← Back to list

L’Isola di Bouvet — 🇳🇴

Questa è la terra emersa più remota al mondo. Non esiste un altro luogo su cui sia possibile poggiare piede, più distante da altre coste…

Oddity Islands · 2023-08-20 16:15 · 0 claps · 11.3 min read
#bouvet #isola #isole #oddity-islands #youtube
Open on Medium ↗
Wiki topics: 🎙️ · Creator Economy

L’Isola di Bouvet — 🇳🇴

Questa è la terra emersa più remota al mondo. Non esiste un altro luogo su cui sia possibile poggiare piede, più distante da altre coste. E no, non si tratta della solita Tristan Da Cunha. L’Edimburgo dei Sette Mari è infatti l’insediamento umano più remoto, ma nel luogo di cui parleremo oggi, per quanto qualche timido (e vano) tentativo di collocare delle basi di rilevamento metereologico e dei depositi di viveri per i naufraghi ci sia anche stato, un insediamento non è solo insensato, ma anche impensabile. Tuttavia almeno un paio di misteri aleggiano su quest’isola a lungo ritenuta “un’isola fantasma” eppure esistente. Benvenuti sull’Isola di Bouvet.

Atlante Tascabile delle Isole Remote (pp. 72 73)

[embed]

Solo pochi altri luoghi sulla faccia della Terra possono definirsi tanto inospitali quanto l’isola Bouvet. Non c’è da stupirsi, dunque, se gli sceneggiatori di Alien vs Predator (2004) hanno scelto di collocare proprio nelle sue profondità i resti dell’antica piramide al centro delle vicende del film. Ma non sono per forza necessari alieni hollywoodiani e suggestioni lovecraftiane per allungare l’ombra del mistero sul ghiaccio dell’isola bouvet. A volte basta meno. Una scialuppa derelitta su un’isola non dovrebbe stupire molto, ma se l’isola in questione è questa remotissima landa desolata e ghiacciata le cose cambiano. Soprattutto se dell’equipaggio non vi è alcuna traccia. Ma andiamo con ordine.

Nella fredda notte del 13 Gennaio 1705 a Pleudihen-sur-Rance, villaggio bretone che conta oggi poco meno di 3000 anime, una donna è in travaglio. La mattina del 14 la donna stringeva tra le braccia il piccolo Jean-Baptiste. Così venne alla luce Jean-Baptiste Charles Bouvet de Lozier, futuro esploratore e governatore delle isole Mascarene, destinato ad essere colui che scoprì la terra emersa più remota. La più remota in assoluto.

Rimasto orfano all’età di 7 anni, Jean-Baptiste, dopo aver ricevuto a Parigi i primissimi anni della sua istruzione, fu rispedito nella sua Bretagna. A Saint-Malo, oggi fiorente località turistica e balneare, dove iniziò ad apprendere l’arte della navigazione. Diversi anni più tardi, nel 1731, divenne tenente della Compagnia Francese delle Indie Orientali e riuscì a convincere la Compagnia a fornirgli due navi. Le fregate Aigle e Marie, con le quali aveva intenzione di intraprendere un viaggio esplorativo alla volta dell’ancora misterioso Oceano Atlantico Meridionale.

Lozier Bouvet avvistò per la prima volta l’isola oggi nota come Bouvet il 1° gennaio 1739. Non riuscì a tracciare con precisione la posizione dell’isola, e quindi non era sicuro se Bouvet fosse un’isola o parte del fantomatico “Continente del Sud”. A causa della banchisa di ghiaccio che circondava l’isola non fu possibile circumnavigarla per provare la sua “isolosità”. Infatti Bouvet nelle sue cronache non si riferisce ad un’isola, bensì ad un promontorio da lui battezzato col curioso nome di “cape de la Circoncision”. Va bene. Non riuscì a sbarcare, nonostante sia rimasto vicino a Bouvet per più di una settimana. D’accordo che siamo nella prima metà del ‘700, ma questo può darvi comunque una misura dell’asperità che caratterizza questo luogo chiaramente dimenticato da Dio e fino ad allora ignoto agli uomini. Tanto che mi chiedo… ma infondo perchè sbarcare qui? E dev’esserselo chiesto anche lo stesso Jean-Baptiste perchè comprensibilmente dopo 10 giorni prende le sue fregate, gira i tacchi e se ne va.

33 anni di Cristo più tardi nel 1772, il capitano James Cook, a bordo della HMS Resolution, non fu in grado di trovare Bouvet, anche se dimostrò che non poteva essere una parte dell’Antartide navigando fino a una posizione di circa 300 miglia a sud della posizione riportata da Bouvet. Attorno a lui non scorse altro che il freddo, scuro e decisamente poco affabile oceano antartico.

Cook, sempre sulla Resolution, tornò nel 1775, ma ancora una volta non riuscì a trovare l’isola. (Cook proprio amante di questo luogo evidentemente). La caccia alle balene e la caccia alle foche portarono un afflusso di avventurieri nell’Oceano Antartico all’inizio del 19° secolo, e nel 1808, il capitano Lindsay della baleniera Swan della Enderby Company, accompagnato dalla Otter, avvistò Bouvetøya il 6 ottobre 1808. Segnò per la prima volta con precisione la posizione dell’Isola a 54º 26' Sud, 3º 24' Est. Lindsay non riuscì ad sbarcare a causa del cattivo tempo e del pack di ghiaccio circostante. Neanche lui. Ma questo non gli impedì di chiamare l’isola provvisoriamente col suo nome: Lindsay Island.

Clima e Morfologia

Ma com’è questo fatto che nessuno riesce a sbarcare su questa cavolo di isola? Per comprendere il motivo di tutte queste difficoltà dobbiamo dare un’occhiata un po più da vicino all’isola stessa. Ho avuto modo di fare due chiacchiere con Giuseppe Suaria, un ricercatore che che ha messo piede in questo luogo durante una straordinaria spedizione denominata Antarctic Circumnavigation Expedition (o ACE) organizzata dall’Istituto Polare Svizzero. Giuseppe, insieme con un team di 55 ricercatori da 30 paesi del mondo ha viaggiato da Dicembre 2016 a Marzo 2017 a bordo della rompighiaccio russa Akademik Tryoshnikov, che mentre registro si trova ormeggiata a Sanpietroburgo, durante la circumnavigazione del continente antartico ha lavorato ad uno dei 22 progetti realizzati dal team di ACE. Gli ho chiesto di raccontarmi (e di raccontarci) la sua esperienza ed in particolare la sua visita a Bouvet.

Il primo sbarco su Bouvet fu fatto da Benjamin Morrell, capitano della baleniera Wasp, nel dicembre 1822: Morrell ricavò dalla spedizione diverse pelli di foca, e fu il primo di molti balenieri a visitare l’isola. Il 10 dicembre 1825, l’isola fu nuovamente avvistata dal capitano George Norris, capitano delle baleniere Enderby Sprightly e Lively. Norris rivendicò l’isola per la corona britannica, chiamandola Liverpool Island. La spedizione biologica tedesca del Valdivia, capitanada da Carl Chun, fece una breve visita a Bouvet nel 1898, ma non vi sbarcò. Quindi l’isola rimane saldamente nelle mani della corona britannica. E allora come mai oggi Bouvet è un isola norvegese e il suo nome ufficiale è Bouvetøya? Vediamo.

Le cose cambiarono quando con l’aumento della caccia alle balene nell’Atlantico del Sud aumentarono le spedizioni britanniche e norvegesi nella zona, alla ricerca di luoghi adatti all’installazione di basi d’appoggio. La Gran Bretagna aveva già una base ben avviata nella Georgia del Sud (chi di voi segue Oddity Islands anche su instagram forse si ricorderà del racconto che vi ho fatto nelle storie dell’avventura di Ernest Shackleton che SPOILER ALLERT proprio a questa base baleniera riusciva ad arrivare il 10 Maggio del 1916 dopo aver affrontato le placide, tiepide e tranquillissime acque dello stretto di Drake a bordo della James Caird che non è una nave, ma una scialuppa di una nave cioè la defunta Endurance, il veliero di Shackleton rimasto stritolato dai ghiacci antartici… insomma… una vacanza di salute. va beh trovate tutto nelle storie in evidenza del profilo instagram). Ma tornando a noi: Gli inglesi già avevano questa base sulle isole della Georgia del Sud e quindi accettarono di rinunciare a qualsiasi rivendicazione territoriale su Bouvet in favore della Norvegia, altra nazione all’epoca dedita alla caccia dei cetacei. La nave da ricerca Norvegia (che fantasia, amici norvegesi) fece scalo nel 1927 per stabilire un rifugio e un deposito di provviste per i naufraghi (che come vi ricorderete dal video delle Antipodi, sono una cosa che ha la sua importanza).

Con un decreto reale del 23 gennaio 1928, Bouvetøya divenne a tutti gli effetti un territorio norvegese. Nel 1929, Riiser Larsen, famoso esploratore, sorvolò più volte l’isola quando si decise di fare nuovi rilevamenti. Come già aveva fatto l’equipaggio del Norvegia, venne costruito un deposito di rifornimenti, anche se in questo caso in un altro punto dell’isola, questa volta a Larsøya. E questo ha senso perchè non si sa dove un naufrago potrebbe approdare e come abbiamo visto l’isola non è liberamente percorribile, se arrivi su una spiaggia con ogni probabilità su quella spiaggia rimani. Non puoi andartene in giro.

La Discovery, al cui comando c’era Sir Douglas Mawson con un meteorologo sudafricano (S. A. Engelbrecht) visitò l’isola più tardi nel 1929, ma trovò condizioni troppo ostili per stabilire una stazione meteorologica. In una successiva visita norvegese, entrambi i rifugi costruiti dalle precedenti spedizioni erano spariti completamente. Presumibilmente spazzati via dalla furia degli elementi. E nonostante davvero questo luogo ce la metta tutta, comunque preferirei trascorrere il mio agosto qui piuttosto che qui.

Nel 1934 l’ammiraglio E. R. G. R. Evans, comandante in capo della base navale britannica a Simonstown, si imbarcò in un periglioso viaggio a Bouvetøya con la HMS Milford per assicurarsi che nessuna potenza ostile vi stesse operando impunemente: le uniche “forze ostili” rilevate furono foche, elefanti marini, pinguini e volatili vari. Scampato pericolo!

Poco si è sentito di Bouvetøya durante la seconda guerra mondiale dal momento che evidentemente altro passava per la testa della gente, ma nel 1955, l’interesse è rinato in Sudafrica. I sudafricani infatti reputarono logico immaginare si stabilirvi una stazione meteorologica tutta loro. Fu allora che la fregata SAS Transvaal fu inviata in quei paraggi e il suo equipaggio fece diversi sbarchi sull’isola per tracciarne una mappa e cercare un sito adatto per piazzare questa famosa stazione meteorologica. Sorpresa sorpresa: Non fu trovato nessun sito adatto, e la Transvaal tornò mestamente in Sudafrica. Attenzione però, da quanto ho capito le autorità norvegesi nemmeno sapevano di questa cosa al tempo, cioè proprio come se non fosse successo niente. Alla nave di ricerca americana Westwind fu chiesto di “dare un’occhiata” a Bouvetøya quando navigò verso sud da Città del Capo nel 1957, e il suo elicottero fotografò un’area pianeggiante che prima non c’era sulla costa occidentale dell’isola, a sud di Cape Circumcision (che ok non sarà più il nome intera massa di terra come aveva inteso Bouvet, ma evidentemente hanno reputato comunque potesse essere un bel nome per un luogo e lo hanno mantenuto per questo promontorio che effettivamente può ricordare un po un pene). Quest’area libera dai ghiacci, la più grande dell’isola, si era formata evidentemente tra il 1955 e il 1957 in seguito ad uno smottamento tellurico, e fu poi chiamato dai norvegesi “Nyrøysa”, che significa “Nuove Rovine”. L’area costituisce l’unico punto vero e proprio di approdo sicuro dell’isola e per questo motivo è qui che venne costruita, molti anni più tardi, una stazione di rilevamento automatica, ma ci arriviamo tra poco.

Il misterioso ritrovamento

Nel 1964, la britannica HMS Protector visitò Bouvetøya, arrivando nei pressi dell’isola il 29 marzo. Uno dei due elicotteri Westland Whirlwind della Protector fece atterrare sull’isola una piccola squadra di rilevamento guidata dal capitano di corvetta Alan Crawford. Fu proprio allora che su Nyrøysa, in una piccola laguna interna, fu trovata una scialuppa di salvataggio abbandonata. C’era forse stato un naufragio?

Già durante i primi giri di elicottero Crawford si accorge di questo piccolo dettaglio di per sé banale, ma non in quelle circostanze. Infatti, incastrata sulla superficie ghiacciata della piccola laguna, una grossa scialuppa di salvataggio si distingueva tra le sagome dei leoni marini che quasi sembravano proteggerla. La presenza di una scialuppa di salvataggio con remi assortiti, fusti e lamiere, proprio lì, in una desolazione ben lontana dalle abitudinarie rotte marittime, desta più di un sospetto in Crawford. Inoltre la laguna fino a dieci anni prima non esisteva nemmeno e in quell’arco di tempo non è documentata nessuna spedizione sull’isola. Impossibile avvicinarsi troppo, un po’ per il comportamento aggressivo degli animali e un po’ per lo scarso tempo a disposizione. Crawford fa però in tempo a notare soltanto la presenza di un paio di remi e l’assenza di qualsiasi indizio utile per risalire almeno alla nazionalità della scialuppa. E poi un macabro quesito sorge spontaneo: dov’è l’equipaggio? Le ipotesi più semplici e accomodanti poi per un motivo o per un altro non reggono: l’isola è infatti troppo lontana da coste e rotte per pensare ad un naufragio. Lo scenario più plausibile riguarderebbe un possibile sbarco a terra durante una recente spedizione con conseguenti incidenti e complicazioni. Di spedizioni nell’intervalli di tempo ‘55-’64 non ce ne sono state, o almeno: non sono state documentate. In realtà lo stesso Crawford era stato avvicinato nel 1959, a Città del Capo, da un misterioso individuo di origine italiana. Presentatosi come Conte Beccaria, era in missione per conto dell’esploratore Silvio Zavatti e stava cercando proprio in Crawford aiuti e consigli in vista di una spedizione all’isola Bouvet. Non se ne fece nulla, ma un anno dopo Crawford ricevette una letterA dal professor Zavatti in cui quest’ultimo dichiarava di essere sbarcato sull’isola e di essersi inoltre avventurato sulle sue coste. Crawford si insospettì e scrisse al Conte Beccaria per trovare conferme. Il Conte negò tutto. Nonostante questo Zavatti fornì ulteriori dettagli e pubblicò un libro per ragazzi, Viaggio all’isola Bouvet, con annesse foto di…foche e basta. Tanto bastò a convincere Crawford che si trattasse di una bufala. Al di là del curioso episodio che aggiunge un po’ di sana italianità, è plausibile pensare che ci siano state spedizioni non documentate sull’isola? Sì, perché coi russi come sapete non bisogna escludere mai nulla. Recentemente è capitato all’attenzione dello storico Mike Dash, che si è occupato della vicenda, la notizia di una pubblicazione russa, appunto, dell’ornitologo G.A. Solyanik dal titolo “Alcune osservazioni ornitologiche all’Isola Bouvet”, contenuta in una rivista accademica del 1964. Purtroppo Dash non è stato in grado di mettere la mani su questa pubblicazione. Per fortuna PERò, c’è Reddit. Un utente è infatti riuscito a consultare alcune pagine di un’altra pubblicazione da parte dell’Istituto Oceanografico russo del 1960. Si legge che questo Solyanik era figlio del capitano di una baleniera, la Slava-9 e che spesso i due viaggiavano assieme. Al tempo, ogni anno, l’unione sovietica inviava alcune baleniere nelle acque dell’Antartico. si legge quindi di una visita, datata 27 novembre 1958, della Slava-9 all’Isola bouvet. Il resoconto terminava bruscamente con queste laconiche parole: un gruppo di uomini scese a terra…L’utente di Reddit riuscì però a leggere le restanti pagine. Sappiamo quindi che questo gruppo di marinai non fu in grado di tornare indietro dall’isola per complicazioni atmosferiche e dunque fu necessario un soccorso via elicottero. La scialuppa, quindi, fu abbandonata. Era il 1958. Il relitto rinvenuto con sgomento dal capitano Crawford dunque apparteneva ad un improvvido gruppo di marinai russi. O chissà, forse il professor Zavatti riuscì davvero a sbarcare sull’isola come raccontato nel suo libro. Ci piace pensare che c’entri qualcosa, in questa oscura vicenda.

L’incidente Vela

Il già citato S A Englebrecht visitò Bouvetøya nel 1966 per determinare l’ennesima fattibilità di stabilire una stazione meteorologica. Questa cosa della stazione metereologica incomincia a sembrarmi il più ambizioso progetto dell’umanità degli ultimi due secoli. Il parere unanime fu che una stazione meteorologica abitabile poteva essere stabilita e gestita solo da una grande potenza, con un ampio supporto.

Tuttavia, il posizionamento di una stazione meteorologica automatica sull’isola, diventata nel frattempo una riserva naturale nel 1971, era un’alternativa interessante. Questa fu stabilita dai norvegesi dalla MV Polarsirkel nel 1977, situata sulla Nyrøysa, e trasmesse per qualche tempo al satellite Nimbus 6. Una stazione temporanea di cinque uomini fu stabilita l’anno seguente, sostituita da un’altra stazione meteorologica automatica che continua tutt’oggi a funzionare.

Passano giusto due anni, siamo nel 1979. La notte del 22 Settembre alle 00:53 UTC, nelle buie acque comprese tra la nostra beneamata Bouvet e la sudafricana isola del Principe Edoardo, accade nuovamente qualcosa di misterioso, ma questa volta si tratta di qualcosa di molto ma molto più grosso di una scialuppa abbandonata in una laguna.

Facciamo un salto indietro. E qui ragazzi praticamente diventa una puntata di Nova Lectio. Ma per il momento ci fermiamo qui e farò una puntata numero due. Di buono c’è che ho già registrato tutto della nuova puntata e che è più breve di questa quindi se dio vuole non ci metterò altri 80 anni a pubblicare. Le ultime parole famose. Io per ora ringrazio tantissimo Giuseppe Suaria che si è gentilmente prestato a presenziare in questo video, ma ancora non lo salutiamo perchè tornerà anche nella seconda parte per raccontarci che cos’ha trovato sull’isola e qual è la salute ecologica dell’oceano meridionale e delle sue isole che come avete visto sono tra le più impervie e selvagge al mondo. Ringrazio, come sempre, anche Matteo Morelli che ha messo a disposizione la sua sempre suggestiva location per le riprese e naturalmente ringrazio ognuno di voi per avermi seguito fin qui. Per il momento, e solo per il momento, cari amici io vi saluto. I miei rispetti e alla prossima puntata.


메타데이터
post_id
adb1a0bfb8da
slug
lisola-di-bouvet-adb1a0bfb8da
url
https://medium.com/@oddityislands/lisola-di-bouvet-adb1a0bfb8da
canonical_url
https://medium.com/@oddityislands/lisola-di-bouvet-adb1a0bfb8da
author_url
https://medium.com/@oddityislands
status
ok
fetched_at
2026-07-25 08:51:29