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Leopardi: il giardino sofferente

La sensibilità tra natura e uomo

Eleonora Petrini Rossi · 2023-01-05 12:33 · 20 claps · 2.7 min read
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Leopardi: il giardino sofferente

La sensibilità tra natura e uomo

La sensibilità comprende in sé due interpretazioni differenti: ella può essere la capacità fisica, scientifica, di recepire con più o meno forza delle sensazioni (emerge quindi una visione materialistica della realtà, dove si può analizzare positivamente questa sensibilità umana), dall’altra parte è la predisposizione dell’uomo o l’importanza che egli dà alle emozioni (una sensibilità quindi più legata allo spirito e all’anima).

Considerando l’educazione di Leopardi di stampo illuminista e di conseguenza materialistica, ne è deducibile che il poeta avrebbe concordato con la prima definizione. Nel passo dello Zibaldone “Il giardino sofferente”, egli in ripetute occasioni usa espressioni quali “parti più sensibili, più vitali” , “tagliando le membra sensibili” o ancora “Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi”. Rilevante è la scelta frequente del termine “sensibile”, quasi come se l’autore stesso volesse dire al lettore che le piante siano effettivamente sensibili. Alla frase di chiusura del passo però egli scrive:

…e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

Dunque in verità Leopardi ritiene che ci sia una netta e chiara differenza tra la condizione degli uomini e quella delle piante: i primi sono sensibili alla vita e le seconde no. Tale tesi quasi si contrappone alla precedente, posta proprio all’inizio del passo:

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu, e sarà sempre, infelice di necessità. […] Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri a loro modo. Non gli individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

Qui è nitida la sintesi del pessimismo cosmico leopardiano (1824–1828), infatti l’infelicità viene posta come condizione necessaria per tutti gli elementi dell’universo, comprese le piante. L’infelicità però è un sentimento legato alla sensibilità e quindi tipico dell’essere umano. Leopardi tuttavia lo ricollega all’intero universo, dunque la piante possiedono o no la sensibilità?

Ci siamo continuati a porre questa domanda per anni, in realtà vi abbiamo risposto in maniere interessanti e ogni volta diverse nel corso dei secoli. Cartesio ad esempio sosteneva che solo gli esseri umani avessero coscienza di sé e non riusciva ad accettare l’idea che anche altri animali, la questione sottintende anche le piante, potessero provare dolore. Denuncia infatti un contemporaneo di Cartesio:

Gli scienziati (cartesiani) bastonavano i cani con la più assoluta indifferenza e si prendevano gioco di coloro che avevano compassione di queste creature pensando che sentissero dolore. Dicevano che gli animali non sono altro che orologi, che i lamenti con cui reagiscono alle percosse sono solo il rumore di una piccola molla che è stata sollecitata, e che nel loro corpo non c’è posto per i sentimenti.

Compiendo un salto fino all’età contemporanea, la teoria che più fa sorgere domande e dubbi è quella di Mancuso. Egli ipotizza che le piante abbiano una propria sensibilità, dovuta però esclusivamente alla presenza di una “rete” nervosa, una sorta di cervello a noi sconosciuto nelle modalità d’azione che permette alle piante di comunicare attraverso agenti chimici fino a raggiungere un linguaggio di tremila sostanze. Mancuso si rifà agli esperimenti, poi sfatati, di Backster del 1966, nei quali le piante reagivano ad azioni di violenza contro altre specie, “leggevano nel pensiero” e “riconoscevano dei sospettati”. Pertanto la “sensibilità” delle piante non è legata alle emozioni intese come provenienti dall’anima o dallo spirito, bensì è una serie di azioni chimiche, definite e scientifiche.

Entrambi gli esempi escludono la seconda definizione di sensibilità, così come Leopardi aveva dichiarato nel suo Zibaldone. Le piante possiedono quindi, ipoteticamente, un grado di intelligenza legato al loro mondo, ma non vantano di questa “anima” tanto ricercata e incompresa propria dell’uomo.


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