Ricordi Sotto la Pioggia
Il fumo della mia sigaretta si attorciglia nell’aria fredda della stanza, tagliato solo dalle luci blu della scientifica che rimbalzano sui…
Ricordi Sotto la Pioggia

Il fumo della mia sigaretta si attorciglia nell’aria fredda della stanza, tagliato solo dalle luci blu della scientifica che rimbalzano sui grattacieli di Tokyo. Davanti a me, distesa sul pavimento di marmo bianco del suo attico di lusso, c’è la top model numero uno del Giappone. Brutalmente assassinata. Il suo viso, perfetto e cereo, è incorniciato da una scia di sangue scuro.
Faccio un passo avanti, mentre i flash dei fotografi mi accecano a intermittenza. È allora che la vedo. Accanto al corpo, posata con una precisione geometrica quasi rituale, c’è una carta da gioco. La regina di picche. Un brivido viscerale mi scende lungo la schiena, bloccandomi il respiro.
«Ispettore Vance? Ha trovato qualcosa?», chiede il mio secondo, ma la sua voce mi arriva attutita, lontana.
Non rispondo. Fisso la carta e sento il pavimento mancarmi sotto i piedi. C’è qualcosa di profondamente sbagliato, qualcosa di malato in questa scena. Inizio a indagare sui dettagli, ma la verità mi colpisce allo stomaco: io ho già visto quella carta.
La notte scorsa era nei miei incubi. Anzi, no. Quella carta è fisicamente a casa mia, custodita in un cassetto chiuso a chiave dal mio ultimo caso irrisolto. E la cosa più folle, quella che mi sta facendo dubitare della mia stessa sanità mentale, è che io conoscevo la vittima.
Non sui giornali. Non sulle passerelle. Sospetto di averci parlato, di averla incontrata in un club sotterraneo tre giorni fa, ma i miei ricordi sono confusi, avvolti da una nebbia fitta, come se qualcuno avesse manipolato i miei pensieri. È un’ossessione che mi striscia dentro da ore.
Lascio la scena del crimine senza dire una parola, scendendo nei vicoli bagnati di pioggia del quartiere di Shibuya. Le insegne al neon riflettono ferite rosse e viola sull’asfalto scuro. Cammino velocemente, alzando il colletto del cappotto nero, ma la sensazione di oppressione non mi abbandona.
Un rumore di passi leggeri spezza il ritmo della pioggia dietro di me. Qualcuno ha iniziato a seguirmi.
Giro bruscamente l’angolo, infilandomi in un vicolo cieco, e mi sfilo la pistola dalla fondina. Mi volto, pronto a tutto, ma l’ombra che si staglia contro il neon non appartiene a un sicario.
È una donna. Ha vent’anni, i capelli bagnati corti e spettinati, e indossa un trench scuro. Il suo sguardo è una lama affilata che mi trafigge nel buio. La riconosco subito: Akira, la detective privata legata ai clan della yakuza, la mia spina nel fianco da mesi. La mia più acerrima rivale.
«Metti via quel ferro, Vance», sussurra, facendo un passo avanti. La sua voce è un graffio sensuale nella notte. «Sei dentro fino al collo e lo sai.»
«Cosa ci fai qui, Akira? Mi stai seguendo?», le ringhio contro, stringendo la presa sull’arma, anche se il cuore ha preso a battere a un ritmo forsennato che non ha nulla a che fare con la paura.
«Ti sto salvando la vita, idiota», dice lei, avvicinandosi così tanto che riesco a sentire il profumo di gelsomino e pioggia che emana dalla sua pelle.
Mi strappa la pistola di mano con un movimento fluido e mi spinge contro il muro di mattoni, bloccandomi con il suo corpo. «La carta che hai trovato… la stringevi in mano anche tre sere fa, quando mi hai giurato che avresti bruciato questa città pur di proteggermi. Te lo sei dimenticato?»
La guardo dall’alto, catturato dai suoi occhi scuri e magnetici. La nebbia nella mia testa inizia a diradarsi, rivelando frammenti di un’attrazione oscura, ossessiva, che ci lega da tempo dietro la facciata dell’odio professionale. Non eravamo solo rivali. Eravamo due anime predatrici incastrate nello stesso labirinto.
«Non mi ricordo di lei, ma mi ricordo di te», sussurro, mentre la mia mano sale automatica a stringerle la nuca, affondando le dita nei suoi capelli umidi.
«Allora ricorda anche questo», ribatte lei, annullando lo spazio tra le nostre bocche.
Il bacio è violento, disperato, un urto di denti e labbra che sa di sangue e pioggia. È un amore oscuro, nato tra i segreti di una Tokyo sotterranea che vuole vederci morti.
Le sue mani artigliano il mio cappotto, stringendomi come se fossi la sua unica ancora di salvezza in mezzo al caos. Non c’è delicatezza, c’è solo il bisogno ossessivo di possedersi prima che il prossimo assassino ci trovi. In questo vicolo cieco, mentre qualcuno ci osserva dall’ombra, capisco che la caccia è appena iniziata.
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