Infanzie rovinate: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo — serie TV
“Non si decide di diventare tossicomani. Un mattino ci si desta in preda al “malessere” e lo si è.” (da: La scimmia sulla schiena — di…
Infanzie rovinate: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo — serie TV

“Non si decide di diventare tossicomani. Un mattino ci si desta in preda al “malessere” e lo si è.” (da: La scimmia sulla schiena — di William Burroughs, 1953)
Lo so, già vi vedo costernati e interdetti sul senso di un articolo riguardante la serie TV, attualmente disponibile su Amazon Prime Video, ispirata al celebre romanzo autobiografico su Christiane F. E per di più all’interno dell’amatissima rubrica Infanzie rovinate. Che senso ha parlarne qui? Cosa c’entra una storia di crudo realismo sulla tossicodipendenza con il fantastico?
Non è tanto il tema, ma il tipo di narrazione che fa la differenza. Abissale, per certi versi, perché la serie in questione ha più somiglianze con Trainspotting e Velvet Goldmine che con l’omonimo film dell’81. E, a giudicare dalle reazioni piccate che leggo in giro, questa rivisitazione qualche infanzia l’ha rovinata. Ma andiamo con ordine, partendo da un assunto importante: è bella o no, la serie? Per me sì, e pure parecchio — nonostante qualche dettaglio discutibile, proprio perché col film ha poco a che spartire. Ciò non significa che reputi il film non valido, anzi, è uno dei film più scioccanti della mia preadolescenza. Ho tuttora i brividi se ripenso alla raccapricciante scena in cui Christiane e Detlef si disintossicano per la prima volta, chiusi in camera dalla madre di lei, fumando e bevendo vino, sudando copiosamente, in preda a crampi tremendi e vomitando a spruzzo sulle pareti della stanza. Horror puro. Lo vidi la prima volta alle medie, durante l’ora di religione (giuro) e successivamente lessi il libro, il quale mi disgustò e spaventò ancora di più. Non lo so se ebbe il medesimo effetto su tutti, ma certamente allontanò qualsiasi fantasia sul farmi le pere. E, per il tipo di adolescente che fui, vi assicuro che mi salvò la vita.
La critica che va per la maggiore è che Wim Kinder Vom Bahnhof Zoo sia una serie troppo glam, pulita e patinata, con protagonisti eccessivamente carini per essere credibili, in una Berlino colorata e ordinata, lontana anni luce da quella che si vede nel film.

In effetti è proprio un bel cesso lindo e splendente.
La serie non vuole essere una fotocopia del film, per fortuna, anche perché che senso avrebbe avuto? Il paragone è un esercizio inutile, perché è proprio la natura della narrazione a essere differente. Se il film tentava un’operazione vicina al documentario e al neorealismo (ricordo che le comparse che comparivano alla stazione erano realmente tossicodipendenti e prostitute/i e che, a parte l’attrice che interpretava Christiane F, gli altri erano ragazzi minorenni presi dalla strada), la serie vuole fare tutt’altro: contrapporre la tematica della tossicodipendenza di quel periodo storico all’idea, alle aspettative e alla falsa percezione che la droga stessa ti porta a immaginare. La serie si apre, infatti, con una scena surreale: Christiane è a bordo di un aereo che pare stia per precipitare. Tutti sono nel panico, tranne lei, che sorride e fuma una sigaretta, raggiungendo un uomo biondo che le dà le spalle.
“Non aver paura, non precipiteremo. Io sono immortale.” (Christiane)
Quell’uomo, scopriremo poi, è David Bowie. Ma non è reale, Christiane non salirà mai su un aereo con lui. È un sogno? Un’allucinazione? Un trip? Sicuramente non è la realtà, anche perché Christiane ci viene mostrata con un look che non vedremo mai durante la serie, è dunque un’immagine astratta, un’aspettativa, se vogliamo, che lei e i suoi coetanei hanno di loro stessi e del mondo che li circonda. Lo stesso Bowie (quello lì sarebbe Bowie? SHOCK!), più che la compianta divinità, pare una citazione nella citazione da Velvet Goldmine: Tommy Stone, che appare nel finale del film (meraviglioso, prima o poi ne parlerò) di Todd Hayne, è egli stesso una citazione del Bowie negli anni ’80 ai tempi di Serious Moonlight.

In ordine: Tommy Stone, David Bowie nella serie e il vero Bowie. La reference è “belli-capelli”
Capiamo, quindi, l’approccio all’esistenza di Christiane, intrinseco in quella fase, dove sentirsi immortali sta nel non riconoscere i pericoli come tali. Ma Christiane è davvero convinta di esserlo, ce lo conferma la scena in cui precipita nell’ascensore di casa. Una scena folle, esagerata, non può essere reale. Viene derisa per questo racconto, ovviamente nessuno le crede, ma noi assistiamo all’evento insieme a lei: Christiane è e sarà sempre una sopravvissuta. È come Renton che recupera le supposte perse dentro al water, ci si immerge e si ritrova in fondo al mare. Non è possibile. Però intanto esce dal water come dopo un’immersione, con in mano le supposte.

Un’altra grande differenza rispetto al film è che la storia mette al centro Christiane, ma è anche (anzi, soprattutto) un racconto corale. Tutti i ragazzi hanno una storia, più o meno sviscerata, scelta che ho trovato funzionale e utile per comprendere meglio quanto fosse grave la problematica in quegli anni. E infatti emerge prepotentemente la miseria, la mestizia, l’aridità e lo squallore delle vite di due ragazzine: la piccola Babsi, la più giovane vittima dell’eroina in Europa. Muore, infatti, a soli 14 anni per un’overdose. Ripetete insieme a me: 14 anni, dopo circa un anno e mezzo di tossicodipendenza; Stella (che nel film è poco più di una comparsa, se non ricordo male), un po’ più grande, ma comunque minorenne, devastata dalla droga e dall’alcol, ai tempi sopravvissuta, ma morta a 42 anni. Le loro storie, nella serie, si sviluppano in modo interessante, parallelamente a quelle di Christiane, di Axel, di Benno (ovvero il Detlef nel film, nel romanzo e nella realtà) e di Michi (quest’ultimo, se non erro, è un personaggio inventato).

Quando dicono che la serie è edulcorata penso a Christiane a tavola coi nonni e i cugini che vivono in campagna mentre parla della sua esperienza come prostituta.
Nel corso degli episodi l’empatia nasce spontanea, a meno che non si sia, appunto, aridi d’animo. La discesa nel tunnel (metaforicamente e letteralmente) di questi ragazzini è lenta e spaventosa, raccontata con l’illusione ottica dall’estetica glam. Se inizialmente tutto ci appare patinato e cool, col tempo prende spazio il degrado, l’orrore di bambine e bambini che si ritrovano a fare “sei pompini al giorno”, pur di farsi, ad avere rapporti completi con uomini adulti orripilanti (“però è sempre stato corretto”, in riferimento a Günther — nella realtà Heinz W. — “l’eroina ce la dava prima del pompino”), veri e propri pedofili, maniaci, soggetti disturbati di ogni genere.
Dico bambini perché, nonostante il trucco, gli abiti glam, i tacchi alti e il comportamento spregiudicato, di fatto parliamo di bambini, esattamente come il titolo originale del libro voleva sottolineare, riutilizzato nella serie: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo. Kinder, bambini, non ragazzi. Una realtà emersa che, ovviamente, al tempo scioccò l’opinione pubblica. Come si finisce a battere per strada a 13, 14 anni per potersi bucare? Come si sono potute incontrare vite tanto diverse, come quella di Babsi (di famiglia benestante) e di Stella (umili origini, al limite della povertà)? O quella di Axel (praticamente solo al mondo), con quella di Benno (il padre postino, medio-borghese), di Michi (anch’egli senza un passato, completamente solo) e di Christiane (famiglia disfunzionale con un padre violento)? Il legame è la solitudine e la totale incomunicabilità con le figure adulte che gravitano loro intorno. Genitori ciechi dinnanzi a una figlia che si droga, che cadono dalle nuvole, perché troppo concentrati sulla loro vita tardo-adolescenziale (i genitori di Christiane sono l’esempio perfetto di quella categoria di adulti all’anagrafe, ma non di fatto, immaturi e infantili). Oppure nonni che si accorgono troppo tardi che le bravate non sono una scusa da usare per vergognarsi della propria nipote, incapace di eseguire un pezzo classico al pianoforte davanti agli ospiti, durante la festa di Natale, ma una disperata richiesta d’aiuto.

Piccola, dolce Babsi.
Forse l’unico adulto per cui si prova un minimo di pietà è il padre di Benno, che non è né cieco, né imbarazzato: è sfinito. Come dargli torto?
Non credo di fare spoiler se dico che qualcuno, nel corso degli episodi, morirà. E quando accadrà, farà molto male. Perché il pregio principale della serie è quello di farti amare questi poveri ragazzini, nonostante le insopportabili bugie che raccontano in continuazione agli altri e a loro stessi, perché è così che sono i tossici: sono bugiardi e inaffidabili. Ma sono ancora dei bambini e ai bambini, si sa, si perdona tutto, perché non hanno colpe. E se ciò non vi convince, concentratevi sulla storia di Babsi e poi ne riparliamo. E puntualizzo: la vera Christiane F, nel libro, descrive Babsi come la sua migliore amica, bellissima, affascinante e molto dolce, ossessionata dalla morte. La delicatezza con cui viene raccontata nella serie, a ripensarci, mi fa piangere. Babsi è protagonista di un’altra scena onirica, irreale, ma al tempo stesso carica di verità; un’istantanea su ciò che può salvarti da un destino ineluttabile, che vale per tutti, dal momento in cui nasciamo: la cura. Che sì, è un modo come un altro per parlare d’amore.

La cura.
I ragazzini protagonisti sono interpretati da giovani attori sui vent’anni, tutti incredibilmente bravi. Jana McKinnon, nel ruolo di Christiane, pare Alexis Bledel ai tempi di Una mamma per amica. Lea Drinda è Babsi, minuscola e favolosa, ti spappola il cuore. Michelangelo Fortuzzi è Benno, di origini italiane e infatti ora **vi linko una sua intervista **dove parla in italiano. Veramente carino. Lena Urzendowsky, forse la migliore interprete, è Stella. Bruno Alexander è Michi, unico personaggio di fantasia. E infine Axel, ovvero Jeremias Meyer, praticamente il sosia di Irama.
Qualche dettaglio mi ha convinto poco, come ad esempio la figura del padre di Christiane, un uomo palesemente irresponsabile e violento, che però, nel corso della serie, assume un ruolo più da giovane immaturo che le prova tutte, portando lo spettatore a guardarlo con indulgenza. Ma anche il passato della madre di Christiane in riferimento al suo terrore del fuoco è un po’ buttato lì. Si sarebbe potuto sviluppare di più oppure non menzionarlo affatto.
Complessivamente la serie è ottima e, per rispondere a chi si è domandato a cosa possa servire, nel 2021, raccontare di nuovo questa storia — chi cavolo si fa le pere, ancora? — , rispondo che l’eroina, che andava tanto di moda alla fine degli anni ’70, esisteva pure nelle decadi precedenti e ha continuato a esistere anche negli anni ’80, ’90, 2000 e, incredibile a dirsi, ritengo esista ancora. La tossicodipendenza può avere le sue fasi modaiole, con alcune droghe più gettonate rispetto ad altre, ma a prescindere dalla sostanza, quando si parla di droghe pesanti, la tossicodipendenza non conosce distinzioni. Ciò che andava di moda negli anni ’70 non è detto che non possa ritornare. È quantomeno sciocco pensare il contrario. Io un tossico (o un alcolizzato) lo riconosco lontano un miglio, perché ho 39 anni (sigh) e ne ho viste di tutti i colori. Ma i ragazzi di oggi magari no e penso che sia a loro che la serie voglia parlare, non tanto a quelli della mia generazione o a quella di chi, all’epoca, era adolescente. Per questa ragione ho cercato di guardarla immedesimandomi in coloro che di Christiane F e dei suoi amici non ne avevano mai sentito parlare. E tra una canzone di Bowie e altre contemporanee, credo che il messaggio sia chiaro: se inizi a drogarti, uscirne sarà dura. Non è impossibile, solo che nel mentre potresti anche morire. O illuderti di esserne uscito. Perché la mentalità di un tossico è ardua da debellare. Quindi, ragazzi, è meglio non iniziare affatto.

“Ce la faremo.”
Quindi, la serie non mi ha rovinato l’infanzia, distruggendo i miei ricordi sul film e il romanzo. Mi ha colpito emotivamente e questo mi rincuora: vuol dire che non sono ancora morta dentro.
Intervista a Babette Döge, detta Babsi, poco prima della sua morte (fonte Wikipedia):
Intervistatore: “Da quanto tempo ti fai?”
Babette: “Un anno e mezzo”
Intervistatore: “Quanto spendi al giorno?”
Babette: “Più di 100 marchi”
Intervistatore: “Da dove viene il denaro?”
Babette: “Mi prostituisco. I miei genitori sono rimasti molto delusi e arrabbiati ovviamente… Beh, ho promesso loro che mi ripulirò… Adesso voglio provare a ricostruirmi una vita, tornare a scuola e finirla e fare manicure… (come lavoro NdT)”
Come accennavo nel post, Babsi muore ad appena 14 anni, stroncata da un’overdose di eroina.
Christiane Vera Felscherinow ha 59 anni, ha passato la vita viaggiando per il mondo, lavorando nei settori della musica e del cinema. Ha continuato a ricadere nella tossicodipendenza, ha avuto un figlio che le è stato tolto dai servizi sociali. La sua salute è compromessa, ma non molla.
Detlef R (Benno, nella serie) ha 61 anni. Si è disintossicato e allontanato completamente dalla droga, rifacendosi una vita. Nella sua ultima intervista nel 1995 spiega, però, che diventare un tossicodipendente ti rende tale per sempre. Afferma di sognare ancora l’eroina.
Catherine Schabeck, ovvero Stella, è deceduta nel 2004 a 42 anni. Sopravvive alla dipendenza dell’eroina, ma finisce in prigione. Nell’intervista del ’95, a differenza di Detlef, Stella è una donna lacerata e consumata dalla cocaina e dall’alcol. Appare nel film dell’81, è una delle ragazzine che bazzicano la discoteca Sound.
Axel muore di overdose nel ’77, in casa sua. Lo trova l’amico e coinquilino Detlef, con la siringa ancora nel braccio.
Atze, soprannome di Andreas Wiczoreck (Matze nella serie), il primo ragazzo di Christiane, muore esattamente come ci viene raccontato, cioè per overdose nel ’77, a 17 anni.

Per tutti i forever young del mondo, per chi è sopravvissuto, per chi ci è ricaduto e ne è uscito, per chi ha vissuto una vita intera a smettere e ricominciare. E per tutti coloro che hanno passato, e che passano ancora, l’inferno, accanto a chi si droga: sono storie che non hanno un’epoca, sono storie sempre attuali, sono storie che non vanno dimenticate.
“Se la droga scomparisse dal mondo, rimarrebbero ancora intossicati in piedi nei paraggi di un quartiere della droga, a sentirne la mancanza in modo vago e persistente, un pallido spettro del malessere.” (da: La scimmia sulla schiena — di William Burroughs, 1953)
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Questo articolo è dedicato alla mia amica Lally. Quando eravamo molto giovani aveva i capelli rossi e le occhiaie, per questo avevo salvato il suo numero di cellulare sotto Christiane F. Ora è bionda, coraggiosa e una brava mamma. Per forza ha sempre le occhiaie.
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- 2026-07-28 06:17:56