← Back to list

Il palazzo incantato

L’allegoria della corte

Luca Pirola · 2020-11-02 15:38 · 0 claps · 9.8 min read
#letteratura #letteratura-italiana #rinascimento #poesia #ludovico-ariosto
Open on Medium ↗

Il palazzo incantato

L’allegoria della corte e della vanità dei desideri umani

Mentre Angelica, fra mille avventure, medita di tornarsene in patria, Orlando la cerca ovunque. Un giorno, finalmente, gli sembra di scorgere l’amata che, rapita da un cavaliere, invoca il suo aiuto. Il paladino si lancia all’inseguimento del rapitore che tiene Angelica sull’arcione, tallonandolo fino a che il fuggitivo si rifugia in un palazzo che sorge al centro della selva. Il palazzo, tuttavia, è una nuova magia di Atlante, il mago che vuole proteggere Ruggiero evitando che incontro Bradamante. Nel palazzo ci sono i più famosi cavalieri cristiani e saraceni, tutti affannati nella vana ricerca dei loro desideri.

ottave 8–16: Orlando intrappolato nel palazzo

Orlando smonta da cavallo, entra nelle stanze del castello e controlla ogni piano senza riuscire a trovare né il cavaliere né l’amata. Incontra nel castello Ferrù, Bradimarte, re Gradasso, re Sacripante ed altri cavalieri, ognuno accusa il padrone del palazzo di avergli rubato qualcosa di prezioso e si muove invano alla sua ricerca.

8 Di vari marmi con suttil lavoro edificato era il palazzo altiero. Corse dentro alla porta messa d’oro con la donzella in braccio il cavalliero. Dopo non molto giunse Brigliadoro, che porta Orlando disdegnoso e fiero. Orlando, come è dentro, gli occhi gira; né piú il guerrier, né la donzella mira.

9 Subito smonta, e fulminando passa dove piú dentro il bel tetto s’alloggia: corre di qua, corre di lá, né lassa che non vegga ogni camera, ogni loggia. Poi che i segreti d’ogni stanza bassa ha cerco invan, su per le scale poggia; e non men perde anco a cercar di sopra, che perdessi di sotto, il tempo e l’opra.

10 D’oro e di seta i letti ornati vede: nulla de muri appar né de pareti; che quelle, e il suolo ove si mette il piede, son da cortine ascose e da tapeti. Di su di giú va il conte Orlando e riede; né per questo può far gli occhi mai lieti che riveggiano Angelica, o quel ladro che n’ha portato il bel viso leggiadro.

Il palazzo riproduce l’elegante e raffinato ambiente di una corte rinascimentale adornata da marmi delicatamente scolpiti, da porte dorate, da arazzi e tappeti, arredata con letti d’oro e di seta. Il palazzo appare come un labirinto di stanze e ambienti dalla struttura complessa e disorientante; in queste stanze Orlando si perde cercando Angelica, ritornando spesso nei luoghi già attraversati. L’affannosa ricerca di Orlando è enfatizzata dalle espressioni di luogo (“di qua, di là”, “di su, di giù”, “di sopra, di sotto”), dall’enumerazione dei locali del palazzo (“camera, loggia, stanza bassa, scale”) intensificati dall’aggettivo “ogni”, dai verbi di moto “corre, riede”. Tutti questi elementi sottolineano lo smarrimento del paladino che “perde tempo” in una ricerca vana.

In questo palazzo Orlando ritrova tutti i più famosi cavalieri, che cercando l’oggetto dei propri desideri, si lamentano del signore del palazzo, l’invisibile e inarrivabile mago Atlante.

11 E mentre or quinci or quindi invano il passo movea, pien di travaglio e di pensieri, Ferraú, Brandimarte e il re Gradasso, re Sacripante et altri cavallieri vi ritrovò, ch’andavano alto e basso, né men facean di lui vani sentieri; e si ramaricavan del malvagio invisibil signor di quel palagio.

12 Tutti cercando il van, tutti gli danno colpa di furto alcun che lor fatt’abbia: del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno; ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia; altri d’altro l’accusa: e cosí stanno, che non si san partir di quella gabbia; e vi son molti, a questo inganno presi, stati le settimane intiere e i mesi.

Il palazzo di Atlante si rivela essere come la corte, dove tutti rincorrono la propria ambizione, vivendo alle spalle del signore, ma lamentandosi degli scarsi successi ottenuti. La negatività, l’ambiente infido della corte è disprezzato da tutti i cortigiani, ma nessuno riesce ad allontanarsene perché solo qui, al centro del mondo (il palazzo è al centro della selva in cui avvengono le peripezie dei cavalieri) si può sperare di realizzare i propri sogni. Quindi come i cavalieri sono imprigionati dall’incantesimo di Atlante, così i cortigiani sono invischiati nei complotti e negli intrighi della corte.

ottave 17–22: la vicenda parallela di Ruggiero

Nell’inseguimento del gigante che aveva rapito Bradamante, anche Ruggiero giunge al castello. Inizia anche lui le ricerche dell’amata in ogni stanza del castello, anche lui senza successo, anche lui decide di uscire per continuare la ricerca altrove ma anche lui subito viene richiamato indietro dalle grida di aiuto della persona cercata.

17 Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando dissi che per sentiero ombroso e fosco il gigante e la donna seguitando, in un gran prato uscito era del bosco; io dico ch’arrivò qui dove Orlando dianzi arrivò, se ’l loco riconosco. Dentro la porta il gran gigante passa: Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.

18 Tosto che pon dentro alla soglia il piede, per la gran corte e per le loggie mira; né piú il gigante né la donna vede, e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira. Di su di giú va molte volte e riede; né gli succede mai quel che desira: né si sa imaginar dove sí tosto con la donna il fellon si sia nascosto.

19 Poi che revisto ha quattro volte e cinque di su di giú camere e loggie e sale, pur di nuovo ritorna, e non relinque che non ne cerchi fin sotto le scale. Con speme al fin che sian ne le propinque selve, si parte: ma una voce, quale richiamò Orlando, lui chiamò non manco; e nel palazzo il fe’ ritornar anco.

20 Una voce medesma, una persona che paruta era Angelica ad Orlando, parve a Ruggier la donna di Dordona, che lo tenea di sé medesmo in bando. Se con Gradasso o con alcun ragiona di quei ch’andavan nel palazzo errando, a tutti par che quella cosa sia, che piú ciascun per sé brama e desia.

Ruggiero ripercorre le stesse fasi della ricerca di Orlando: cerca in tutte le stanze, sale le scale, scende nelle cantine, esce dal palazzo, ma mentre si allontana ode una voce che gli pare quella di Bradamante, perciò ritorna all’interno per proseguire la ricerca. Il parallelismo è evidenziato dalla ripresa delle stesse frasi, delle stesse indicazioni spaziali che hanno già descritto il peregrinare di Orlando nel palazzo.

Si svela al termine dell’ottava precedente l’illusorietà dei desideri umani: tutti vedono la medesima “cosa”, sentono le medesime voci e ciascuno è convinto che ciò che vede sia l’oggetto del proprio desiderio. Il verbo “pare” ha un significato volutamente equivoco, perché riprende l’appare manifesto dantesco, ma in realtà indica un illusione, secondo il significato più moderno del termine (sembrare) che rende tutto incerto e aleatorio. La visione laica e sconsolata di Ariosto rielabora il tema della vanità delle cose terrene, tuttavia non propone valori alternativi rispetto a quelli mondani: al di là del vano e dell’illusorio non c’è che il nulla. Ariosto rispecchia il momento storico di un mondo che ha smarrito le certezze relative ai progetti terreni degli uomini e che trasmette l’impressione di vivere in un labirinto senza vie d’uscita. Le comodità materiali, il cibo in abbondanza, la compagnia dei migliori uomini del tempo non danno la felicità, perché ogni personaggio ingabbiato nel palazzo desidera qualcosa che non ha ed è perennemente insoddisfatto.

21 Questo era un nuovo e disusato incanto ch’avea composto Atlante di Carena, perché Ruggier fosse occupato tanto in quel travaglio, in quella dolce pena, che’l mal’influsso n’andasse da canto, l’influsso ch’a morir giovene il mena. Dopo il castel d’acciar, che nulla giova, e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.

22 Non pur costui, ma tutti gli altri ancora, che di valore in Francia han maggior fama, acciò che di lor man Ruggier non mora, condurre Atlante in questo incanto trama. E mentre fa lor far quivi dimora, perché di cibo non patischin brama, sí ben fornito avea tutto il palagio, che donne e cavallier vi stanno ad agio.

Il mistero del palazzo è finalmente svelato: tutti i cavalieri e le dame sono vittima del nuovo incantesimo di Atlante, che cerca ora di tenere impegnato il proprio protetto in questo nuovo castello finché non venga vanificato l’influsso negativo degli astri che avevano predetto la sua morte. Il mago aveva deciso di condurre in secondo castello anche altri paladini (Orlando, Ferraù, Sacripante…) facendo loro credere che al suo interno vi sia la cosa o la persona che inseguono, trattenendoli poi qui in una affannosa quanto vana ricerca che dura mesi, il cui fine è tenere Ruggiero lontano dalla guerra e dai pericoli. Il narratore onnisciente svela la vera natura incantata del palazzo dando un senso ai frenetici movimenti dei cavalieri citati in precedenza. Il castello vuol essere una metafora della vita umana, in cui spesso cerchiamo affannosamente qualcosa che non riusciamo a trovare e perdiamo tempo e fatica inutilmente,

ottave 23–29 Angelica annulla l’incantesimo

Angelica intanto, decisa a ritornare in India, è alla ricerca di guida per il proprio viaggio. Con l’anello magico in bocca, quindi invisibile a tutti, giunge infine anche lei al castello di Atlante e vi entra. Incontra Sacripante ed Orlando e vede come vengono ingannati dall’incantesimo. Tra i due cavalieri sceglie Sacripante, per il semplice motivo che ritiene di poterlo più facilmente liquidare quando non ne avrà più bisogno. Si toglie quindi l’anello di bocca e lo infila al dito: annulla l’incantesimo di Atlante ed appare alla vista del paladino.

23 Ma torniamo ad Angelica, che seco avendo quell’annel mirabil tanto, ch’in bocca a veder lei fa l’occhio cieco, nel dito, l’assicura da l’incanto; e ritrovato nel montano speco cibo avendo e cavalla e veste e quanto le fu bisogno, avea fatto il disegno di ritornare in India al suo bel regno.

[…]

26 Quivi entra, che veder non la può il mago, e cerca il tutto, ascosa dal suo annello; e truova Orlando e Sacripante vago di lei cercare invan per quello ostello. Vede come, fingendo la sua imago, Atlante usa gran fraude a questo e a quello. Chi tor debba di lor, molto rivolve nel suo pensier, né ben se ne risolve.

L’ottava sottolinea come la realtà sia ingannevole: l’incantesimo di Atlante crea un’immagine fittizia di Angelica per ingannare i due cavalieri che la cercano. Questo crea un inganno che disorienta le loro menti, ma chi può liberarli dall’inganno è la stessa Angelica, che non si decide a prendere una decisione valutando i pro e i contro delle sue scelte.

27 Non sa stimar chi sia per lei migliore, il conte Orlando o il re dei fier Circassi. Orlando la potrá con piú valore meglio salvar nei perigliosi passi: ma se sua guida il fa, sel fa signore; ch’ella non vede come poi l’abbassi, qualunque volta, di lui sazia, farlo voglia minore, o in Francia rimandarlo.

28 Ma il Circasso depor, quando le piaccia, potrá, se ben l’avesse posto in cielo. Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia sua scorta, e mostri avergli fede e zelo. L’annel trasse di bocca, e di sua faccia levò dagli occhi a Sacripante il velo. Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne Ch’Orlando e Ferraú le sopravenne.

29 Le sopravenne Ferraú et Orlando; che l’uno e l’altro parimente giva di su di giú, dentro e di fuor cercando del gran palazzo lei, ch’era lor diva. Corser di par tutti alla donna, quando nessuno incantamento gli impediva: perché l’annel ch’ella si pose in mano, fece d’Atlante ogni disegno vano.

ottave 30–34: riprendono fughe e inseguimenti

Quando svanisce l’incantesimo sopraggiungono però anche Orlando e Ferraù (anche questo alla ricerca di Angelica). La donna, visto che la situazione le sfugge di mano, scappa dai tre amanti che prontamente riprendono i propri cavalli e la inseguono. Lei si infila nuovamente l’anello in bocca e torna ad essere invisibile.

30 L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa dui di questi guerrier, dei quali io canto; né notte o dí, dopo ch’entraro in questa stanza, l’aveano mai messi da canto; che facile a portar, come la vesta, era lor, perché in uso l’avean tanto. Ferraú il terzo era anco armato, eccetto che non avea, né volea avere elmetto,

31 fin che quel non avea, che ’l paladino tolse Orlando al fratel del re Troiano: ch’allora lo giurò, che l’elmo fino cercò de l’Argalia nel fiume invano: e se ben quivi Orlando ebbe vicino, né però Ferraú pose in lui mano; a venne, che conoscersi tra loro non si potèr, mentre lá dentro fòro.

Ariosto riprende in queste ultime ottave la vicenda dell’elmo di Ferraù, iniziata nel primo canto del poema. Ferraù cerca di impadronirsi dell’elmo di Orlando, perciò tra Ferraù e Orlando nasce un diverbio e i due inizieranno a duellare, con Orlando che si toglie l’elmo per non avere un vantaggio sull’avversario; Angelica per schernirli porta via l’elmo approfittando della sua invisibilità e Ferraù poco dopo riuscirà a prenderlo, tenendo fede al giuramento ma in modo truffaldino e poco cortese. Nel castello la contesa non era ripresa perché i due cavalieri non potevano riconoscersi essendo sotto l’incantesimo di Atlante, infatti i guerrieri dentro il palazzo non possono riconoscersi per magia, quindi non c’è il rischio che possano battersi tra loro.

32 Era cosí incantato quello albergo, ch’insieme riconoscer non poteansi. Né notte mai nè dí, spada né usbergo né scudo pur dal braccio rimoveansi. I lor cavalli con la sella al tergo, pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi in una stanza, che presso all’uscita, d’orzo e di paglia sempre era fornita.

Atlante è nuovamente sconfitto dalle sue stesse armi: la magia si ritorce contro chi ha la presunzione di controllare il caos del mondo e di forzare la mano alla Fortuna. L’anello magico, che svela ogni incantesimo, sovverte il piano di Atlante che, come tutti gli uomini, è impotente e non riesce più a trattenere i cavalieri un tempo prigionieri.

33 Atlante riparar non sa né puote, ch’in sella non rimontino i guerrieri per correr dietro alle vermiglie gote, all’auree chiome et a’ begli occhi neri de la donzella, ch’in fuga percuote la sua iumenta, perché volentieri non vede li tre amanti in compagnia, che forse tolti un dopo l’altro avria.

34 E poi che dilungati dal palagio gli ebbe sí, che temer piú non dovea che contra lor l’incantator malvagio potesse oprar la sua fallacia rea; l’annel, che le schivò piú d’un disagio, tra le rosate labra si chiudea: donde lor sparve subito dagli occhi, e gli lasciò come insensati e sciocchi.

L’episodio si conclude con un intervento diretto dell’autore che fa apparire e scomparire personaggi, luoghi, situazioni per gestire l’intreccio labirintico del poema.

Angelica si mostra nuovamente come donna astuta e calcolatrice, che vorrebbe la scorta di Orlando o del re di Circassia per raggiungere sana e salva il Catai, ma non pensa minimamente di concedersi a nessuno dei due; quando li ha trovati pondera a lungo quale sia la scelta migliore, risolvendosi infine a prendere Sacripante in quanto, benché meno valoroso di Orlando, sarà più facile da “liquidare” quando non le servirà più. Ciò non le impedisce, tuttavia, di cambiare ancora idea una volta fuori dal castello e di disprezzare entrambi, divertendosi anche a vederli girare a vuoto mentre lei si è resa invisibile (ritorna il tema della ricerca vana già espresso dalla metafora del castello).


메타데이터
post_id
afebdb96e0d5
slug
il-palazzo-incantato-afebdb96e0d5
url
https://medium.com/@prof-pirola/il-palazzo-incantato-afebdb96e0d5
canonical_url
https://medium.com/@prof-pirola/il-palazzo-incantato-afebdb96e0d5
author_url
https://medium.com/@prof-pirola
status
ok
fetched_at
2026-08-25 14:54:33