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Otello

Se pensiamo ad Otello ci viene subito in mente la tragedia di Shakespeare ma questo personaggio ha avuto una grande fortuna soprattutto…

Valentina Valota in Dioneo · 2020-04-16 12:00 · 2 claps · 3.0 min read
#otello #teatro #shakespeare #opera #lirica
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Otello

Se pensiamo ad Otello ci viene subito in mente la tragedia di Shakespeare ma questo personaggio ha avuto una grande fortuna soprattutto nell’Ottocento italiano

Otello e Desdemona a Venezia di Théodore Chassériau (1849)

Otello e Desdemona a Venezia di Théodore Chassériau (1849)

Otello, il moro di Venezia” questa tragedia è presentata da Shakespeare nel 1604 al Whitehall Palace di Londra: di sicuro una cosa che saltò agli occhi del suo pubblico fu il termine moro. Questo termine faceva subito scattare nelle menti degli uomini del primo seicento un’immagine negativa, inquietante e aggressiva soprattutto perché sono passati relativamente pochi anni dalla Battaglia di Lepanto del 1571, forse la più violenta combattuta durante la guerra di Cipro tra l’impero ottomano e la repubblica di Venezia per il predominio del Mediterraneo orientale; la guerra sarà poi vinta da Venezia e dalla Lega Santa (una lega formata da vari granducati italiani) e fu celebrata come una vittoria dei cristiani sugli infedeli musulmani.

Ma non è l’Otello in tragedia di Shakespeare l’argomento di oggi, ma…l’opera Otello scritta da Arrigo Boito e musicata da Giuseppe Verdi che aprì la stagione del Carnevale della Scala nel 1887.

È un’opera abbastanza particolare nella storia di Verdi perché è proprio grazie ad Otello che torna a comporre dopo un lungo silenzio durato più di quindici anni, presentando anche delle novità musicali rispetto alle opere precedenti soprattutto sulla scia wagneriana che si era imposta in quell’arco di tempo.

Non penso sia necessario concentrarsi sulla trama anche perché Boito resta molto fedele all’impianto shakespeariano ma ciò sui cui è importante riflettere è la lingua che questo autore sceglie di usare.

Molte volte infatti è stato indagato il rapporto con l’ipotesto shakespeariano ma poco si è detto della strategia linguistica usata da Boito che per riscrivere la tragedia cercò, tramite riuso di tessere poetiche, di fondere elementi presi direttamente da Shakespeare con la tradizione letteraria italiana; infatti un grande modello in fatto di lingua è sicuramente Petrarca da cui sono tratte innumerevoli iuncutre, frammenti e vocaboli.Il punto massimo di questa ripresa linguistica si ha nel toccante monologo del protagonista (III,3) in cui ricorda le gioie dell’amore ormai perduto e qui Boito è straordinario nel sovrapporre e confondere l’immagine del poeta sofferente per la morte di Laura con quella di Otello privato dell’amore di Desdemona (o, almeno, lui crede di esserne privo)

Ma, o pianto, o duol! m’han rapito il miraggio dov’io, giulivo, ― l’anima acqueto. Spento è quel sol, quel sorriso, quel raggio che mi fa vivo, ― che mi fa lieto!

Accresce l’importanza di questa dinamica intertestuale il fatto che, nel disegno di Boito, il personaggio di Jago sia maestro della parola e si dimostri cosciente di questo status letterario, di questo “petrarcheggiare” di Otello, tanto da sfruttarlo per il proprio tornaconto.

Jago è un ascoltatore finissimo, che intercetta le parole altrui e le memorizza per poi impiegarle ad arte. L’esempio più evidente è, purtroppo, quello involontariamente tagliato da Verdi. Nella prima redazione del libretto, infatti, quasi al termine del duetto d’amore del primo atto, quando Otello dice a Desdemona «Venga la morte! mi colga nell’estasi / di quest’amplesso / il momento supremo!» e poi «Ah! La gioia m’innonda / sì fieramente… che ansante mi giacio… / Un bacio…», Jago è presente, nascosto, e ascolta ogni parola promettendo di infrangere l’armonia che regna tra i due. Quando nell’atto seguente (II.5), inventa il sogno di Cassio per accrescere la gelosia di Otello, sovrappone maliziosamente alle memorie amorose del suo signore quelle del sognante capitano, cui attribuisce parole inequivocabili.

Jago, che parla generalmente la lingua di Dante, sfrutta il vocabolario petrarchesco nel momento più delicato della sua azione distruttiva, ossia al suo inizio, e lo fa impiegando un verbo che è anche dantesco. Guardando Desdemona e Cassio che conversano in giardino, gli basta mormorare, facendosi sentire da Otello «Ciò m’accora…». La battuta in Shakespeare suona: «Ha! I like not that», Hugo la traduce con «Ha! je n’aime pas cela», e i tre traduttori italiani la rendono così: «In ver, questo mi spiace!» (Carcano), «Ah! ciò mi dispiace» (Rusconi) e «Oh, questo non mi va!» (Maffei). È evidente che Boito si distanzia notevolmente dai precedenti interpreti, e nella sua scelta non c’è mera amplificazione aulico–classicistica ma un energico aumento di intensità, sia drammatica sia letteraria. Dallo ‘spiacere’ shakespeariano, quindi, Boito passa al ‘provare dolore’, all’‘addolorarsi’ di Petrarca, facendo sì che Jago tocchi assai più in profondità le fibre di Otello, perchè il malvagio alfiere sa che il suo comandante non potrà restare insensibile all’ascolto di un’angosciata espressione del suo universo poetico.

Riferimenti

Emanuele d’Angelo Leggendo i libretti: da “Lucia di Lammermoor” a “Turandot”


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