Cabinet of Curiosities — Episodi 5 e 6
Episodio 5: “Il modello di Pickman”, di Keith Thomas
Cabinet of Curiosities — Episodi 5 e 6

Episodio 5: “Il modello di Pickman”, di Keith Thomas
Veniamo ai tasti dolenti della serie, ovvero i due episodi tratti proprio in maniera esplicita da H.P.Lovecraft. Non so quale maledizione colga chi si approccia allo scrittore di Providence, specie quando decide di affrontarlo di petto, ma è evidente che una regola non scritto nell’ambito audiovisivo è che il miglior Lovecraft sia stato trasposto (quasi) sempre in modo trasversale, tramite influenze esplicite (qualcuno ha detto “Il seme della follia”?), ma mai — o quasi mai — dall’opera cartacea dello scrittore. “Il modello di Pickman” ha una bella fotografia, scenografie impeccabili, è bello a vedersi, per carità… ma manca tutto il resto. La storia è trasposta senza la minima verve, la regia è soporifera, persino Crispin Glover non sembra sapere bene cosa fare, risultando più un fastidio involontario che un elemento perturbante nel tessuto narrativo.

L’idea di un pittore che dipinge orrori che probabilmente non sono frutto di fantasia ma di una terrificante realtà nascosta potrebbe essere l’innesco per un bel discorso sul rapporto tra immagine (e quindi cinema) e reale, tra horror e realtà. Purtroppo, vuoi per un Keith Thomas che evidentemente non è in giornata, vuoi per una storia adattata pedissequamente, nulla di tutto ciò è riportato nel risultato finale, salvo lampi horror genuinamente spaventosi (la carrozza con il tizio che viene “allattato”, il dipinto cannibalistico). Alla fine della fiera, “Il modello di Pickman” viene fuori come un pasticcio — ancora una volta esageratamente, ingiustificatamente lungo — poco ispirato, redento in minima parte da un’ottima fase finale, ma che nel suo complesso difficilmente soddisferà i neofiti e i fan di Lovecraft. Voto: 5

Episodio 6: “I sogni nella casa stregata”, di Catherine Hardwicke
Fa un po’ strano rivedere Ruper Grint al di fuori della saga di Harry Potter. Sarà perché rispetto a Daniel Radcliffe — che ha saputo reinventarsi una carriera con pellicole fuori dai canoni — o Emma Watson la sua presenza sul grande e piccolo schermo dalla fine della saga del maghetto è stata più centellinata. “I sogni nella casa stregata” lo vedono protagonista non proprio indimenticabile di un’altra trasposizione da Lovecraft, stavolta uno dei suoi racconti più celebrati e che ha già visto vari adattamenti.

Ecco, forse bisognerebbe partire da un altro di questi adattamenti per capire cosa non funziona in quello di Catherine Hardwicke: ovvero la trasposizione di un lovecraftiano per vocazione, Stuart Gordon, che nella prima stagione di Masters of Horror aveva fatto il suo “Dreams in the Witch House” ambientandolo in epoca contemporanea. Pur non facendo saltare dalla sedia per originalità — e pur rischiando molto, perché uno dei motivi più affascinanti di Lovecraft restano paesaggi e atmosfere del New England di inizio ‘900 — c’è molto, molto più Lovecraft lì che in questa spentissima versione di Hardwicke. Il design della strega Keziah Mason ad onor del vero è una delle cose più affascinanti di questa prima stagione di Cabinet of Curiosities, nei primi secondi però, prima di risultare un babau posticcio e per nulla spaventoso. Questo succede perché, a parte muoversi minacciosamente avanti e indietro come una attrazione meccanica da Tunnel degli orrori, questa strega fa poco altro: starebbe bene più in un film Marvel ad affrontare Scarlet Witch che in vecchie foreste da folclore teutonico o da processo alle streghe di Salem; anche il ratto con il volto umano era più perturbante nella versione di Gordon: qui è una replica ridicola, comica persino, quando proprio non dovrebbe esserlo. Inoltre in sede di sceneggiatura, tanto per rendere ancora più annacquato il tutto, viene aggiunto alla vicenda un personaggio (la sorella del protagonista) che altera completamente la trama originale, i suoi scopi, le sue interazioni con la fisica e la scienza dell’epoca, trasformandolo in un amaro apologo sulla redenzione e la salvezza di anime maledette che solo in minima parte, grazie al tocco sadico sul finale, si stempera in qualcosa di lontanamente lovecraftiano, forse. Di Lovecraft c’è giusto il titolo e poco altro, insomma. Malissimo. Voto: 4
Nicola Laurenza
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