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La disconnessione è politica

ma è soprattutto un privilegio che migranti e richiedenti asilo non possono permettersi.

Ellieesposito · 2026-07-11 17:32 · 1 claps · 5.4 min read
#digital-disconnection #migration #social-equity #human-rights #digital-inequality
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La disconnessione è politica

ma è soprattutto un privilegio che migranti e richiedenti asilo non possono permettersi.

Photo by Aarón Blanco Tejedor on Unsplash

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Nel parlare di disconnessione oggi si è portati a pensare principalmente a due questioni: il diritto alla disconnessione, ovvero la rivendicazione dei lavoratori a vedere rispettata la separazione tra vita privata e lavorativa, e il digital detox, ovvero quell’insieme di pratiche volontarie di allontanamento dal mondo digitale, con l’intento di “purificarsi” e, disconnettendosi con il mondo, riconnettersi con sé stessi.

In entrambi i casi, la visione legata alla disconnessione, oltre ad avere accezione positive, si fonda su una visione parziale ed egemonica di essa, ovvero quella di un gesto (individuale o collettivo) di ribellione, di rivendicazione e di attuazione dell’agency in risposta alle logiche e alle strategie del turbocapitalismo (Luttwak, 1999).

Affermare quindi che la disconnessione sia politica potrebbe far intendere che la politicità del perpetuarla risieda nell’atto di riappropriazione del proprio tempo, del proprio spazio e della propria salute. D’altronde nelle società contemporanee, quelle dalla cultura della connettività (van Dijck, 2013), i rischi sociali, politici, economici, culturali e ambientali legati all’utilizzo quotidiano e costante di internet e social media, sono ben noti e sono da anni oggetto di numerosi studi nell’ambito della sociologia dei media e del lavoro della giurisprudenza.

Tuttavia, come emerso dallo lavoro del 2024 di Tiziano Bonini e Miriana Cascone dal titolo “ ‘Disconnecting from my smartphone is a privilege I do not have’: Mobile connection and disconnection practices among migrants and asylum seekers in three migrant reception centres of Sicily”, solo una piccola parte di studiosi ha concentrato le proprie ricerche sulle disuguaglianze digitali (Hargittai, 2021), che non si fondano più solo sulla distinzione tra chi ha la possibilità di accedere a internet e chi no, ma che analizza il rapporto che le diverse classi sociali hanno con i media digitali. In questo filone critico Bonini e Cascone notano come, tra i diversi attori sociali presi in considerazione all’interno della letteratura scientifica, siano state completamente ignorate due categorie alla base della piramide del privilegio; quella dei migranti e dei richiedenti asilo. Due categorie che, se analizzate ribaltano completamente

“la visione positiva e universalistica della disconnessione come forma di agentività individuale e diritto [che] viene problematizzata da studi più recenti [e] che enfatizzano come la disconnessione possa rappresentare anche un marcatore di distinzione sociale e un privilegio che alcune categorie sociali […] non possono permettersi” (Cascone, Bonini, 2024).

Asserire che la disconnessione (o le disconnessioni, in quanto come vedremo, l’atto del disconnettersi può manifestarsi in una pluralità di forme) sia politica, significa quindi, prima di tutto, realizzare che è un diritto e un beneficio che non può essere rivendicato e attuato da tutte le persone allo stesso modo e che ciò ha ripercussioni ai danni dei meno privilegiati.

I ricercatori, attraverso un approccio etnografico, che ha richiesto metodologie varie e più o meno “formali”, si sono recati nel 2020 in tre centri di accoglienza di Ragusa, analizzando pratiche di connessione e disconnessione tra migranti e richiedenti asilo (precisando che, sebbene i richiedenti asilo siano tecnicamente anche essi migranti, la distinzione è funzionale ad accentuare alcune differenze emerse dalla ricerca e non ha la pretesa di semplificare o creare delle categorie di individui definitive).

Quello che è emerso è innanzitutto che per entrambe le categorie sociali la connessione è una necessità che permette di superare le difficoltà legate alla condizione migratoria. Le differenze linguistiche ed economiche, la burocrazia, lo spaesamento di vivere in un territorio che non si conosce, nonché la separazione da affetti e culture di appartenenza, sarebbero difficilmente gestibili e affrontabili senza la possibilità di uno smartphone e l’accesso a una rete internet. La connessione e i media digitali per migranti e richiedenti asilo diventano quidni relazione incorporata (Don Ihde, 1990) obbligata e finalizzata alla sopravvivenza.

Photo by Neil Soni on Unsplash

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Se l’idea di agire nel mondo come corpi estesi nella tecnologia (McLuhan, 1964) è guardata con preoccupazione da chi teme che possa esserci un punto di non ritorno (anche biologico) e che, a causa del desiderio di overperformare e di una ricerca continua della semplificazione quotidiana, gli esseri umani corrano il rischio di trasformarsi in automi incapaci di svolgere le più basilari e semplici funzioni in assenza della tecnologia (Carr, 2011; Han 2015), per migranti e richiedenti asilo il rischio esiste allo stesso modo ma non può essere aggirato o discusso negli stessi termini.

Gli autori dello studio notano però delle differenze nell’agire tramite lo smartphone, nel comportamento mediale, tra i due gruppi sociali, differenze che non erano mai state colte precedentemente (sebbene le due condizioni siano state diffusamente trattate come distinte) e che si manifestano all’interno di questi ambiti:

  • Dimensione affettiva della connessione

I migranti mantengono costanti e frequenti i contatti con i loro affetti, prediligendo videochiamate e condivisione di immagini e continuando ad utilizzare app e piattaforme diffuse nel Paese d’origine. Mantengono quindi viva la presenza e la condivisione del quotidiano, decidendo di non lasciarsi alle spalle il passato, nella speranza che possa ritornare nel futuro.

Al contrario, i richiedenti asilo preferiscono comunicare tramite pochi e veloci messaggi. Consapevoli dell’impossibilità di un ritorno in Patria, sono più inclini a intessere nuove reti sociali nel Paese ospitante e ad abbracciarne le usanze mediali locali, per ricominciare quanto prima una nuova vita e archiviare un passato spesso doloroso.

  • Gestione della sfera pubblica e privata sui social

I migranti utilizzano i social media, in particolare Facebook, concentrandosi sulla loro sfera privata. La pubblicazione è frequente e arricchita di immagini ma spesso propongono una versione edulcorata delle loro vite, per non destare preoccupazioni e rassicurare i familiari.

I richiedenti asilo, invece, utilizzano i social media, soprattutto Twitter, per avere una voce politica, si occupano di questioni pubbliche legate alla loro condizione diasporica, hanno interlocutori molteplici anche sconosciuti ed evitano di pubblicare immagini e far emergere informazioni personali.

  • Pratiche di disconnessione

Per migranti e richiedenti asilo la disconnessione non corrisponde mai a staccarsi del tutto dai media digitali, possibilità che non solo non avrebbe effetti benefici sui due gruppi sociali ma che comporterebbe stati di spaesamento e solitudine, soprattutto se improvvisi e incontrollati. La disconnessione consiste per loro nel trovare nuovi spazi di connessione, un “connettersi per disconnettersi” (Bonini, Cascone, 2024) e che nell’attuazione pratica consiste nel possedere più profili social.

Per i migranti i profili alternativi hanno la funzione di liberarli dalle maschere e avere una condivisione più ristretta ma più autentica con pubblici selezionati (simile per certi versi al ricorso a profili finsta da parte di gen z e gen alpha) mentre per i richiedenti asilo, questi account fungono da backup account, e hanno la funzione di riconnetterli con il proprio pubblico diasporico in caso di censura e cancellazione.

In conclusione, l’articolo offre uno riflessione critica sul concetto neoliberale di disconnessione, invitando forse a domandarsi come poter estendere la possibilità di praticare la disconnessione a tutti senza sfavorire nessuno, piuttosto che innalzarla a obiettivo comune.

Photo by Pier Monzon on Unsplash

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Bibliografia

Bonini, T., & Cascone, M. (2024). “Disconnecting from my smartphone is a privilege I do not have: Mobile connection and disconnection practices among migrants and asylum seekers in three migrant reception centres of Sicily”. New Media & Society. https://doi.org/10.1177/14614448241249371

Carr, N. (2011). The shallows: What the Internet is doing to our brains. W. W. Norton & Company.

Han, B.-C. (2015). In the swarm: Digital prospects. The MIT Press.

Hargittai, E. (Ed.). (2021). Handbook of digital inequality. Edward Elgar Publishing.

Ihde, D. (1990). Technology and the lifeworld: From garden to earth. Indiana University Press.

Luttwak, E. N. (1999). Turbo-capitalism: Winners and losers in the global economy. HarperCollins.

McLuhan, M. (1964). Understanding media: The extensions of man. McGraw-Hill.

van Dijck, J. (2013). The culture of connectivity: A critical history of social media. Oxford University Press.


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