“Qualificato” lo decide qualcun altro. “L’ho fatto”, lo decidi tu.
“E tu, quale università hai fatto?” Tutto filava liscio: la proposta che avevo fatto era piaciuta e il cliente era soddisfatto. Ma quella…
“Qualificato” lo decide qualcun altro. “L’ho fatto”, lo decidi tu.

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“E tu, quale università hai fatto?” Tutto filava liscio: la proposta che avevo fatto era piaciuta e il cliente era soddisfatto. Ma quella domanda mi ha messo in difficoltà. Non perché non fossi laureato, ma perché mi ha destabilizzato: Sono davvero adeguato?
Quella era la prima volta. E ancora, dopo trent’anni, mi fa sobbalzare: il peso del “non abbastanza” nello stomaco, prima ancora di rispondere. La risposta è: nessuna. Ho un diploma da perito informatico, dopo decenni di apprendimento da autodidatta, partendo da quando internet era roba da smanettoni e AWS non esisteva nemmeno nei sogni di Bezos.
Eppure ho lavorato per multinazionali, ho progettato architetture cloud e ho guidato team. Non è bastato a zittire la voce. Mi ha seguito fin qui, davanti a questa pagina: non mi sento abbastanza qualificato per scrivere di crescita personale.
Ho sessant’anni. Ho letto centinaia di libri di self-help. Ma ogni volta che mi siedo a scrivere un pezzo su come migliorare, la stessa voce mi chiede: “Chi sei tu per insegnare questo?” Non sono uno psicologo. Non ho un dottorato. Non ho costruito un’azienda da milioni di euro. Non ho un fisico scolpito né una vita instagrammabile. Sono un perito informatico in sedia a rotelle (non lo dico per suscitare pietà, ma perché questo condiziona ogni giornata) che ha passato la vita a leggere e a provare cose su di sé.
E allora perché dovrei scrivere?
Per anni ho lasciato che quella voce avesse l’ultima parola. Poi ho notato una cosa sulla domanda stessa.
“Mi sento qualificato?” è una domanda a cui non puoi rispondere da solo. Qualificato significa che qualcun altro ti ha dato un permesso: un titolo, un diploma, una certificazione, un seguito abbastanza grande. È un cancello, e la chiave ce l’ha sempre qualcun altro. Finché aspetti di sentirti qualificato, stai aspettando che una persona che non conosci ti batta la mano sulla spalla e ti dica: ora puoi. Quella persona non arriverà mai. Non perché non te lo meriti, ma perché non è il suo lavoro venire a cercarti.
Così la domanda ti tiene fermo per sempre. È fatta apposta. Il punto è che te la fai tu.
La cosa strana è che nel mio mestiere avevo già risolto questo problema, e non me n’ero accorto.
Il primo progetto AWS enterprise complesso che ho seguito aveva tutto quello che sulla carta non ero qualificato per fare: multi-region, disaster recovery, compliance GDPR. È andato in produzione in tempo e sotto budget. E lì ho capito una cosa: al cliente non interessava quale università avessi fatto. Gli interessava che il sistema funzionasse.
Che sia una ricetta ben riuscita, un muro tirato su alla perfezione, o un lavoro come il mio, il punto è sempre lo stesso.
La competenza e il titolo non sono la stessa cosa. Il titolo dice che a un certo punto hai superato un esame. La competenza la dimostri sul sistema che funziona, davanti a chi ci ha messo i soldi. Da quel progetto ho smesso di presentarmi come “solo un perito” e ho cominciato a dire “senior engineer”, senza asterischi.
A scrivere ci ho messo più tempo ad applicarla, la stessa lezione. Davanti alla pagina mi rimettevo a cercare il permesso che davanti ai sistemi avevo smesso di aspettare.
Ecco il cambio che mi ha sbloccato.
Insegnare richiede autorità. Quando provi a insegnare, la voce ha ragione: chi sei tu per dire agli altri come si vive? Non hai il titolo, non hai la cattedra. Ma c’è un altro modo di scrivere che non richiede nessun permesso: riferire.
Un cronista non insegna. Riferisce quello che ha visto, quello che ha provato, quello che è successo. La sua unica qualifica è esserci stato. Nessuno chiede a un testimone il diploma da testimone. Gli chiede solo: c’eri? È andata davvero così? Sei onesto su com’è finita, anche quando è finita male?
Quando ho smesso di scrivere “ecco come si fa” e ho cominciato a scrivere “ecco cosa ho provato su di me e cosa è successo”, ho deciso anche di non ascoltare la voce dell’impostore. L’ho ringraziata e sono andato avanti. Non perché sono diventato più qualificato. Perché ho smesso di rivendicare un’autorità che non ho, e ho cominciato a riferire da un posto dove ci sono stato per davvero.
E in quel posto ci sono stato più della maggior parte. È che io ci ho messo tanto, troppo, per capirlo e metterlo in pratica. Una sedia a rotelle da trentacinque anni è il laboratorio più duro che conosca per testare cosa tiene in piedi una persona e cosa no. Non ho teorie sulla resilienza. Ho un referto.
La prossima volta che vuoi scrivere, parlare, proporre qualcosa, candidarti, dire la tua, e la voce ti chiede “sei abbastanza qualificato?”, non risponderle. È la domanda sbagliata.
PROVA QUESTO: Sostituiscila con due domande a cui puoi rispondere da solo, subito: l’ho fatto davvero? Sono disposto a riferirlo onestamente, anche i fallimenti compresi?
Se la risposta è sì a entrambe, hai l’unica qualifica che conta. Non è un titolo. È l’aver fatto la cosa, più il coraggio di raccontarla senza barare sul finale.
Io non sono qualificato per insegnarti come vivere. Non lo sarò mai, e ho smesso di aspettarlo. Ma su molte cose ci sono stato, le ho provate su di me. Il permesso di farlo non me l’ha dato nessuno. Me lo sono preso il giorno in cui ho capito che lo davo a me stesso.
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