← Back to list

I mille coltelli di Ryuichi Sakamoto

Francesco Petraglia · 2023-06-07 15:38 · 46 claps · 6.8 min read
#music #italiano #ryuichi-sakamoto #giappone #yellow-magic-orchestra
Open on Medium ↗
Wiki topics: CUL · Culture & Media 🎵 · Music & Audio

I mille coltelli di Ryuichi Sakamoto

Andata

Il cancro. Parola oggi usata forse un po’ a sproposito, al di fuori del gergo medico. Che brutta parola. Una delle condizioni organiche che pongono inevitabilmente l’umano dinanzi alla sua condizione di finitudine, di limitatezza, di transitorietà. Una di quelle cose perturbanti che, per quanto tu sappia della loro esistenza, pensi sempre non possano tangerti. Un’altra di queste cose è la morte. Cancro, finitudine, morte: naturalmente, un unico campo semantico.

Nel 2017 Ryuichi Sakamoto parla al mondo della sua vita con il cancro. Non della sua “lotta” con il cancro, attenzione. Della sua convivenza. Ovviamente Sakamoto non poteva che parlare di tutto questo con il suo linguaggio prediletto: il suono. Non necessariamente la musica, bensì il suono, in generale. L’armonia e la cacofonia, la melodia e la dissonanza, la foglia calpestata da una scarpa e la corda di un pianoforte colpita dal martelletto. Quell’album si chiamava “async”, non a caso.

Nella contemplazione di tutto ciò che è suono, Sakamoto include tutto ciò che è mondo, tutto ciò che è vita. E nel suono c’è anche la dissonanza. Così come nella vita c’è sempre la morte. Accettazione serena delle (finte) dicotomie della realtà. Il pianoforte sfuma nell’organo, il dolore sfuma nell’accettazione. La paura non impedirà all’arte di riempire l’aria.

[embed]

Behind the Mask

Sakamoto negli anni ’70 incontra due ragazzi geniali come lui, e si forma la Yellow Magic Orchestra. Ryuichi Sakamoto, Haruomi Hosono e Yukihiro Takahashi. Riferimenti e background musicali diversi, che confluiscono in una collaborazione esplosiva. Sakamoto da ragazzino pensava di essere la reincarnazione di Debussy, Hosono amava il country e il rock ’n’ roll, Takahashi era imbevuto di Beatles e “British invasion”. Il risultato è stata una deflagrazione rivoluzionaria nella storia della musica leggera giapponese e della musica elettronica tutta. Purtroppo dalle nostre parti il nome Yellow Magic Orchestra non è esattamente tra i più conosciuti, nonostante l’impatto titanico che il trio nipponico ha avuto nella successiva scena synth-pop e addirittura hip-hop, dagli Ultravox ad Afrika Bambaataa, fino a Michael Jackson. Come ammesso dal trio in persona in un’intervista relativamente recente, fra i pionieri di un certo modo di fare musica elettronica ci sono i Kraftwerk, Giorgio Moroder e poi loro. Si potrebbero fare battute su un asse Roma-Tokyo-Berlino dell’elettropop, ma sorvoliamo.

La magia della Yellow Magic Orchestra sta, tra le altre cose, nell’aver intercettato e raccontato, nei suoi aspetti al contempo più scintillanti e più alienanti, la coeva esplosione industriale e tecnologica del proprio paese. Tra gli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso il Giappone visse infatti un periodo di fioritura ed espansione economica straordinaria, dando vita all’immagine “mitica” del Paese del Sol Levante come terra di grandi ed avanguardistiche metropoli, frutto e cornice di un’economia e un’industria altamente dinamiche. Tutto questo avrebbe poi portato allo scoppio inevitabile di una bolla speculativa e alla conseguente crisi economica giapponese degli anni ’90. Intanto la Yellow Magic Orchestra si faceva però ambasciatrice più o meno volontaria dell’estetica e dell’entusiasmo di quel periodo, pur avvertendo già nell’aria una qualche forma di “inquietudine” nell’assistere al vissuto alienato del cittadino giapponese tra i palazzi e le luci delle “technopolis” (titolo del brano di apertura del secondo album firmato YMO) di cui Tokyo era ovviamente la forma di espressione più lampante.

Questa è la ragione per cui, a mio parere, la YMO non può essere propriamente inclusa, come talvolta viene fatto, nel più ampio filone del cosiddetto “city pop”, una sorta di “filone” della musica pop giapponese dipanatosi tra gli anni ’70 e gli anni ’80, e i cui due più celebri esponenti sono probabilmente Mariya Takeuchi e Tatsuro Yamashita. Pur avendo collaborato con artisti city pop in più di un’occasione, la YMO credo si distacchi da questo filone sia per ragioni strettamente musicali (per via di un utilizzo molto più massiccio e talvolta “aggressivo” di sintetizzatori e affini) sia appunto per una frequente inquietudine di fondo, assente nei brani city pop più iconici, dediti a un immaginario raggiante, ottimistico, o al massimo romanticamente malinconico.

[embed]

World Citizen

Sakamoto ha sempre, esplicitamente, rifiutato qualsivoglia etichetta, incluse categorizzazioni di natura artistica, musicale e culturale. Nel libro-intervista “Ryuchi Sakamoto — Conversazioni” di Massimo Milano ed edito da Arcana, questo argomento viene affrontato in più punti. Trovo molto affascinante la sua franchezza nell’ammettere come

“Il senso di colpa per ciò che il Giappone ha fatto agli altri è sempre stato più grande del risentimento provato per quello che gli Stati Uniti hanno fatto a noi” .

Si riferiva alle varie azioni delle truppe imperiali durante il secolo scorso, come la riduzione a colonia della Corea e all’impatto che questo ha avuto sulla popolazione coreana nella percezione di tutto ciò che è nipponico. Al tempo stesso ovviamente palesava il riconoscimento di una eccessiva influenza della cultura americana su quella giapponese, a partire dal Secondo Dopoguerra; influenza che ha finito per standardizzare nel grande calderone della globalizzazione occidentale alcune peculiarità identitarie del suo paese, finendo per annacquare anche aspetti delle loro tradizioni religiose e spirituali.

È un po’ ironico pensare come questa onestà intellettuale e questa volontà di distaccarsi da un banale campanilismo siano sempre appartenute a un artista forse talvolta associato, da parte di una fetta di pubblico occidentale, a un’estetica e una percezione stereotipiche del Giappone. Certamente Sakamoto non ha mai nascosto le influenze orientali che permeano da sempre le sue composizioni, eppure non ha mai temuto il confronto e l’osmosi con grandi maestri della musica colta occidentale, da Bach a Debussy. E sì, egli si è sentito spesso coinvolto negli avvenimenti cruciali della sua patria (basti pensare al suo esteso interessamento ai postumi della catastrofe di Fukushima, del 2011), eppure al contempo non provava particolare disagio nell’essersi stabilito negli Stati Uniti. E, tornando alle commistioni puramente musicali, Sakamoto ha saputo essere esponente di una vera e propria “world music”, incrociando il suo percorso artistico con suggestioni provenienti dalla bossa nova, le ritmiche africane, il funk, l’elettronica mitteleuropea, il futurismo italiano e altro ancora. Un artista appunto libero da etichette, sperimentatore costante, dedicatosi magari anche in incursioni meno riuscite in alcuni territori sonori, ma sempre in costante movimento tra culture, atmosfere, linguaggi internazionali ma mai standardizzanti, e sempre capaci di amalgamarsi efficacemente con le proprie cifre stilistiche e sensibilità artistiche peculiari.

[embed]

Intermezzo

L’ho scoperto per caso, grazie a un post su Facebook una decina di anni fa. In quell’occasione ho scoperto la Yellow Magic Orchestra, precisamente, ma il mio sguardo e le mie orecchie si sono subito posati su di lei, Maestro. Ricordo che andai subito a cercare dei video di esibizioni live della YMO, e trovai questa performance molto recente, per l’epoca. L’evento si chiamava “No Nukes” e risaliva al 2012, quindi si trattava di testimonianze audiovisive abbastanza fresche. Subito mi soffermai su di lei, Maestro Sakamoto. Mi colpiva molto la sua capacità di suonare quelle parti di tastiere con una concentrazione ieratica e al tempo stesso farsi trascinare dal groove dei brani, con delle divertite oscillazioni del corpo. Non avevo ancora la più pallida idea di quante cose, composizioni, colonne sonore, album e collaborazioni avesse fatto, eppure già da quei pochi video ammiravo la sua capacità di essere profondamente serio e genuinamente divertente e divertito. Ho sempre creduto che questa sia la miglior combinazione possibile di qualità che un musicista, e in generale un artista, possa avere.

Ma come si chiama questo tastierista? Dovevo scoprirlo subito. Rapida ricerca su Wikipedia, e il sottoscritto adolescente scopriva chi fosse Ryuichi Sakamoto. Insieme a gente come i Beatles, Franco Battiato, Lucio Battisti, i Kraftwerk, lei mi sembrava essere uno di quegli artisti che il destino non poteva non farmi incrociare. Il linguaggio delle sue composizioni risuonava con qualcosa di latente ed intrinseco del mio cuore, del mio spirito. Quelle note di pianoforte, o di sintetizzatore, mi dicevano qualcosa che in fondo sentivo di sapere già. Era solo questione di tempo: era inevitabile che la sua musica sarebbe entrata nella mia vita. Le sue opere mi hanno accompagnato in tantissime circostanze. Ricordo nitidamente un me stesso ventunenne, da poco arrivato in una città del nord Italia all’epoca ancora nuova ed ignota, nella solitudine del suo monolocale e in una nebbiosa sera di fine autunno, consolarsi ascoltando in cuffia le sue note al pianoforte. Mi sentii meglio.

La notizia che la malattia era tornata più forte di prima mi intristì. Lei, Maestro, aveva capito di dover usare il più possibile il tempo che le era rimasto per continuare a dare arte. E noi ascoltavamo grati tutto ciò che riusciva ancora a regalarci con le sue energie residue, che andavano man mano affievolendosi. Fino a quella sera di inizio aprile, in cui è arrivata la notizia. La notizia che tutti sapevamo sarebbe arrivata, prima o poi, ma che avremmo voluto arrivasse il più tardi possibile.

Neanche tre mesi prima, sempre per la stessa, maledetta, malattia, avevamo già perso Yukihiro Takahashi. Sempre per la stessa, maledetta, malattia, io nel frattempo avevo perso qualcuno di molto, molto importante.

A volte è difficile trovare un senso alle cose.

[embed]

Thousand Knives

Il primo album solista di Sakamoto esce nel 1978 e si intitola “Thousand Knives”. A quanto pare, questa dei mille coltelli è un’immagine tratta da un’opera dello scrittore Henri Michaux, il quale cercava di descrivere l’esperienza di assunzione di mescalina. L’album di Sakamoto si apriva con un recitato distorto di una poesia di Mao Zedong, “Monte Jinggang”. La poesia racconta di come il gruppo di guerriglieri di Mao riesca a resistere all’assalto dei nemici grazie ad un’unica e salda volontà collettiva, e ad avere la meglio. Già all’epoca era chiara la volontà di Sakamoto di attingere dalle fonti e dalle culture più disparate, per creare un linguaggio artistico e musicale tutto suo. Chissà se sapeva che di lì a pochi anni sarebbe diventato lui stesso una fonte autorevole a cui rifarsi.

“Mille coltelli”. Mille anime musicali, mille imprese tra composizioni, collaborazioni artistiche, performance dal vivo, operazioni di filantropia ed attivismo, performance attoriali e chissà quanto altro ancora. Come i guerriglieri di Mao, Sakamoto ha poi affrontato a viso aperto la malattia, continuando a suonare, comporre, comunicare. Accettando la propria finitudine e al contempo sorridendole rispettosamente, con la consapevolezza che la propria arte, prodotta fino alla fine dei suoi giorni, gli avrebbe dato la migliore forma di immortalità.

Oggi a noi resta la manifestazione di tale immortalità: un corpus immenso di creazioni meravigliose, splendide opere dell’ingegno creativo e della sensibilità di un uomo, di cui potremo godere illimitatamente.

Ciononostante, resta un po’ nei nostri cuori il dolore di quei mille coltelli.

[embed]


메타데이터
post_id
a0d2d6fb1fd3
slug
i-mille-coltelli-di-ryuichi-sakamoto-a0d2d6fb1fd3
url
https://medium.com/@francescoptr/i-mille-coltelli-di-ryuichi-sakamoto-a0d2d6fb1fd3
canonical_url
https://medium.com/@francescoptr/i-mille-coltelli-di-ryuichi-sakamoto-a0d2d6fb1fd3
author_url
https://medium.com/@francescoptr
status
ok
fetched_at
2026-07-30 14:14:29