Politicamente corretto: una breve riflessione
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Politicamente corretto: una breve riflessione
Ovvero le dimensioni della comunicazione sociale e pubblica
Breve storia
L’idea di **Political Correctness nasce circa 50 anni fa negli ambienti della sinistra americana come elemento di auto-ironia** riguardo i sostenitori di una visione politica ultra ortodossa, ovvero eccessivamente rigida.
Diventa tuttavia un’idea sempre più importante perchè ha incorporato il valore dell’inclusività verso tutti i membri della società ma anche perché alcuni -soprattutto tra i conservatori di destra- iniziano a vedervi un limite alle proprie libertà di espressione in nome di tutele eccessive ed ingiustificate.
Il politicamente corretto esprime infatti una posizione molto chiara sulla necessità di un **linguaggio inclusivo** in opposizione ad ogni forma comunicativa che, mediante comportamenti o espressioni linguistiche, contribuiscano invece ad emarginare, escludere o offendere gruppi sociali, ed in particolar modo gruppi già svantaggiati o discriminati, oppure gruppi definiti tramite criteri “sensibili” quali etnia, genere o orientamento sessuale.
Polarizzazione ed Escalation Comunicativa
Nell’evoluzione attuale, anche questo tema sta quindi divenendo estremamente polarizzato.
In questa nuova era della suscettibilità, ci sono infatti individui e gruppi di opinione che ritengono che la propria sensibilità rispetto a ciò che sarebbe offensivo sia di per sè criterio infallibile e diritto inalienabile per pretendere sia l’eliminazione di ogni contenuto ritenuto appunto offensivo, sia il boicotaggio e l’emarginazione sociale di chiunque ne sia produttore o sostenitore. Parliamo della cosiddetta cancel culture.
Dall’altra parte ci sono i sostenitori della libertà di pensiero e di espressione tout court, ovvero senza limiti, giustificazioni o alternative. Questi accusano il politicamente di essere una gravissima limitazione alla propria libertà di opinione, attirandosi il sostegno anche di chi fa della propria comunicazione uno strumento di aggressione sociale. Cosa che ovviamente fa esattamente il gioco degli estremisti del politicamente corretto, che possono così invocare la necessità di regolamenti chiari, univoci ed inequivocabili su ciò che si può dire e fare in pubblico, e sul dovere di sanzionare, boicottare e marginalizzare tutto ciò che invece li violerebbe. Col risultato che questi stessi accusatori sono accusati di essere diventati censori della libertà e di esprimere una sorta di fascismo culturale.
Ci troviamo insomma di fronte ad una sorta di escalation rispetto ad un conflitto sociale che riguarda il mondo della comunicazione, dello spettacolo ed in generale dei mass media.
Approccio Analitico
Per considerare la questione, è sicuramente importante comprenderne l’orizzonte, le dimensioni costitutive. In una dinamica comunicativa, le dimensioni da considerare sono molteplici:
- chi parla?
- dove parla?
- cosa dice?
- chi lo ascolta?
- cosa comprende?
- come reagisce?
- come si devono prendere tali reazioni?
- quali responsabilità ci sono?
Non credo di essere qualificato nè di avere il tempo per affrontare l’intera questione, proverò pertanto a soffermarmi sul primo aspetto: l’atteggiamento ed i contenuti di chi parla. E poiché sono un fissato delle matrici, provo a distinguere in base ad una prima articolazione.
Empatia
La prima dimensione, che io immagino verticale, individua il livello di empatia, ovvero di sensibilità personale alla suscettibilità altrui.
Immaginiamo che mi venga contestato un contenuto o un comportamento, poiché per il contestatore esso sarebbe offensivo, bullizzante, discriminatorio, o altro ancora. Sulla scala dell’empatia potrei pertanto avere diverse reazioni immediate:
- al massimo della scala troviamo le scuse, ovvero un’ammissione di colpa, magari seguita dall’espressione della volontà di impegnarsi in senso costruttivo per la causa e per i valori in nome dei quali sono stato contestato;
- al minimo della scala, c’è invece il rimbalzo, una esprimibile con espressioni tipo “ma fattela una risata!” o equivalenti, che quindi ignorano, sminuiscono, vanificano le ragioni di chi si è sentito malamente toccato dalla mia comunicazione;
- al centro della scala metterei infine un dispiacere, ovvero il riconoscimento che la propria condotta ha effettivamente causato un turbamento in qualcuno, senza che questo turbamento fosse in alcun modo voluto nè un rischio calcolato.
Questo riconoscimento è importante, pur non implicando che debba seguirne qualcosa di concreto. A nessun livello, neppure a livello psicologico e relazionale, è lecito pretendere che qualcuno si faccia carico del turbamento di qualcun altro, anzi: anche nelle dinamiche di coppia, si dice chiaramente che caricarsi delle emozioni del partner è malsano, e che le coppie in cui tali dinamche prendono piede sono composte da individui che hanno problemi personali da risolvere.
Venendo al mio esempio, se qualcuno mi contestasse, io potrei sicuramente dire che la cosa mi è dispiaciuta e sicuramente potrei voler riflettere su cosa effettivamente sia successo. Ed alcuni temi saranno per me più immediatamente comprensibili mentre altri mi saranno del tutto alieni, a torto o a ragione. Dovrò però mantenermi sensibile anche alle mie stesse necessità, le quali mi avranno appunto portato non solo a rispettare ma anche a comunicare le mie emozioni ed i miei bisogni fondamentali.
Bisogni che molto probabilmente non implicano fare il bullo con qualcuno o offendere qualcun altro, ma che quasi certamente richiedono invece una capacità di entrare in relazione con l’altro, da persona a persona.
Responsabilità
La seconda dimensione, che io immagino orizzontale, esprime la responsabilità.
A prescindere dalla mia sensibilità personale ad un argomento, e dalla presunta neutralità (ammesso che si possa mai essere davvero neutrali) di un mio contenuto o di un mio comportamento, sicuramente questi possono avere impatti emotivi ma anche e soprattutto sociali. Provo quindi a misurare questi elementi sulla scala della responsabilità:
- al massimo della scala ritornano le scuse, ovvero un’ammissione di colpa, magari seguita dall’espressione della volontà di impegnarsi in senso costruttivo per la causa e per i valori in nome dei quali sono stato contestato;
- al minimo della scala, c’è invece il menefreghismo, ovvero il rigetto del problema che mi è stato segnalato o la decisione di ignorare l’impatto che il mio comportamento ha su di esso;
- al centro della scala metterei infine una parola molto semplice, ovvero attenzione, che significa prendere atto della correlazione che qualcuno ha segnalato fra una mia condotta ed un problema di importanza sociale, e che implica anche la disponibilità ad approfondire l’argomento.
Libertà di espressione
Dove sta la libertà di espressione in tutto questo? Beh, ovunque.
Lo schema che ho provato a tracciare non ha infatti a che vedere con la libertà di espressione, bensì di posizionamento personale e individuale rispetto al proprio contesto di riferimento. Se avete i miei stessi riferimenti, è facile pensare all’allineamento, ovvero ad un attributo dei personaggi dei giochi di ruolo, ovvero un attributo che definisce fenomenologicamente l’atteggiamento l’atteggiamento morale, etico e psicologico dei personaggi costruiti all’interno di un sistema di gioco che prevede questo elemento.

D&D Character Alignments Explained
L’accostamento è in parte ironico ma in parte anche calzante, proprio per la capacità di questo schema di riassumere la posizione, perché:
- l’asse verticale good/neutral/evil indica l’intenzione positiva o negativa del personaggio verso gli altri;
- l’asse orizzontale lawful/neutral/chaotic indica il rispetto o meno del personaggio verso le norme dell’organizzazione cui sente di appartenere.
Scherzi a parte, posizionare se stessi (o un proprio contenuto o comportamento) in una simile matrice, anche a fare chiarezza su come noi ci siamo comportati, a comprendere la reazione altrui nei nostri confronti, e quindi a decidere come relazionarci a questa reazione.
Capire che qualcuno mi vede come uno stronzo a causa di una mia battuta infelice e tuttavia involontaria è per me un’opportunità di comprendere qualcosa che non mi era chiaro. Il che significa che posso fregarmene o addirittura godere del disagio che posso provocare (nel qual caso sarei un grandissimo stronzo) oppure rimediare; portando invece la questione sul piano intellettuale, posso anche decidere che il disagio è stato generato non già dalla mia battuta intellettualmente onesta bensì da un’indebita pretesa da parte del mio interlocutore.
La cancel culture, per esempio, si basa non solo sul diritto alla suscettibilità, ma anche sul diritto di poter richiedere che il nostro interlocutore sia messo a tacere, generando così per tale interlocutore un obbligo ad adeguarsi oppure una limitazione di espressione. Stiamo parlando di una forma di violenza esplicita, diretta e consapevole che alcuni gruppi di opinione adoperano per mettere la mordacchia a chiunque dica cosa loro sgradite. Ovvero di una posizione democraticamente inaccettabile, specie quando sostenuta da gruppi che dicono di lottare in nome delle libertà e del rispetto del proprio gruppo, a dispetto invece di altri gruppi di opinione, magari meno strutturati.
Ad esempio, il bisogno degli intellettuali e degli artisti di rispondere principalmente a criteri di verità e di sensibilità, che spesso essi stessi non sono in grado di difendere se non individualmente, anzichè come comunità artistica ed intellettuale, per cui proprio queste persone sono messe in condizione di minoranza dai gruppi di opinione che facilmente possono trasformarsi gruppi di pressione e di oppressione politica, sociale e civile.
Oppressione pratica rispetto alla quale iniziano ad insorgere non solo le destre, ma anche i liberali di ogni schieramento.

Conclusioni
Questo mio post è solo una prima riflessione più o meno strutturata, in cui ho provato a toccare soltanto la relazione intenzionale e consapevole fra chi parla e chi ascolta. Esistono però altre dimensioni, che riguardano la natura del contenuto, i suoi destinatari, la loro capacità di comprensione, elaborazione e gestione del contenuto, la natura delle loro reazioni, e molte altre ancora.
Quello che è importante fare emergere è che in una società democratica, liberale e civile, è necessario che i produttori di contenuti da un lato ed i gruppi di opinione dall’altro, entrino in una dinamica di reciproca consapevolezza all’interno di uno spazio di libero pensiero, in cui è possibile che permangano alcune tensioni irrisolvibili e che possono però essere anche dialettiche e produttive, così come invece può emergere che qualcuno abbia ragione su un aspetto e torto su un altro.
La natura dialettica del dialogo è fondamentale per lo sviluppo democratico. Al contrario, è il conflitto del “io posso dire quello che voglio / tu puoi dire solo quello che ti consentiamo noi” a non portare da nessuna parte se non ad una forma di tensione e di guerra mediatica assolutamente improduttiva se non addirittura dannosa.

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