Avevo solo martelli, e tutto sembrava un cantiere
Come ho dovuto disimparare tre modelli del mio mestiere per cominciare a scrivere — e cosa è rimasto al loro posto
Avevo solo martelli, e tutto sembrava un cantiere
Come ho dovuto disimparare tre modelli del mio mestiere per cominciare a scrivere — e cosa è rimasto al loro posto

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Per trentacinque anni il mio mestiere mi ha insegnato a costruire software e poi infrastrutture cloud. Quando ho cominciato a scrivere, ho applicato gli stessi modelli e i miei primi pezzi sono morti uno dopo l’altro. Non mi mancavano modelli mentali. Me ne avanzavano.
1. Una sera che non torna
19 novembre 2025. Un paio di ore di lavoro serale sul pezzo “La scienza dietro ADAPT”. Pensavo che i 5 articoli che stavo pubblicando sul metodo di apprendimento che stavo mettendo a punto fossero perfetti. Avevo fatto tutto per bene, apparentemente. Ho scritto la “specifica”, ho impostato la struttura come avrei fatto in un documento di progetto (obiettivo, sviluppo, chiusura), ho prodotto circa 1.200 parole pulite e, dopo averle rilette, ho capito che si trattava di un manuale, non di un articolo. Niente di mio dentro. Tutto perfettamente al posto giusto, ma morto. E mi sono detto: “Forse non sono fatto per questo”.
2. Il giardiniere e l’informatico
Ho letto in questi giorni un pezzo di Álvaro García, un divulgatore spagnolo che scrive su Medium di modelli mentali. La sua tesi è semplice: per pensare meglio, devi ampliare la cassetta degli attrezzi. Più modelli, più lenti, più angoli. Esempio classico: John Snow nel 1854, che non risolse il colera con la medicina ma con una mappa.
García ha ragione in generale. Ma non è il mio problema.
Prima di andare avanti, però, una cosa va detta: io non sono uno scrittore di mestiere. Sono un perito informatico che ha trascorso trentacinque anni a lavorare sul software prima e sulle infrastrutture cloud poi. Ho cominciato a scrivere per il web da meno di un anno, dopo qualche tentativo fatto qualche anno fa senza troppa convinzione. Il mio Substack ha cinque iscritti: sono agli inizi, mentre su Medium alcuni articoli sono stati apprezzati da una cinquantina di lettori. Non parlo dall’arrivo. Parlo dal cammino. Lavorando a tempo pieno e combattendo con la disabilità, si aggiunge anche la difficoltà di trovare il tempo e le energie per restare costante.
Il mio problema, a sessant’anni, non è che mi manchino modelli mentali. È che ne ho troppi del mestiere sbagliato e, quando provo a scrivere, si attivano da soli prima che me ne accorga.
Per cominciare a scrivere, ho dovuto fare l’opposto di quanto propone García. Non aggiungere modelli. Smontarne tre.
3. Modello uno: “specifica, progetto, collaudo”
Nel mio lavoro, le infrastrutture si costruiscono così. Definisci i requisiti. Disegni l’architettura. Costruisci. Collaudi. Linearmente. Le iterazioni costano: un cambio di specifica a metà progetto rifà il piano dell’architetto, e qualcuno paga.
Ho applicato lo stesso schema alla scrittura. Definivo l’obiettivo del pezzo. Scrivevo lo schema. Riempivo i punti. Rileggevo. Pubblicavo.
Il risultato era prevedibile, lineare e morto. Mancava la cosa che dà vita a un pezzo: la scoperta. Non sapevo cosa stavo per scrivere finché non lo scrivevo.
Adesso scrivo così: parto da una scena, da una frase, da una contraddizione che non si scioglie. Non a partire da un obiettivo. L’obiettivo emerge a metà e, a volte, cambia. E mi aiuta a guardarmi dentro. Non funziona per tutti i tipi di scrittura. Per i romanzi vale altro.
Mark Thompson, scrittore di mestiere, chiama “terrible advice” la regola di scrivere solo dopo aver risolto, e ammette di averla seguita “tre anni di troppo”. Per me, prima di disimpararla, sono passati trent’anni di un altro mestiere.
Poi, ho cominciato a cambiare. Ad esempio, scrivere l’articolo “Quindici minuti” è nato incrociando nelle mie note due rami di mappe diverse che si sono incontrati e hanno dato una nuova prospettiva. Quella è la mossa che ha sostituito “specifica → progetto → collaudo”.
4. Modello due: “ottimizza il throughput”
In una pipeline di deploy il throughput è tutto. Quanti commit alla settimana, quanti deploy puliti, quanti ambienti tirati su senza intervento manuale. È la metrica del mestiere. Più scorre, meglio è.
Per un periodo ho applicato la stessa metrica alla scrittura. A step at a time deve uscire ogni settimana. Quanti pezzi ho pubblicato quest’anno? Quanti follower ho preso? Qual è il tempo di lettura medio?
Funziona, in superficie. Ma c’è un costo invisibile.
Il costo è che i miei progetti più lunghi e lenti, che non producono un throughput settimanale — come Il viaggio di Jack, il secondo romanzo che pubblicherò in proprio — vengono sempre dopo. Non ho mai remore a saltare un capitolo del libro. Ce l’ho a saltare un A step at a time.
Il throughput settimanale è un sistema operativo che, se non lo controlli, ti convince che il valore risieda nella frequenza. Non sta nella frequenza. Sta nel pezzo.
Thompson lo dice da un altro angolo: dopo vent’anni online, l’unica cosa su cui scommetterebbe ancora è “creare un’attività noiosa e ripetitiva”, non virale. Il backlog paga, la frequenza no.
Inoltre, questo è un problema quando lavori contemporaneamente su un libro che ti appassiona. Mi è successo con Il viaggio di Jack, dove mi sono fermato per settimane al capitolo 4 perché gli articoli settimanali mi mangiavano. E così, ero fermo al punto in cui Jack deve decidere se andare o no a trovare un vecchio compagno di college che ora è in prigione. Ho cercato di chiudere il capitolo in fretta e furia e, con il senno di poi, il risultato è stato terribile. Quando ho ripreso, mi sono reso conto di essermi perso: c’è voluto un po’ per immergermi nella storia, nei personaggi e nelle loro emozioni.
Che uno scriva libri o no, il punto è che l’efficienza potrebbe ammazzare la creatività, ma anche il contrario. Quindi, in soldoni, cerco di mantenere una cadenza regolare, ma sto imparando a non struggermi se una settimana va diversamente: lo accetto così. Non significa mollare il colpo perché sento la responsabilità verso i miei lettori, anche fosse uno solo.
Se devo scegliere, preferisco un articolo in meno ma di qualità, piuttosto che scrivere tanto per dire: “Ho pubblicato un articolo”.
5. Modello tre: “documenta tutto”
In un’infrastruttura complessa la documentazione è la sopravvivenza. Ogni decisione architetturale ha un ADR, ogni cambio ha un ticket, ogni passaggio ha un runbook. Senza, l’infrastruttura diventa illeggibile dopo 6 mesi.
Per due anni ho applicato la stessa logica al mio vault di scrittura. Indici curati per topic. Dashboard che contavano le note attive. Tag organizzati gerarchicamente. Una pipeline a quattro fasi (cattura, ricerca, sintesi, pubblicazione) con quattro skill per ciascuna.
Risultato: il vault era diventato un’infrastruttura di sé. Più tempo passavo a manutenerlo che a scrivere. Le settimane in cui aggiornavo correttamente i tag erano anche quelle in cui non pubblicavo nulla.
Il 20 aprile 2026 ho rimosso l’intera pipeline. Anche le skill che funzionavano. Adesso il vault funziona dal basso: i collegamenti emergono dai wiki-link nelle singole note, non da indici curati. Niente report automatici sul vault. Niente dashboard.
Il vault parla tramite le note, non tramite metriche su sé stesso. È un’idea che mi è costata due anni per capirla, perché contraddiceva tutto ciò che il mestiere mi aveva insegnato.
6. Cosa rimane
Smontati i tre, è rimasta una cosa che non avevo prima.
Spazio. Spazio per un’idea che arriva di lato mentre cammino e che entra in un pezzo che stavo scrivendo per un altro motivo. Spazio per un libro che procede a un capitolo al mese: va bene così. Spazio per una nota che non ho ancora collegato a niente e che resterà lì finché qualcosa la ripesca. Spazio anche per le paure e per vincerle.
Darius Foroux racconta una versione adiacente: aver raggiunto la passive income non gli ha eliminato l’ansia, gliel’ha solo spostata. La disciplina che la tiene a bada è quotidiana e piccola — l’erba tagliata. Lo spazio funziona così.
Lo “spazio” non è un mental model. È quello che resta quando i mental models sbagliati se ne vanno.
Prova questo: prenditi un foglio adesso e scrivi i 3 modelli del tuo mestiere precedente che applichi automaticamente al tuo nuovo lavoro. Cerchia ciò che ti fa più male. Quello è il martello da posare.
7. Cosa significa per te
Se anche tu vieni da un mestiere strutturato (informatica, ingegneria, architettura, finanza, medicina, qualsiasi cosa con processi formali) e vuoi cominciare a scrivere, prima ti chiedo una cosa.
Prima di pensare a quali modelli ti serva aggiungere, prova a chiederti quali modelli stai trascinando con te senza accorgertene. La specifica. La metrica di throughput. La documentazione completa. Il framework che hai usato per decenni e che ti sembra invisibile come l’acqua al pesce.
Quei modelli mi hanno reso bravo nel mio mestiere. Mi stanno rendendo meno bravo in questo nuovo. Forse capita anche a te.
Se invece non vieni da un mestiere strutturato, comincia a scrivere prima di preoccuparti del metodo. Non perché il metodo non sia importante, ma perché è importante ciò che provi, ciò che senti. Poi ci sarà tempo per aggiungere metodo.
Aggiungere è la mossa ovvia. Disimparare lo è meno — ed è spesso ciò che cambia il mestiere.
A proposito, Jack poi il suo viaggio lo ha fatto.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Il mio percorso è “lavori in corso” e mi piace l’idea di imparare dagli altri.
메타데이터
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