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ERDOGAN, IL “SULTANO” MEDIATORE: RESTA FUORI DALLA GUERRA MA ATTACCA A DISTANZA ISRAELE

di Alessandro Scotto di Minico

Polity Design · 2026-06-11 17:46 · 0 claps · 6.4 min read
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ERDOGAN, IL “SULTANO” MEDIATORE: RESTA FUORI DALLA GUERRA MA ATTACCA A DISTANZA ISRAELE

di Alessandro Scotto di Minico

ISTANBUL — Recep Tayyip Erdogan, l’indiscusso “sultano”, da anni ormai domina la scena politica turca, con una carriera sfolgorante e sempre in ascesa.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Il profilo

Nasce nel 1954 in una famiglia islamica molto religiosa, trascorrendo l’infanzia a Rize, dove il padre era capitano della Guardia Costiera. Da ragazzino vendeva in quartieri fatiscenti limonate e simit (le focacce di sesamo tanto amate in Turchia) al fine di mantenersi economicamente e sostenere così gli studi accademici senza gravare sulle casse familiari. Si è laureato così in Economia e Commercio all’Università di Marmara.

Dopo una giovanile militanza nel Partito del Benessere, di matrice conservatrice, islamista ed euroscettica (che sfocerà poi nel partito della Virtù dopo la dissoluzione nel 1998 a causa di gravi accuse di violazione dei principi Costituzionali), sarà eletto sindaco di Instanbul il 27 marzo 1994, incarico che coprirà per circa quattro anni e durante il quale verrà sollevato dal mandato per essersi opposto ai militari, venendo anche incarcerato per quattro mesi e bandito a vita dalle cariche pubbliche.

In tale ruolo si è dimostrato molto intraprendente dal punto di vista amministrativo: è stato capace di risolvere problematiche che attanagliavano la città da decenni, che includevano la cattiva gestione della raccolta dei rifiuti, la pessima viabilità e problemi relativi alle risorse idriche. Questi ultimi sono stati risolti mediante la realizzazione di centinaia di chilometri di nuovi condotti, mentre il problema dei rifiuti è stato gestito con la creazione di impianti di riciclaggio all’avanguardia. Il traffico cittadino congestionato e gli ingorghi sono stati ridotti con la costruzione di più di cinquanta ponti, viadotti e autostrade e con un rinnovo del trasporto pubblico. Numerosi sono stati gli interventi per prevenire la corruzione ed è stata ripagata una parte importante del debito pubblico pari a due miliardi di dollari della municipalità metropolitana di Istanbul: oltre quattro miliardi di dollari sono stati investiti poi nella città.

Istanbul, pur non essendo la capitale della Turchia, è senza dubbio la città più importante dello Stato

Istanbul, pur non essendo la capitale della Turchia, è senza dubbio la città più importante dello Stato

Successivamente allo scioglimento del Partito della Virtù, fondò nel 2001 il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), di stampo conservatore, illiberale, nazionalista, euroscettico e ispirato ad una ideologia definita “neo-ottomanesimo”, che registrerà due vittorie nell’elezioni parlamentari del 2007 e del 2011, prima ancora del suo insediamento come presidente nelle elezioni presidenziali del 2014 e successivamente nel 2018.

Da Primo Ministro, ruolo che ha mantenuto per 11 anni dal 2003 al 2014, riuscirà a far virare la Turchia verso l’adesione all’Unione Europea ma, allo stesso tempo, contribuirà a dare una dura stoccata alla democrazia nel Paese a causa dell’alto indice di corruzione e alla censura della libertà di stampa e di opinione sui social media.

Due mandati da Presidente con in mezzo un fallito colpo di Stato

Nel 2016 la situazione ha subito un brusco peggioramento a causa del fallito golpe militare. Erdogan ha risposto duramente con una repressione su larga scala dei vertici militari sospettati di essere coinvolti, arrestando oltre 8mila soldati e rimuovendo decine di migliaia di funzionari pubblici civili e militari oltre che alte cariche dei vari corpi. A causa del golpe, inoltre, la Turchia si è autosospesa dalla Convenzione dei Diritti dell’Uomo per poter applicare misure speciali quali approvazioni di leggi senza passaggio parlamentare e fermi in carcere dei sospettati senza bisogno della convalida di un giudice.

Un’istantanea del fallito golpe militare in Turchia, partito da Istanbul il 15 luglio 2016 (Lapresse)

Un’istantanea del fallito golpe militare in Turchia, partito da Istanbul il 15 luglio 2016 (Lapresse)

Nonostante la deriva autoritaria Erdogan è riuscito a farsi rieleggere presidente della Repubblica nel 2023 per un secondo mandato.

La sfida del Mediorente, le tensioni con Israele e la onnipresente “spina nel fianco” curda

Una delle priorità in politica estera, come ha dichiarato il 14 marzo scorso attraverso le parole del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, è quella di restare fuori dalla guerra in Medio Oriente, ma nonostante ciò non perde comunque occasione per invocare la distruzione di Israele per opera di Dio. Le tensioni tra Turchia e Israele sono aumentate costantemente da quando è scoppiata la guerra a Gaza in seguito all’attacco a sorpresa transfrontaliero del movimento palestinese Hamas del 7 ottobre 2023.

In passato le relazioni tra i due Paesi sono state a lungo solide. Alla fine del Novecento avevano costituito un asse di cooperazione di comune utilità: da un lato Israele vedeva nella Turchia un partner economico e militare di grande valore nell’area mediorientale, che nonostante la maggioranza della popolazione fosse islamica manteneva una struttura istituzionale laica per Costituzione; dall’altro lato Ankara considerava lo Stato ebraico una fonte preziosa di tecnologia avanzata, intelligence e cooperazione militare.

Non è un caso che proprio negli anni Novanta gli israeliani abbiano contribuito allo sviluppo iniziale delle capacità turche nel settore dei droni, strumenti fondamentali per sorvegliare i confini siriani e iracheni contro le infiltrazioni del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan da sempre in guerra aperta contro la Turchia.

Mappa dei principali siti militari turchi

Mappa dei principali siti militari turchi

Ma quell’intesa si è progressivamente logorata con l’ascesa al potere del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e con l’affermazione di Recep Tayyip Erdoğan come leader di una Turchia sempre più ambiziosa, più assertiva e più incline a proporsi come punto di riferimento del mondo musulmano sunnita. In questa strategia, la causa palestinese è diventata uno strumento politico di legittimazione regionale. Ankara ha intuito che il tema palestinese era stato abbandonato da gran parte del mondo arabo e ha cercato di occuparne lo spazio politico, trasformandolo in una piattaforma di consenso interno e di proiezione esterna.

Riuscirà la Turchia ad affermarsi come punto di riferimento politico per il mondo musulmano sunnita?

Ankara, dunque, cerca di mantenere un suo spazio geopolitico in Medio Oriente: quello di potenza regionale autonoma, formalmente dentro la Nato ma con la chiara ambizione di guidare il mondo politico musulmano. La retorica assai aspra contro Israele rafforza questa ambizione e mobilita la base interna sensibile alla causa palestinese. Ma sul piano operativo la linea resta prudente: nessun coinvolgimento diretto, continui richiami alla diplomazia, tentativi di mediazione.

Certamente il motivo di tale scelta è soprattutto di convenienza interna. Entrare in guerra esporrebbe Erdogan a costi economici e militari non facilmente sostenibili.

Recep Tayyip Erdoğan vota presso il suo seggio di Istanbul per le elezioni del sindaco della città del 2019

Recep Tayyip Erdoğan vota presso il suo seggio di Istanbul per le elezioni del sindaco della città del 2019

Nonostante la dichiarata neutralità bellica, la Turchia è stata esposta direttamente al conflitto, come dimostrano i missili iraniani intercettati nello spazio aereo turco, grazie ai sistemi antimissile della Nato. Questo palesa un’ambiguità strutturale: Ankara attacca politicamente un Paese che l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti di Trump, considerano come partner fondamentale, ma dipende dalla protezione militare dell’Alleanza Atlantica di cui gli USA sono il principale sponsor in termini di risorse, coprendo da soli circa il 60% del totale.

Nel mezzo c’è però anche la questione curda. Per il Governo turco, la priorità non è tanto il destino della leadership iraniana quanto le conseguenze di un suo eventuale indebolimento. Il rischio è che il conflitto dia spazio alle comunità curde iraniane, rafforzando una continuità territoriale con le realtà già presenti in Iraq e in Siria.

Per Ankara, il dossier curdo è anche un terreno di competizione geopolitica. Il timore infatti è che Israele sfrutti le divisioni etniche del Paese. Nel novembre 2024, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar aveva descritto il popolo curdo come vittima dell’oppressione turca e iraniana e come «alleato naturale» di Israele. Da qui il tentativo di Erdogan di affiancare alla repressione anche aperture tattiche al fine di neutralizzare il fattore curdo.

Membri del PKK curdo mostrano l’immagine del leader Abdullah Öcalan, dal 1999 rinchiuso in un carcere turco

Membri del PKK curdo mostrano l’immagine del leader Abdullah Öcalan, dal 1999 rinchiuso in un carcere turco

Un’escalation potrebbe mettere a rischio la tenuta stessa dello Stato Turco

A tutto ciò si aggiunge la dimensione economica che riguarda soprattutto lo stato di tensione nello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche, i quali stanno già incidendo sui flussi commerciali e di conseguenza sui prezzi, con effetti diretti su un’economia turca non così solida. In un Paese segnato da un’inflazione elevata, ogni shock energetico rischia di tradursi in pressione sociale.

Si registra anche un problema legato alla politica interna. Con l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu in carcere da oltre un anno, la Turchia si avvicina a una possibile sfida elettorale in cui il principale avversario di Erdogan resta, di fatto, un candidato detenuto. In questo quadro, la crisi diventa anche uno strumento di governo: il conflitto esterno rafforza il potere interno, ridefinendo i confini del consenso. Con elezioni previste nel 2028 — ma con l’ipotesi di un anticipo già nel 2027 — Erdogan cerca di arrivare già vittorioso senza potenziali avversari. Agli occhi dell’Occidente la Turchia sembra quindi essersi avviata sempre più verso una deriva dittatoriale autoritaria. Andrà realmente così?

In questo fragile equilibrio, Erdogan usa la retorica anti-israeliana per rafforzare la sua posizione politica, ma la cautela strategica serve a proteggere essenzialmente la sopravvivenza stessa dello Stato. Al momento Ankara resta fuori dalla guerra, ma non fuori dai giochi politico-diplomatici. Finché ci sarà Erdogan al potere, forse, l’equilibrio potrà reggere.


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