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Quel maledetto documentario di antropologia, First Contact

È attraverso la sofferenza o, in questo caso, l’uccisione di un animale, che ci si incontra e si fa esperienza?

Un che di antropologico · 2025-03-01 15:11 · 0 claps · 3.8 min read
#anthropology #contact #incontro #humanity #human-being-human-doing
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Quel maledetto documentario di antropologia, First Contact

Scena del documentario

Scena del documentario

Marzo 2023, prima lezione di antropologia (in realtà la mia prima lezione di antropologia è stata esattamente a febbraio 2022 a Bellaterra, Barcellona, :) ), il prof ci assegna un documentario da vedere come compito per la settimana successiva. Quel documentario lo avrei rivisto un anno dopo per Antropologia Religiosa insegnata dallo stesso professore e sarebbe diventato una specie di meme, un tenero ricordo con il mio amico Giacomo, ex compagno di triennale, che tutt’ora vedo abbastanza frequentemente. First Contact è brutto, vecchio, noioso, ma pone tematiche direi interessanti. Anzi, la tematica “antropologica” per eccellenza: l’incontro con l’altro.

Dal latino popolare incóntra, ossia andare verso, trovarsi di fronte a…, la parola o, in generale, il tema dell’incontro, è da sempre di uso comune. Tanti e vari sono i contesti in cui questa parola viene utilizzata, ma qual è il suo vero significato che si cela nelle relazioni umane e, perché no, anche nelle ricerche antropologiche? Si pensi all’origine dell’antropologia e dell’etnografia: esse, oltre ad essere degli strumenti per comprendere le visioni del mondo, nascono da riflessioni basate sulle società incontrate; riflessioni ed osservazioni che creano e attraversano ponti, con lo scopo di mettere in discussione ciò che è dato per scontato. Famosa infatti, è l’affermazione Clifford Geertz, un antropologo statunitense che nel suo celebre libro L’interpretazione di culture scrisse di «rendere famigliare quello che è estraneo e rendere insolito quello che ci è famigliare»[1]. Ma come posso rendere famigliare quello che è estraneo e rendere insolito quello che mi è famigliare? Incontrando l’altro, se non sé stessi, trasformando un semplice “incrocio” in un “incontro”. Sarà allora vero che il nostro essere, come scrive Alessandro D’Avenia, è esito dello stare-comprendere (quindi anche dell’incontrare) piuttosto del binomio sapere-fare? «Siamo al mondo come insieme di relazioni che ci pongono nella vita come figli, fratelli, sorelle, amici, mariti, mogli, discepoli, maestri… per poi affrontare la realtà»[2]. L’incontro è, quindi, stare, comprendere, dialogare. Significa penetrare i propri o i meccanismi di una società che ci è estranea, risalendo a significati e concetti a noi molto spesso incomprensibili. Il ricercatore (sia chi ri-cerca sé stesso, sia chi vuole comprendere gli altri) diventa attore di un teatro vivente: «Il ricercatore, ascoltatore apparentemente distratto davanti alle porte aperte, ai misteri più pericolosi e amico compiacente e vivamente interessato al racconto dei casi familiari più insignificanti, deve condurre senza tregua una lotta paziente, ostinata, agile e caratterizzata da passioni dominate e represse»[3].

Incontrare l’altro non è mai facile, specie se quest’ultimo fa parte di un contesto ben diverso dal nostro. Ma ritornando a prima, di cosa parla il documentario? Con l’intento di cercare l’oro nella Valle di Wahgi, il più grande dei bacini degli altipiani della Papua Nuova Guinea, gli avventurieri Daniel Leahy, Mick Leahy e James Taylor scoprirono di essere i primi occidentali ad incontrare un intero popolo locale che non aveva mai avuto contatti con il mondo esterno; tutto questo venne documentato e nel 1983 uscì nelle sale First Contact diretto da Robin Anderson e Bob Connolly. Come suggerisce il nome stesso, First Contact vuole raccontarci di come sia avvenuto questo incontro tra esploratori stranieri e una popolazione completamente isolata dai rapporti con il resto del mondo. In questo documentario si può osservare come vi sia una diversità nell’uso degli utensili e un’incomprensibilità di essi. Il non aver mai visto certi oggetti ha scaturito nei nativi interesse e paura, coinvolgendo le loro emozioni. Particolari sono le associazioni (analogie) che il gruppo umano locale (scusate ma non ricordo il nome) facevano quando vedevano un qualcosa di mai visto prima: un grammofono era un insieme di voci degli spiriti, l’aereo era un grande uccello, così come il cavallo che veniva chiamato dai nativi “grande maiale”.

E come potete immaginare, il primo incontro non è stato per nulla cordiale: non solo vi era una barriera linguistica, ma si trattava di un incontro mai avvenuto prima. Gli indigeni, spaventati, pensavano di essersi trovati difronte al nemico, cioè agli australiani, anche loro inquietati e sorpresi dell’incontro fatto con un mondo completamente diverso, lontano, alcuni direbbero primitivo. Se i tre ricercatori si erano avventurati in quelle terre per cercare l’oro nei fiumi, gli indigeni pensavano che gli uomini bianchi fossero incaricati a cercare le ossa (ormai trasformate in cenere) della gente morta. Insomma, nessuno capiva con chi stava avendo a che fare. Mi piace pensare il primo incontro o, in generale, il riconoscimento, come un terreno di lotta costituito da vari gradi di tensione e, in certi casi, contraddistinto da una “sottomissione”. Nel documentario infatti, gli australiani dimostrano come riescono ad uccidere facilmente dopo aver sparato ad un maiale; è solo da questo momento in poi che i due mondi entrano in contatto. Questo fatto, come disse il prof., pone però una domanda: è attraverso la sofferenza o, in questo caso, l’uccisione di un animale, che ci si incontra e si fa esperienza?

A questa domanda non saprei rispondere. Credo che l’incontro con realtà diverse ci arricchisca tanto quanto la sofferenza. È vero, sono due ‘condizioni’ totalmente diverse, ma chi può dire che l’una non faccia parte dell’altra? E soprattutto, che una non possa completare l’altra? Quando soffro posso incontrare, quando incontro posso soffrire, no?

Insomma, quel maledetto e noioso documentario di antropologia, First Contact, non ci lascia affatto vuoti. Anzi, tutto il contrario. Ci riempie di domande, dubbi e riflessioni, talmente tante che non sappiamo più da dove cominciare né come orientarci. Ma d’altronde studiare antropologia è anche questo!

[1] Clifford Geertz, L’interpretazione di culture, 1973.

[2] Alessandro D’Avenia, Resisti, cuore. L’Odissea e l’arte di essere mortali, 2023.

[3] Griaule Marcel, L’enquete orale en Ethnologie, 1952.


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