Il mio Museo delle Relazioni Interrotte
A Zagabria ho tempo cinque ore e mezza prima del prossimo pullman. Lo zaino, pesante e ingombrante, prova a boicottare il mio tentativo di…
Il mio Museo delle Relazioni Interrotte
A Zagabria ho tempo cinque ore e mezza prima del prossimo pullman. Lo zaino, pesante e ingombrante, prova a boicottare il mio tentativo di fare un giro per il centro: non demordo. Mentre il sole inizia a scendere scatto qualche fotografia ai murales e agli incroci. Concentro la mia attenzione sugli sguardi delle persone: a cosa pensano qui quando camminano sole?
Sono in Piazza Jelačić quando inizio a sentire i primi dolori alla schiena. Mi siedo per riposare e nonostante sia già buio cerco distrattamente quali musei non siano troppo distanti. Con sorpresa ne trovo uno che chiude alle 21; si chiama Museum of Broken Relationships, Museo delle Relazioni Interrotte. Nutro basse aspettative: provo curiosità e attrazione ma allo stesso tempo temo la fregatura dell’attrazione turistica.
Mi muovo tra le stanze con rispetto, come per non disturbare qualcuno che sta riposando. Ho abbandonato lo zaino all’ingresso e ora sguscio agile tra le persone attirata da un oggetto o per ritornare su un altro.
Il mio riflesso nello specchio dove, dice la targhetta, usava specchiarsi la moglie dell’uomo che ha donato l’oggetto al museo preparandosi a uscire a tradirlo mi fa sentire a disagio, come fossi parte di un’intimità che non mi appartiene. C’è la porta di casa dove abitava una donna con il figlio prima che morisse, gli amici della donna hanno dedicato al bambino disegni e poesie che hanno scritto col pennarello indelebile. Poi c’è il nastro con la registrazione della voce dei genitori della donatrice: quando è morto il padre, la madre ha posto il mangianastri con la traccia nell’altare buddhista di famiglia perché aveva visto un film il cui protagonista ascoltava una registrazione talmente tanto e con tale foga da cancellarla, e ne era rimasta scossa. Ci sono anche vestiti, lettere, souvenir e biglietti. Appartengono a storie interrotte da un tradimento, un allontanamento, oppure dalla morte.
Io che cosa donerei?
Nella stanza del Museo dedicato alle Mie Relazioni Interrotte ci sono tanti scaffali e due teche. Custodisco la macchina fotografica di un amore finito male, il quadro donatomi da un’amicizia spezzata, qualche maglietta non mia, un cappello. Tutto questo e molto altro è riposto con ordine e affiancato dalla relativa spiegazione sulle mensole di scaffali fragili di una stanza che sa di chiuso e di sospeso. In fondo alla lunga stanza ci sono le due preziose teche.
A sinistra una scacchiera con una partita a dama iniziata, a destra un sudoku con una matita non molto appuntita. Sono il simbolo di tutti i giochi che ancora vorrei fare con voi, di cui a volte sento ancora il profumo o ritrovo un bigliettino scritto con la mano tremante. La didascalia che affiancherei alla teca di sinistra sarebbe:
Damiera, 2020 Dopo mangiato beveva il caffè e andava a riposare. Si addormentava con il libro delle preghiere tra le mani e si svegliava per la pastiglia delle cinque e per bere il the con i biscotti. Così ogni giorno. Rompeva la routine solo se la convincevo a giocare a dama. Sorrideva astuta e annuiva con aria di sfida. Studiava ogni mossa concentrata e senza parlare. Deglutiva forte prima di sollevare la mano grossa e poco rovinata dagli anni e scegliere con l’indice la pedina da portare a destinazione perché diventasse dama. Se vinceva si alzava e un poco ingobbita dall’età a piccoli passi arrivava al letto, se perdeva (accadeva di rado) acconsentiva a una nuova partita per uscirne sempre vittoriosa. Non gioco a dama da quando è andata via: non accetto che ora a sorvolare con fare rapace sulla damiera sia la mano di un’altra persona, e non sono pronta a farmi battere da un altro vincitore.
Sudoku, 2018 Dice Laura che una volta l’ha vista sbattere la rivista sul tavolo sostenendo in francese che la redazione avesse sbagliato qualcosa, che in quel Sudoku doveva esserci un errore. A più di 90 anni quel gioco la assorbiva ancora completamente, e lei gli attribuiva un’importanza cruciale: non voleva perdere la testa, era attaccata alla sua lucidità e alla sua memoria tanto quanto lo era alla vita. La ricordo sulla sedia sotto la finestra della cucina, vicino al termosifone sotto la mensola con la foto del nonno, appoggiata a un cassetto aperto, mentre bisbiglia numeri e si spaventa vedendomi entrare perché non ha sentito la porta. È stata mentalmente presente fino a un’ora prima di andare via.
Avrei voluto scrivere tutto questo di fianco agli oggetti delle Mie Relazioni Interrotte, e invece quello che ho scritto sul quaderno uscendo dal Museo vero è stato lacci, come il titolo del libro che ho finito da poco. Nel sospeso vedo infatti ancora nodi invisibili, nella presenza l’ombra degli assenti, nell’insostenibile pesantezza della fine una mano sollevata in attesa di scrivere il numero successivo, o di giocare la prossima mossa.
Non sono ancora sicura che le cose finiscano.

메타데이터
- post_id
- a74c7a1a4e4b
- slug
- il-mio-museo-delle-relazioni-interrotte-a74c7a1a4e4b
- url
- https://medium.com/@chiarapedrocchi/il-mio-museo-delle-relazioni-interrotte-a74c7a1a4e4b
- canonical_url
- https://medium.com/@chiarapedrocchi/il-mio-museo-delle-relazioni-interrotte-a74c7a1a4e4b
- author_url
- https://medium.com/@chiarapedrocchi
- status
- ok
- fetched_at
- 2026-07-26 12:24:21