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Contare in tedesco

Anni scarsi, estati lunghe. Da piccola so fare due cose: smontare radioline a transistor (ma non rimontarle) e contare in tedesco. Le…

mirumir · 2019-10-12 15:13 · 49 claps · 1.8 min read
#tedesco #lingue #numeri
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Contare in tedesco

Anni scarsi, estati lunghe. Da piccola so fare due cose: smontare radioline a transistor (ma non rimontarle) e contare in tedesco. Le radioline le smonto in un angolo appartato del giardino. I numeri li memorizzo in garage, portandomi dietro il dizionario compatto italiano-tedesco/tedesco-italiano che serve a mio papà per porgere verbi all’infinito agli amici austriaci della villeggiatura (“Trinken Bier?” “Schwimmen?” “Essen Pizza zusammen?” “Gehen spazieren?”, quest’ultimo facendo scalpitare sulla linea dell’orizzonte l’indice e il medio). I miei numeri escono raramente dal garage. Con i bambini austriaci mi capita di usare lo zwei o il drei, poca cosa. Da sola invece, fissando i ragni ballerini che sognano negli angoli, pratico il salto in lungo delle decine e delle centinaia. “Hundertachtundvierzig, hundertachtundfünfzig” accoglie il padrone di casa entrato a cercare un attrezzo per il giardino, “Zweihundertneunundzwanzig” colpisce in piena fronte Antonia venuta a curiosare e a scartarsi in pace un Pocket Coffee.

I numeri tedeschi e io perdiamo ogni contatto di lì a poco.

Con il tedesco poi ogni tanto ci sentiamo, soprattutto per certi corsi di Critica letteraria che si dilungano ipnotici su Wagner. Ma è un tedesco pieno di Lust, Liebe e Tod, prezioso per uscire a cena con un nibelungo. Di numeri neanche l’ombra.

Studio il tedesco da 151 giorni, in media un’ora al giorno (la solita giostra: vecchi manuali, video, app e ripetizioni dilazionate). L’obiettivo è leggerlo e capirlo. Nel frattempo Goethe, Heine, Kafka, Bernhard, Sebald e gli altri se ne stanno lì con i loro enigmi sintattici: aspettano senza sapere di aspettare, indifferenti, mentre Wagner passeggia sullo sfondo come un vicino di casa incompreso.

I numeri tedeschi non li vedo più, quando li sento pronunciare non li capisco. So che la canzonetta dice “99 Luftballons”. Lo so. Solo che davanti a neunundneunzig penso “Boh”, penso “Un numero”, penso (con una scrollata di spalle) “Cento o centouno”.

La mia vita immaginata in tedesco, quella in cui partecipo a gustose conversazioni e rido sardonicamente in berlinese, è priva di cifre, fatta di treni non presi, di aerei mancati, di taxi in sosta davanti al civico sbagliato. È, in fondo, una vita prudente fatta di casse automatiche, mentre quella di mio padre si muove almeno tra infiniti assoluti sotto il sole affamato d’agosto.

Centocinquantuno giorni di tedesco, hunderteinundfünfzig è più facile scriverlo che vederlo, ma intanto Goethe, Heine, Kafka, Bernhard, Sebald e gli altri se ne stanno lì, aspettano indifferenti senza sapere di aspettare, sovrani ragni ballerini che sognano nell’ombra.


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