Radici
Mi sono trasferita in un villaggio del sud-ovest del Ciad.
Radici
Mi sono trasferita in un villaggio del sud-ovest del Ciad.
Per chi non lo sapesse — non vi giudico, dovrei giudicare troppe persone — il Ciad è un Paese del Sahel, nel nord dell’Africa. Sotto la Libia, di fianco al Sudan, per intenderci. Per dare una coordinata più precisa, io mi trovo al confine con il Camerun.

Non racconterò perché sono qui né quale sia il percorso che ho fatto per arrivarci, né leggerete dei bambini che non hanno niente eppure sorridono, o di quanto io sia brava e coraggiosa per aver preso una decisione così drastica nella mia vita.
Racconterò, invece, delle radici.
Quelle degli alberi attorno alla casa che abito e che non vanno in profondità nella terra, bensì si espandono orizzontalmente, per metri e metri, e certe volte si cammina per strada e si inciampa in radici che non si capisce cosa ci facciano lì.
Le radici a cui il Ciad mi ha costretta a tornare. Non ci sono supermercati, qui. Il pollo si compra vivo, se si vuole mangiare per cena della carne bianca. Non ci sono i prodotti trasformati (eccetto la pâte d’arachide, che si ottiene tostando le arachidi e poi passandole nel macchinario apposito. Fidatevi, nessun burro di arachidi in commercio è paragonabile) ma bisogna, per dirne una, comprare il mais, pulirlo, e andare al mulino per ottenerne la farina. Oppure: si acquista il riso al mercato e non si può subito cucinarlo, bisogna — sempre! — prima pulirlo, a meno che non si abbia voglia di mangiare anche vermicelli e sassolini. E così via, insomma.
Ma le radici, per me, sono anche quelle della società. Qui mi chiedono se anche in Italia alleviamo gli animali, e a me tocca spiegare degli allevamenti intensivi, ma non so quanto qui riescano a immaginare una cosa del genere. Mi chiedono se anche in Italia capiti che le ragazze restino incinte anche se non desiderano un bambino, non sono sposate, non sono indipendenti e io devo spiegare che abbiamo dei metodi, da noi, per evitare che succeda, ma succede lo stesso.
Io dico: “tout le Monde est le même”.
È vero e non è vero. Lo dico perché qui pensano che in Italia siamo tutti ricchi, sia facile trovare un buon lavoro, abbiamo la metropolitana, l’asfalto ovunque, l’elettricità pubblica, l’acqua pulita. E io dovrei spiegare che, nella mia regione, l’Abruzzo, la scorsa estate abbiamo sofferto una siccità che ci ha abituati ad avere la scorta di bottiglie piene sotto il lavandino del bagno. Che trovare un buon lavoro, con un buono stipendio, in Italia per tanti sembra un sogno, e che siamo un Paese vecchio perché senza lavoro e senza soldi non si fanno figli. Dovrei spiegarlo a padri e madri di famiglia con 7, 8, 9 figli, che mantengono andando a coltivare i loro campi nel corso della stagione secca.
La verità è che io in Ciad parlo malvolentieri dell’Italia, perché qui non possono capire che l’idea patinata dell’Europa è sbagliata. Ed è anche corretta.
Quando parlo del Ciad con chi mi conosce in Italia, ne parlo altrettanto malvolentieri, perché non possono capire.
Abituati ai video postati su Instagram dai turisti che vanno a distribuire caramelle nelle scuole e negli orfanotrofi del Kenya e di Zanzibar, cosa ne sanno in Italia del mettersi con tre sedie sotto il mango ad aspettare? Cosa ne sanno dei tempi del mercato, della routine della contrattazione dei prezzi, del sedersi in mezzo alle altre donne e accaparrarsi le carote che sembra un miracolo che finalmente ci siano le carote in mezzo a un susseguirsi di patate dolci e cipolle per settimane? Cosa ne sanno delle due settimane senza frutta al mercato? E dei vicini di casa che vengono a salutarti alle 16:35? Di tutte le persone di passaggio dalla cittadina più vicina che passano da casa e chiedono un bicchiere d’acqua? Cosa ne sanno delle scorte di caffè e delle marmellate lasciate andare sul fuoco? Dei guadi da attraversare in moto e delle impronte degli ippopotami che ci ricordano che la vita è questa?
Dei tramonti africani se ne parla già tanto e allora dirò delle albe, laddove le giornate iniziano presto, i galli iniziano a cantare col buio e ci si sposta nella brousse armati di machete. Dirò dei cieli stellati che a ripensare a quanti lampioni abbiamo chez nous, non abbiamo idea di quello che ci perdiamo. E delle bombole del gas legate nel cassone del pick-up, delle tre persone che si mobilitano per farti parcheggiare nel posto migliore, dei bambini che non hanno mai toccato la pelle bianca e indugiano con la manina nella mia.
Come l’albero delle noci di Brunori SAS, anche qui le foglie crescono veloci. Io non lo so mica come crescono le radici degli alberi di noci, ma supponiamo che crescano in orizzontale. Un collega ciadiano diceva, l’altro giorno, bevendo bili bili alle 10:00 del mattino non so ancora con che coraggio, che le radici che crescono in orizzontale finiscono per intromettersi dove non dovrebbero, andando a demolire le fondamenta delle strutture in cemento. Parlavamo di ristrutturazioni e io ho pensato che qui in Ciad, come in Italia, come ovunque, si inciampa decine, centinaia di volte sempre nelle stesse cose, nelle stesse formule sintattiche, negli stessi modi di fare e di rappresentare la realtà, sempre negli stessi errori, per poi finire a dirci che non ci capiamo e che dobbiamo sradicare tutto l’albero per risolvere la situazione.
Io so che qui di alberi delle noci non ce ne sono, ma in compenso ci sono moltissimi alberi di mango, che è il mio frutto preferito e adesso che sta arrivando la stagione non sto più nella pelle. So anche che — provando a restare nella metafora — pianteremo altri alberi: quelli di acacia albida che, intendiamoci, sono brutti ma brutti che i salici e i pini e gli olmi e le querce si stanno rivoltando, ma sono utili a rendere il terreno più fertile. E non è questo che vogliamo, in questo Mondo che è sempre lo stesso ovunque si vada: un terreno fertile?
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