregresse, oppure, semplicemente, la mia storia clinica e le cartelle cliniche di eventuali precedenti ricoveri, di qualsiasi tipo esse siano.
Perché non posso trovare nel cloud anche queste informazioni? Perché ogni volta che vado al pronto soccorso o devo subire un ricovero mi devono fare sempre le stesse domande (a cui peraltro non so quasi mai dare risposta): “l’ha fatta la scarlattina?” Lo sapeva mia mamma, io non lo so.
Perché se ho urgenza di avere queste informazioni, non posso accedervi? E se in un altro Paese dovessi avere un incidente? Esami del sangue routinari in queste circostanze ci fanno perdere tempo e denaro. Ci vuole così tanto a stendere un protocollo nazionale, o meglio internazionale, per far fronte ad emergenze di questo tipo? La tecnologia ce lo consente, già da un pezzo. Costa sicuramente di meno recuperarle nel cloud — ma che cosa è il cloud? –, di cui si parlerà più avanti.
Invece no, oggi possiamo recuperare le informazioni più futili tramite i social network, ma non quelle veramente utili.
Il cittadino digitale deve poter chiedere a gran voce che una sanità pubblica ponga rimedio a questa carenza nella “Smart Country” del prossimo futuro, ovvero nell’accezione più ampia di quell’insieme di città, grandi e piccole, di cui da parecchio tempo tanto si parla e che pochi sanno di cosa si tratta: le smart city.
Il termine smart associato a qualsiasi altro termine come phone, tv, city, è abusato da parecchi anni a questa parte; con esso si intende qualcosa di innovativo, di intelligente, di interessante, qualcosa che dia un valore aggiunto agli oggetti a cui si accoppia, più o meno come la lettera i per Apple, affiancata ad altri termini (pod, phone o pad), che definiva un oggetto collocato nel futuro (chissà poi perché non hanno prodotto l’iWatch, ma l’Apple Watch?).
Il titolo di questo libro potrebbe essere “il cittadino smart” o l’”i-cittadino”, o le sue varianti nella sola lingua inglese.
Il concetto di “cittadino digitale” vuole essere invece più pragmatico, senza creare aspettative sull’abusato termine “Smart” o sul prefisso “i”, perché l’obiettivo di questo libro è condurre per mano chi abita il nostro Paese, all’interno del nostro mondo digitale, quello italiano.
Il contesto digitale italiano, seppure con i suoi limiti, può mostrare al cittadino consapevole tutti i vantaggi che in questo momento la tecnologia ci offre.
La consapevolezza del cittadino digitale non può non tenere conto di altri aspetti verso i quali dovremo impattare in un prossimo futuro: si comprenderà come l’utilizzo responsabile dei mezzi digitali vada coniugato con tanti altri aspetti come l’ambiente, la mobilità, la governance del sistema urbano, il contesto economico, la partecipazione alla vita sociale, la vivibilità di tutti i giorni.
Ecco qualche esempio.
La prima settimana del maggio 2015 le agenzie di stampa segnalano risultati importanti per il fotovoltaico siciliano; il prezzo unico nazionale dell’elettricità (il PUN) ed il prezzo zonale sono stati equivalenti: 0,051 euro a kilowattora. Significa che l’energia prodotta da fonti rinnovabili è concorrenziale, come costo, a quella prodotta in modalità classica. Se ci si pensa, è un passaggio epocale: significa che, potenzialmente, in un prossimo futuro potremo diminuire sempre più l’uso di combustibili fossili a favore di energia pulita. E nel frattempo non bisogna dimenticare che la tecnologia avanza: Solarwindows, società americana dal nome significativo, promette entro pochi anni di aumentare l’efficienza dei pannelli fotovoltaici di parecchie volte, senza nemmeno collocarli sui tetti delle case, ma sostituendo le finestre.
E in quest’ottica, per esempio, a Milano, il superamento del limite dei 35 giorni del Pm10 stabilito dai parametri europei, anziché venire superato tra febbraio e marzo, come avviene da quando tali limiti sono stati definiti, potrebbe slittare molto più in là, o non riproporsi nemmeno; dobbiamo fare in modo che una situazione come quella dei continui sforamenti del limite avvenuti tra novembre e dicembre 2015, non solo a Milano, diventi un ricordo da non ripetere più.
Insomma, il cittadino moderno e digitale deve sapere che la tecnologia può dare una mano, e di fronte a scelte antiquate da parte dell’Amministrazione pubblica o di chicchessia, può decidere, consapevolmente, se e come far valere la propria voce, col supporto di dati oggettivi.
La parola smart, quindi, non va intesa solo come strettamente legata all’Information Technology, ma è lecito usarla ogni volta che si crea un valore aggiunto da associare ad una attività esistente che viene reinterpretata, con l’obiettivo di migliorare le condizioni dell’essere umano in senso lato: l’utilizzo di energia pulita determina una riduzione dell’inquinamento che si traduce in un miglioramento generico della qualità della vita, ma anche in un minor numero di malattie polmonari con minori costi a carico della sanità pubblica.
La smart city, sulla quale mi dilungherò nel quarto capitolo, non è fatta di sola tecnologia, ma di cittadini che svolgono un ruolo essenzialmente proattivo; dice Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab al MIT di Boston: “Il mondo dei dati in tempo reale sta trasformando le nostre città. Una città intelligente non è fatta di tecnologia, ma di cittadini che svolgono un ruolo essenziale: la funzione cardine di raccogliere, condividere ed elaborare dati. I cittadini connessi sono il motore del cambiamento del tessuto urbano per la città del domani”.
Un’ultima nota: sono un informatico sensibile alle tematiche ambientali e mi definisco sul mio profilo Twitter “bike addicted”; questo libro è quindi naturalmente orientato a privilegiare queste tematiche rispetto ad altre, per passione e per deformazione professionale.
메타데이터
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