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I giovani sono gli extracomunitari del 2020

La crociata di questi giorni contro la “movida” mette in luce i sentimenti più meschini di una società vigliacca che ha bisogno di…

Michele Margiotta · 2020-05-27 14:25 · 2 claps · 4.4 min read
#movida #covid19 #italia #coronavirus #giovani
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I giovani sono gli extracomunitari del 2020

La crociata di questi giorni contro la “movida” mette in luce i sentimenti più meschini di una società vigliacca che ha bisogno di scaricare le responsabilità sui soggetti più deboli nei momenti di difficoltà.

Chiedo scusa in anticipo per questo sfogo, ma non riesco più sopportare quanto gli appartenenti alla mia generazione stiano subendo negli ultimi tempi. Un attacco generazionale unilaterale e senza precedenti.

Premetto inoltre che il titolo di questo post è volutamente provocatorio e so bene che la condizione di noi millenials — un termine che personalmente detesto — non è minimamente paragonabile alle sciagure che la vita ha messo di fronte ai migranti.

Però come loro veniamo da sempre visti con sospetto e diffidenza dalla upper class, e come i migranti, a causa di un malessere sociale diffuso, ora siamo finti nel mirino anche delle classi meno abbienti. E l’emergenza Covid-19 è stato il pretesto ideale per innescare badilate di rancore ingiustificato su persone contro le quali la società finora si è accanita e si sta accanendo.

Se trovate quanto detto eccessivamente vittimista e fuori luogo, vi basti pensare che siamo la generazione più istruita di tutte quelle che ci hanno preceduto, con una percentuale di raggiungimento dei gradi più alti degli studi mai vista prima. Eppure, dopo anni trascorsi sui libri a studiare, l’ingresso nel mondo nel lavoro non è mai stato così difficile come lo è per noi.

Il tasso di disoccupazione giovanile, già prima della crisi dovuta al Coronavirus, in Italia sfiorava il 30%¹. Ciò significa che un giovane su tre che cerca lavoro non riesce a trovarlo. E i due fortunati che ci riescono si vedono costretti a lavorare spesso per oltre 10 ore al giorno per salari quasi sempre inferiori a 1000€ con l’obbligo morale di mostrarsi anche riconoscenti per l’opportunità che gli viene concessa.

Noi giovani non contiamo nulla in questa società, non possediamo il capitale necessario per “contare qualcosa” e, come il proletariato industriale del XIX secolo, siamo lavoratori facilmente sostituibili, considerato lo squilibrio spaventoso fra l’enorme quantità di domanda e l’esigua quantità di offerta di lavoro che caratterizza l’attuale mercato, a cui vanno aggiunte le regole sulla flessibilità del lavoro dipendete implementate negli ultimi anni. Lo Stato, dal canto suo, invece di perseguire politiche di piena occupazione, approfittando di questo potenziale di manodopera e competenze abnorme di cui siamo depositari e su cui davvero si potrebbe contare per la ricostruzione del Paese, preferisce rimanere un semplice spettatore, relegando al solo buon cuore dei privati il compito di creare nuovi posti di lavoro.

Sono passati 13 anni oramai da quando Padoa-Schioppa chiamava “bamboccioni” i giovani che non riuscivano a entrare nel mondo del lavoro e ad andare via da casa dei genitori. Successivamente Elsa Fornero è arrivata a dire che il problema non era la voglia dei giovani di non responsabilizzarsi ma il fatto che questi fossero troppo choosy, che detto in altre parole suona così: «cari giovani, il lavoro c’è ma siete voi che siete troppo schizzinosi per accettare lavori e salari da fame».

Nell’ultimo decennio le condizioni di lavoro dei giovani sono ulteriormente peggiorate e, adesso che tocca a noi approcciarci a questa realtà sempre più funesta, dobbiamo anche portarci addosso il fardello di un pensiero diffuso che ci etichetta come fancazzisti che pensano solo alla “movida” mettendo in pericolo l’intera collettività.

Ecco, affrontiamo quest’ultimo punto. La movida. Una parola che io non ho mai sopportato, utilizzata esclusivamente da giornalisti affetti da qualche forma di sensazionalismo aggravato e da soggetti della società civile che non hanno il benché minimo contatto con la realtà circostante se non le informazioni raccontate dai giornalisti di cui sopra.

Noi ragazzi italiani siamo stati bravissimi, siamo rimasti chiusi in casa per mesi senza dire una parola, attenendoci a tutte le regole che ci sono state imposte. Sfido chiunque ad affermare che gli ex sessantottini che ora ci giudicano si sarebbero comportati allo stesso modo. E dopo tre mesi trascorsi a casa rivendichiamo il diritto di uscire e vedere i nostri amici con tutte le precauzioni necessarie a combattere la diffusione del virus, così come viene permesso dai decreti in vigore. Esatto, è permesso. Il paradosso sta proprio nel fatto che attualmente bere qualcosa all’esterno di un bar con i nostri amici è consentito e invece veniamo additati come delinquenti pur svolgendo attività legali.

Addirittura, esattamente come la destra nazionalista che era solita produrre contenuti fuorvianti per acuire e cavalcare la rabbia sociale verso gli immigrati, allo stesso modo la stampa liberal² non ha esitato nella sua campagna di sollevamento dell’indignazione generale, pubblicando foto, come quella oramai celebre dei navigli di Milano, palesemente volte a trarre il lettore in inganno facendo apparire assembramenti laddove non ce ne fossero.

Chi mi conosce sa che la mia formazione, di stampo marxista, mi ha portato a concepire il conflitto come motore necessario del progresso sociale, e in questo caso non potrebbe non configurarsi un conflitto generazionale, oramai apparentemente inevitabile. Purtroppo la situazione che vedo è quella di una generazione sfruttata, a cui sono stati tolti molti dei diritti duramente conquistati in tutto il ‘900, totalmente incapace di acquisire una coscienza collettiva e di porsi in una posizione antagonista rispetto a determinate situazioni.

Durante la fase 1 un analogo odio era stato riservato ai giovani runner, untori e appestati, anche quando correvano da soli senza dare alcun fastidio ad alcuno. Poi però, davanti a una metro di Milano piena nelle ore di punta perché i datori di lavoro continuavano a obbligare i lavoratori a recarsi nei luoghi di lavoro in pena pandemia, ecco, in quel caso di proteste così veementi non ne ho sentite. Ma in fondo un po’ vi capisco, è molto più facile accanirsi contro un ragazzo che va a fare jogging che contro Confindustria.

Come avete fatto con gli immigrati, ora state mettendo i penultimi contro gli ultimi della società, speculando su noi giovani.

Sappiate solo che voi che ci accusate siete sempre i soliti vigliacchi: deboli con i forti, ma forti con i deboli.

Cin cin!

[1]: Fonte: rapporto ISTAT, gennaio 2020. Il tasso di disoccupazione dei giovani ricompresi fra 15 e 24 anni è del 29,3%, a fronte di una media nazionale del 9,8%.


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