La scomparsa di Jürgen Habermas
Una notizia che pesa. E che arriva con quella particolare gravità che hanno le scomparse di chi ha fatto del pensiero una forma di…
La scomparsa di Jürgen Habermas

Una notizia che pesa. E che arriva con quella particolare gravità che hanno le scomparse di chi ha fatto del pensiero una forma di responsabilità civile. Jürgen Habermas è morto il 14 marzo 2026 a Starnberg, vicino Monaco di Baviera, all’età di 96 anni, dopo aver dedicato tutta la sua opera a difendere una convinzione semplice e radicale: la convivenza umana può reggersi soltanto sul dialogo.
C’è però qualcosa di profondamente paradossale, e forse emblematico, nella biografia intellettuale di quest’uomo: era nato con una palatoschisi, una malformazione del palato che lo aveva accompagnato per tutta la vita, e fu proprio questa condizione a spingerlo a fare della comunicazione linguistica il suo principale campo di ricerca.
Il filosofo del linguaggio che aveva difficoltà a parlare. Come se il corpo stesso gli avesse assegnato il suo tema: l’ostacolo come vocazione. Da linguista, ciò che mi colpisce di più nel suo lascito non è tanto la teoria dell’agire comunicativo come edificio sistematico, imponente, certo, quanto una distinzione che percorre tutta la sua opera: quella tra agire strategico e agire comunicativo.
Nel primo si usa la parola per ottenere un risultato; nel secondo si usa la parola per cercare insieme la verità. È una distinzione che oggi suona quasi utopistica, in un’epoca in cui il linguaggio pubblico è diventato quasi interamente strumentale, spot, slogan, post, algoritmo.
Nella sua opera monumentale, la “Teoria dell’agire comunicativo”, Habermas individuava nel linguaggio e nella ricerca del migliore argomento il fondamento dell’agire sociale e della democrazia. Non nel potere, non nella forza, non nel carisma. Nel miglior argomento. Una fiducia che oggi appare quasi commovente nella sua ostinazione.
Con la sua scomparsa, è venuto a mancare l’ultimo rappresentante vivente della Scuola di Francoforte. Si chiude così una stagione del pensiero europeo che aveva saputo tenere insieme critica della modernità e fiducia nella ragione, non la ragione strumentale di cui Adorno e Horkheimer diffidavano, ma quella ragione comunicativa che Habermas aveva voluto salvare proprio dalle macerie del nazismo.
Nacque con un labbro leporino e da questo derivò la sua intuizione della natura profondamente sociale della vita umana. Da Starnberg, ci ha lasciato qualcosa di più di una teoria: ci ha lasciato un’etica della parola. In un tempo in cui le parole si svalutano a velocità industriale, questo è forse il lascito più urgente. Il resto, ora, è silenzio. Ma un silenzio che interroga.
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