Emeroteca
19 febbraio 2016
Emeroteca
19 febbraio 2016
Ho tutta questa matassa di pensieri in testa, come scatoloni di un trasloco, disposti nel soggiorno, chiusi con il nastro adesivo, il contenuto descritto da parole simboliche segnate su un fianco da un pennarello tremolante. Eppure è come se continuassi a dormire su un materasso buttato sul pavimento, un paio di coperte, in attesa che arrivi un’impresa di traslochi a portare via tutto. Nel mentre, su un paio di scatoloni, ci sono finite dentro anche un paio di cose accadute durante questi giorni lontano (dunque vicino) casa:
- Mai avrei detto che sarei finito a guardare una partita del Napoli a Monaco di Baviera, nella taverna di uno sconosciuto, tale presidente del Napoli Fan Club bavarese, seduto a fianco di un lattoniere emigrato una decina di anni fa a Rosenheim, a commentare la posizione di Insigne e fargli ricordare la geografia italiana.
- Quella mattina che sono passato in auto sopra il ponte sull’Isar, a Grunwald, pochi minuti prima che un uomo si gettasse di sotto. E l’elicottero sul greto del fiume, e i pompieri che ostruivano il traffico, e la coda di auto che rallentavano (esattamente come accade in Italia) per assistere a qualcosa di brutto. Attorno, solo colori inderogabilmente invernali, marroni, grigi, una balena di nebbia bianca adagiata nell’alveo del fiume, diversi metri sotto di noi un uomo con le braccia spalancate e gli occhi chiusi, un giubbotto di pelle, un poliziotto che si fumava una sigaretta.
- Il vento che spazzava la neve sopra la carreggiata della discesa dal Passo Resia, il vento che mi entrava nel naso, che scoperchiava scatoloni che pensavo di aver sigillato meglio.
- Mai avrei pensato, anche, che un giorno sarei riuscito a toccare un campanile semisommerso dall’acqua, in mezzo a un lago, un campanile con cui ormai trattengo conversazioni molto più franche, oneste, equilibrate che con il resto dell’umanità. Ti ho scoperto per caso, Campanile, poi ti ho ritrovato, sempre hai segnato tutti i centimetri che mi separano dall’impossibile: eppure, una mattina di inverno, ho camminato sull’acqua congelata fino a toccarti.
- I luoghi di cui ci ricordiamo soltanto per i sogni che abbiamo fatto nelle notti in cui vi soggiornammo. Erwald è un paese austriaco del Tirolo, subito dopo il confine con la Germania, e mi è rimasto indelebile per il sogno che mi capitò di fare esattamente un anno prima.
- Adesso invece mi capita di sognare di essere condannato all’ergastolo per un omicidio non commesso (unico presente nella stanza mentre moriva la vittima, niente alibi), o di essere vittima di un “clamoroso raggiro” (nei miei sogni le persone parlano come i mattinali dei carabinieri?).
- La stanza d’albergo in Val Venosta, raggiunta a notte fonda, sferzati dal vento, interamente tappezzata come tutto l’hotel di etichette. Verbi all’infinito per certificare la finita condizione umana: chiudere la porta, aprire con cura la tapparella, soprattutto, “non innaffiare i fiori”. Non innaffiare i fiori.
- Udine, un anziano che sfoglia la copia fresca di Repubblica, la carta ancora priva di pieghe, pulita, levigata, appoggiata sul muretto di cinta di Piazzale del Castello. Da una banale domanda sull’orario di apertura della salita, all’anziano si illuminano i minuti occhi azzurri balenanti nostalgia, e finisce a parlarmi di Mussolini, del rigore scolastico dell’epoca, “una volta bastava prendersi una nota per finire espulsi da tutte le scuole, per sempre”, il sesso e la droga che giravano nel piazzale e ne hanno portato, “per fortuna”, alla chiusura notturna, ai percorsi di studi, a cosa ho studiato io, a cosa hanno studiato i magistrati, ai giudici che dovrebbero anche prendere la laurea in psicologia, “perché sanno tanto di diritto ma non di giustizia, e non è mica la stessa cosa”.
- La cosa più bella di Udine però è stata la visione di un altro anziano, molto più robusto, dal viso rubizzo, ruvido, rotondo, berretto rosso conficcato sopra al capo e mani giunte dietro la schiena, posto immobile davanti alla vetrina dell’emeroteca cittadina, a fissare le persone ai tavoli intenti a sfogliare quotidiani e riviste. Gli ho voluto molto bene.
- E infine, quel cortocircuito che sempre innesca, ormai, la vista di una città dall’alto: stasera era Udine, il piazzale del Castello, la somma di detriti accumulati nei secoli fino a formare un colle modesto nella pianura, sufficiente a crearmi la solita vertigine alpina che ogni volta disperde nelle valli sottostanti i miliardi di pezzi di me. Ora quando guardo una città dall’alto non mi sembra di essere nello spazio, mi ricorda precisamente soltanto una città irraggiungibile e finisco così regolarmente per chiudere gli occhi.
Originally published at somewhere, February 19, 2016.
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