La letteratura postcoloniale: nuove voci, nuovi poteri
Per anni, secoli, la voce dominante all’interno della storia — e di conseguenza anche della letteratura — è stata quella degli uomini…
La letteratura postcoloniale: nuove voci, nuovi poteri
Per anni, secoli, la voce dominante all’interno della storia — e di conseguenza anche della letteratura — è stata quella degli uomini europei. Le spinte rivoluzionarie che aprirono il periodo della decolonizzazione, portarono anche a una rivendicazione identitaria attenta alla riscoperta delle tradizioni soffocate dall’imperialismo. Una riscoperta del genere cela sempre il rischio della degenerazione in un eccessivo nazionalismo o in un tentativo di vivere secondo usanze e modelli che non rispondono più alle esigenze contemporanee, e che quindi a loro volta escludono idee diverse e potenzialmente rinnovatrici. Nei casi più fecondi, invece, che sono la maggior parte, riscoprire le origini di culture prima considerate marginali ha permesso di portare alla luce la violenza a cui tali culture e popolazioni furono sottoposte, di valorizzare la diversità, di recuperare una coscienza storica capace di denunciare i tentativi di annichilimento e di elaborare il trauma. Il termine ‘postcoloniale’, che indicava un periodo storico, è diventato dagli anni ’70 la categoria utilizzata nell’ambiente accademico e letterario per indicare tutti quei romanzi e saggi che cercano di rispondere alle domande, ai dubbi, alla sete di rappresentazione delle popolazioni non occidentali, che hanno sperimentato il colonialismo e sperimentano il neocolonialismo. Ho scelto quindi di parlarvi dell’argomento, con questo articolo e con altri successivi interventi, seguendo la tradizione di Dioneo di presentarvi i nostri lavori di laurea (Valentina aveva scritto del suo copione teatrale dei Promessi Sposi qui, Matteo del suo manoscritto eretico qui).

Pasini Alberto, Cairo
Edward Said in Orientalismo spiega quale sia uno dei problemi principali: l’immaginario. Come si può facilmente dedurre, è molto legato anche alla letteratura. Gli scrittori europei, più o meno in cattiva fede, hanno descritto l’Oriente (un’ampia zona del mondo che viene a coincidere con tutto ciò che europeo non era, e quindi una categoria mentale e non geografica) sempre nello stesso modo. L’Oriente è dominato da popolazioni pigre, indolenti, effeminate, ma che proprio per questo (e si può quindi capire come femminismo e postcolonialismo si ritrovino poi a rivendicare insieme un cambio di narrazione) sono lascive, corrotte, dedite alla mollezza di piaceri immorali. Le donne sono tutte disponibili, inizialmente ritrose ma che bisogna conquistare e addomesticare: la stessa spinta ha guidato i colonizzatori alla penetrazione nelle foreste africane e caraibiche. Gli uomini sono tutti meschini, da schiavizzare. Animaletti feroci da ammaestrare grazie alla luce intellettuale dell’Occidente. L’errore di giudizio che fecero anche gli scrittori che agirono in buona fede, fu quello di reputare l’Europa l’unica sede possibile della razionalità, il cui fardello era quello di civilizzare il resto del mondo, irrazionale e primitivo, in modo da farlo progredire senza che andasse alla rovina. Si uniscono quindi due mentalità: da un lato l’idea di progresso, di evoluzione (le civiltà africane sono a uno stadio precedente delle altre), dall’altro l’idea di un’immobilità immodificabile (gli africani resteranno sempre selvaggi, è la loro natura, ontologicamente definita). Alcuni scrittori viaggiarono in Oriente, soprattutto nel grande periodo dei viaggi da parte dei nobili. Come reagirono a quell’incontro? Alcuni mantennero la loro visione, rimanendo delusi quando l’Oriente non la rispettava (la colpa era dell’Oriente, non delle loro costruzioni), altri la cambiarono, altri ancora videro solo quello che vollero vedere (la cecità umana in questo è disarmante, ed era facilitata dalla possibilità di viaggiare solo in alcune città, alcuni ambienti).
L’Oriente divenne la sede di fatti bizzarri e divertenti, un luogo da visitare con l’occhio da voyeur. Per fare un esempio, questo è quello che Flaubert, interessato a godere fin troppo pienamente delle esperienze sessuali orientali, scrive visitando Il Cairo:
Per divertire la gente, il giullare di Mohammed Ali scelse un giorno una donna in un bazar del Cairo, la stese sul bancone di un negozio, e s’accoppiò con lei in pubblico mentre il negoziante fumava con calma la pipa.
Sulla via tra il Cairo e Shubra qualche tempo fa un giovane si è fatto sodomizzare in pubblico da una grossa scimmia. Come nell’episodio precedente, lo scopo era fare una buona impressione e suscitare il riso degli spettatori. È morto da non molto un marabutto — un idiota — che a lungo era passato per un santo marchiato da Dio; innumerevoli musulmane gli facevano visita e lo masturbavano — alla fine è morto di sfinimento — da mane a sera una perpetua stimolazione…
“Quid dicis” del fatto seguente: qualche tempo fa un “santone” (un po’ prete un po’ asceta) era solito camminare per le vie del Cairo completamente nudo, eccezion fatta per un berretto sul capo e un altro sul membro. Per orinare si toglieva il berretto dal membro, e le donne sterili che non si rassegnavano a non aver figli accorrevano, si mettevano sotto la parabola di urina e se la fregavano addosso.
Per quanto queste descrizioni facciano morbosamente ridere e attirino l’attenzione, risultano ovviamente lesive verso la dignità degli abitanti del luogo, e se sono le uniche ad essere diffuse finiscono per creare un’immagine molto scorretta dei paesi stranieri.
Sospeso tra fascinazione e repulsione, il mondo orientale per secoli non è quindi stato considerato in sé, ma come riflesso oscuro delle pulsioni occidentali, sede dell’inconscio, gemello primitivo a cui gli europei temevano di tornare. Lo scrittore e critico nigeriano Achebe, infatti, di Conrad e di altri romanzieri europei evidenzia questo problema: l’Africa è stata usata non come luogo reale ma come concetto metafisico, come palcoscenico primitivo in cui mettere in scena la follia e la regressione della psiche occidentale.
Bibliografia:
Edward W. Said, Culture and Imperialism, Londra, Vintage Publishing U. K., 1994.
Edward W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. di Stefano Galli, Milano, Feltrinelli, 2013.
Chinua Achebe, An Image of Africa: Racism in Conrad’s ‘Heart of Darkness’, in Joseph Conrad, Heart of Darkness, An Authoritative Text, Backgrounds and Sources Criticism. Londra, W. W Norton and Co., 1988, pp. 251–261.
메타데이터
- post_id
- adf51a8f4fa7
- slug
- la-letteratura-postcoloniale-nuove-voci-nuovi-poteri-adf51a8f4fa7
- url
- https://medium.com/dioneoblog/la-letteratura-postcoloniale-nuove-voci-nuovi-poteri-adf51a8f4fa7
- canonical_url
- https://medium.com/dioneoblog/la-letteratura-postcoloniale-nuove-voci-nuovi-poteri-adf51a8f4fa7
- author_url
- https://medium.com/@monicanarbeleth
- status
- ok
- fetched_at
- 2026-07-28 16:51:50