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Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena

Rispondesse ad una costituzione proclamata così fiaccamente, con violente proteste e con una serie di atti rigorosi contro i quali i…

Toor0.3 · 2025-08-07 08:34 · 0 claps · 5.6 min read paywalled
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Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena

Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena

Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena

Rispondesse ad una costituzione proclamata così fiaccamente, con violente proteste e con una serie di atti rigorosi contro i quali i vaganti propositi del Principe Reggente e della rivoluzione [50]a lui fidata si sarebbero rotti. Carlo Felice affrettava l’intervento austriaco che certo non aveva uopo d’eccitamenti; sconfessava la costituzione; investiva de’ suoi poteri tre Governatori Generali, fra i quali il nostro Della Torre per Novara; spodestava di fatto il Reggente, ravvivava la vacillante fedeltà dei soldati e dei sudditi, invocava le preghiere dei vescovi e la benedizione di Roma: faceva insomma in una parola tutto quello che la più semplice arte di Stato doveva suggerire a un Principe nel suo caso.

Al contrario i Costituzionali aggiungevano errori ad errori, debolezze a debolezze, e si lasciavano grandeggiar in casa il nemico senza prepararsi a combatterlo.

«Prima cura del Reggente e della Giunta Provvisoria doveva essere la convocazione del Parlamento: e nessuno vi pensò.

«Non meno importava dichiarare incontanente la guerra all’Austria, mentre, per i casi di Napoli, mal custodita si trovava la Lombardia; e non solo la guerra non fu dichiarata, ma l’ambasciatore austriaco si lasciò in Torino a cospirare impunemente colla nobiltà, col clero e colla diplomazia.

«Non la intese tuttavia in egual modo il popolo torinese che, fatto accorto delle trame del barone Binder, si recò minaccioso al palazzo della legazione di Vienna, e costrinse l’insidioso diplomatico ad allontanarsi dal Piemonte.

«Era debito dei governanti di chiamare ai principali impieghi, specialmente nell’amministrazione politica e militare, gli uomini che [51]non erano macchiati da antica lue, e mostrati eransi più affezionati al nuovo ordine di cose; e non se ne fece nulla. A tutte le cariche si lasciarono i vecchi impiegati; a reggere le provincie rimasero tranquillamente comandanti e governatori, notissimi a Corte e maestri consumati di despotismo.

«Per dar base alla Guardia Nazionale se ne compose un simulacro in Torino; e perchè la parodia fosse più compiuta si nominava comandante in capo il marchese Vittorio Maria della Chiesa di Rodi.

«Nel ministero, creato in fretta nei primi giorni, si fece qualche mutamento, senza gran frutto per la pubblica amministrazione. Al marchese di Breme succedette negli affari esteri il conte Ludovico Sauli. Il cavaliere di Villamarina, o fosse ammalato o volesse esserlo, si mostrava tentennante. Continuarono nei loro uffizi il conte Cristiani, il cavaliere Dal Pozzo, il cavaliere Degubernatis, e questa litania di Marchesi, di Conti e di Cavalieri ci avverte che, ad onta della rivoluzione, durava a Corte l’antico vezzo dei titoli e delle pergamene»[1].

Pure la rivoluzione volgeva apparentemente vittoriosa.

Tutte le città principali erano insorte; Genova, Biella, Ivrea, Vercelli, Saluzzo, Pinerolo, Vigevano, Voghera, avevano, prima o poi, seguito l’esempio di Alessandria e di Torino e levata la bandiera costituzionale.

Restava Genova sola, per antica educazione repubblicana, diffidente d’un moto principesco; [52]ma alla fine quando vide affiggersi per le vie le proteste di Carlo Felice contro la Costituzione non ebbe più freno e si levò in armi. Fu lotta breve, e in poche ore un consiglio governativo di liberali assumeva col consenso e la sanzione del Governatore Des Geneis, ostaggio degli insorti, il governo della liberata città.

Ma tutto ciò era poco al paragone del vigoroso e compatto sforzo che facevano i reazionari guidati dal consiglio di Modena per riacquistare il perduto terreno. Essi cospiravano apertamente e nessuno ne li impediva o castigava. Da Modena Carlo Felice comunicava liberamente co’ suoi amici, gli Andezeno, i Thaon di Revel, i Des Geneis; il governatore di Cuneo cospirava, il governatore di Nizza cospirava.

Gli scritti, le parole, le promesse del Re correvano libere nelle file dell’esercito: i due governi di Alessandria e di Torino erano in conflitto tra di loro e diffidavano, e Carlo Alberto faceva dire al suo Regio cugino che si sottometteva a’ suoi ordini, e abbandonava già segretamente quella causa della quale agli occhi del pubblico pareva ancora il campione.

IL RACCONTO DELLA SENTINELLA. Tre sole persone a noi note avevano cominciato a sospettare gli andamenti del Principe [53]Carignano: lo studente Muschietti, il capitano Gambini e l’artigliere Santafiori.

Più avveduti, o più ardenti degli altri che si cullavano in una beata fiducia, essi avevano letto nelle esitazioni del Principe i presagi della defezione futura e avevano deciso sottoporlo ad una segreta sorveglianza.

La Guardia del Principe era solidamente montata da artiglieri, e perchè egli era capo di questo corpo, e perchè poneva in essi una singolare predilezione e fiducia.

Un ufficiale d’artiglieria comandava tutto il picchetto, il quale aveva l’incarico di vegliare lo scalone, le anticamere e tutti gli sbocchi del principesco appartamento. Fra le altre una sentinella guardava giorno e notte la terrazza che dalla sua camera da letto dava nei giardini del Palazzo Carignano. Questa sentinella, la meno visibile di tutte, era la più prossima a lui.

Ai tre amici era facile provvedere perchè questo posto fosse sempre affidato alla custodia di un servo fidato. Il capitano Gambini, nominato dopo la rivoluzione della Cittadella, maggiore, comandava la sezione d’artiglieria di stazione in Piazza Castello e poteva destinare la guardia che avesse voluto.

Giorgio, nominato sergente, poteva avere il comando d’un posto e scegliere la sentinella tra i più sicuri camerati.

Così fu deliberato; e il Principe di Carignano aveva dì e notte intorno a sè una rete inavvertita di scolte che spiavano i suoi passi e potevano quasi udire le sue stesse parole.

La notte del 22 marzo Giorgio non aveva [54]potuto trovare alcuno di sicuro a cui confidare la guardia della terrazza; risolse di farla egli stesso. La notte era calma e stellata; il servizio non era pesante; il luogo era deserto e nessuno poteva venir a chiedere il perchè un sergente montasse di sentinella in luogo d’un soldato semplice. Inoltre Giorgio sperava, se pur c’era a scoprire qualche cosa, di scoprire più co’ proprii occhi, e co’ proprii orecchi, che con quelli degli altri. Prese adunque la carabina della sentinella e le disse: Tu va a dormire: resto qui io per questa notte.

La sentinella non se lo fece dire due volte e ruzzolò giù dalle scale a precipizio.

La terrazza sulla quale era rimasto Giorgio era ampia quanto un vasto cortile, e le sentinelle avevano l’ordine di stare all’orlo estremo per sorvegliare il cortile. Giorgio però, spinto dalla curiosità, e convinto che il Principe aveva più bisogno di sorveglianza che i ladri o i congiuratori immaginarii che potevano montar dal giardino, invece di stare al posto fissato, cercava tenersi vicino all’appartamento per poter meglio spiare ciò che vi accadeva.

Egli non fu ingannato nella sua aspettazione, e la mattina appresso corse a fare al capitano Gambini ed a Muschietti il seguente racconto:

— «Poteva essere mezzanotte. Io aveva udito il Principe rientrare nella sua camera da letto; e veduta la sua ombra passare più volte davanti alla grande finestrata che dà sulla terrazza. Poi per un gran pezzo non udii e non vidi più nulla: notai anzi che gli scuri interni della finestrata erano stati [55]chiusi per di dentro: tuttavia un raggio lungo e sottile che trapelava dalla fessura, mi avvertiva che un lume doveva essere ancora acceso nelle stanze del Principe. Io m’era accostato alla finestrata per tentar di cogliere tutti i suoni che partissero dalla stanza; e dopo un’ora circa d’aspettazione sentii il sordo rumore d’un passo sul tappeto; poi un altro; poi un altro ancora: era un uomo che camminava. Chi era? Un valletto? od il Principe in persona? non lo poteva ancora indovinare. Tesi l’orecchio e contenni il respiro e udii un altro suono che si confondeva col gemito e colle parole. Avrei dato una metà del mio sangue per poter distinguere una sillaba in quel bisbiglio…. ma nulla. Era quasi un’ora che origliava, e già disperava di poterne raccapezzare qualche cosa, quando a un tratto mi giunsero chiare e distinte all’orecchio queste due parole «fuggire? chi mi dice di fuggire? Un’ombra lunga, magra, fosca, avvolta in una zimarra nera che le cascava fino a’ piedi ne sbucò a un tratto a precipizio come se fosse stata inseguita da alcuno, e andò a fermarsi [56]al parapetto della terrazza restandovi lunga pezza immota, intenta sull’ombre folte del giardino. Poi mosse un braccio come per asciugarsi la fronte e cominciò a camminare coi passi del sonnambulo e finalmente a parlare…Io restai immobile, sbalordito, ma non era ancora rinvenuto dal mio stupore quando l’uscio della stanza del Principe che dà sulla terrazza scricchiolò sopra i suoi cardini e s’aperse.

Io posto in gran pericolo d’essere scoperto corsi a nascondermi nella mia garretta, esplorando con occhi intenti dal pertugio fatto per la spia delle sentinelle, quel che accadeva sull’uscio.


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