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Il modello Israele: perché sarà tra i primi paesi al mondo ad uscire dall’emergenza Covid19.

Giovedì scorso (21/01/2021) ho ricevuto una telefonata dalla mia Health Maintenance Organization (HMO). Il messaggio registrato mi…

Daniele Moscati · 2021-01-25 14:20 · 3 claps · 6.1 min read
#covid19 #israel #vaccines #jef #startup-nation
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Wiki topics: MIC · Microbiology & Immunology STP · Startups & Venture

Il modello Israele: perché sarà tra i primi paesi al mondo ad uscire dall’emergenza Covid19.

Giovedì scorso (21/01/2021) ho ricevuto una telefonata dalla mia Health Maintenance Organization (HMO). Il messaggio registrato mi informava che a partire da quel momento avrei potuto ricevere il vaccino anti-Covid19 prodotto dalla Pfizer. È bastato cliccare un tasto per ricevere il primo appuntamento disponibile; la mattina successiva alle 9.22, a meno di un chilometro da casa mia. Quella mattina sono arrivato naturalmente con largo anticipo. Non ho fatto in tempo ad estrarre il mio tesserino magnetico dal computer all’entrata che il mio numero veniva annunciato.

Tre minuti dopo avevo ricevuto il vaccino.

Ho 42 anni, e nel momento in cui sto scrivendo questo articolo Israele ha già vaccinato 2.586.178 persone con la prima dose (pari al 28% della popolazione totale) e 1.099.286 con la seconda. Tutto lo staff medico e strategico del paese, tutto il personale e i residenti delle RSA e chiunque sopra i 60 anni che lo abbia voluto. L’altro ieri sera è stato inoltre vaccinato il primo 16enne (a fine giornata erano già in 17.000); il suo desiderio? Tornare ad abbracciare la nonna…

Israele sarà con ogni probabilità il primo paese al mondo a vaccinare tutta la popolazione che lo desideri al di sopra dei 16 anni e ad uscire ufficialmente dalla crisi Covid19 entro la fine di marzo 2021.

Come è possibile tutto ciò?

Senza dubbio il merito principale va al sistema sanitario, tra i più efficienti e meglio organizzati al mondo.

La copertura capillare della popolazione è ottenuta attraverso le quattro HMO nazionali. Queste sono società no-profit, fortemente regolate, ma al tempo stesso in concorrenza tra di loro, il cui compito è fornire copertura sanitaria ai cittadini. Ogni cittadino ha l’obbligo di sceglierne una e pagare una sottoscrizione mensile, calcolata principalmente in base all’età e pari a poche decine di euro.

Più iscritti le HMO hanno, più fondi ricevono dal governo centrale. Ciascuna di queste HMO possiede i propri ambulatori ed ospedali. Naturalmente esistono anche molti ospedali pubblici.

Questa struttura garantisce che, nonostante le HMO siano enti pubblici, abbiano comunque un incentivo a mantenere i loro clienti in buona salute e non ad interagire con loro solo dopo che si siano già ammalati.

Il sistema israeliano è quindi diverso da quello statunitense. In USA, più sei malato, più gli ospedali, i medici, le farmacie e le case farmaceutiche guadagnano. Al contrario, in Israele, gli HMO hanno interesse ad abbassare le spese, razionalizzando, ottimizzando e migliorando continuamente il servizio fornito al cittadino. È per questo che il sistema sanitario israeliano è orientato verso l’assistenza sanitaria preventiva.

Negli ultimi anni, sempre più paesi hanno compreso che questo approccio è quello vincente. Se le persone adottano abitudini sane, si vaccinano e si sottopongono a cure mediche periodiche, raggiungeranno la vecchiaia più sani e pesando meno sulle proprie famiglie e sul sistema sanitario nazionale. Se guardiamo all’invecchiamento della popolazione mondiale, questo fattore è decisamente cruciale. La pandemia globale ha enfatizzato le differenze tra i vari sistemi sanitari nazionali, sia nel modo in cui questi affrontano gli eventi traumatici come una pandemia, sia nel modo in cui li gestiscono.

Una struttura fondata sulle HMO non è però sufficiente a spiegare il motivo per il quale Israele stia riuscendo nel difficile compito di contenere la pandemia — pur con diversi intoppi — e di vaccinare tutta la popolazione (circa nove milioni) in pochi mesi.

Un fattore chiave lo ha, come sempre da queste parti, l’importanza data all’innovazione tecnologica. In Israele, qualsiasi referto medico, ricetta, visita o analisi viene registrata dalle HMO stesse in una scheda personale computerizzata e condivisa in tempo reale sia con il paziente (attraverso il web), che con i dottori, che con il governo centrale. L’altro giorno il mio medico di famiglia mi ha ricordato come nel 2013 avessi già preso una certa medicina. Io stesso lo avevo dimenticato. Ma era scritto la, nella mia scheda personale, assieme a qualsiasi altra analisi o visita fatta negli ultimi 15 anni.

La digitalizzazione della sanità è quindi a 360 gradi. Ciò consente una efficienza e prontezza organizzativa che non ha eguali. Pensate solo all’arduo compito che attende le sanità regionali italiane nel coordinare gli appuntamenti (due a persona) per la somministrazione del vaccino. Sono circa 90 milioni di appuntamenti, che se anche spalmati su un anno solare ammontano a 250.000 appuntamenti al giorno.

In Israele tutto è stato fatto spingendo un tasto di un computer, che ha poi inviato un sms per consentire la prenotazione degli appuntamenti.

Ogni cittadino israeliano ha potuto inoltre monitorare lo stato della pandemia da una dashboard online che comprende fin dal primo giorno qualsiasi dato disponibile. Bastano pochi click per scoprire quale sia il tasso di contagio in una specifica città, il numero dei malati, i tamponi fatti e nelle ultime settimane il numero dei vaccini somministrati. Ieri sono stati somministrati circa 220.000 vaccini.

Ma questa eccellenza a livello mondiale non è stata raggiunta dall’oggi al domani. Il processo di digitalizzazione del sistema sanitario nazionale è iniziato ben 25 anni fa. In principio venivano raccolti solo i risultati di alcuni test di laboratorio, alcune cartelle cliniche e vari documenti che invece di essere scritti a mano negli appunti del medico, venivano registrati digitalmente. Nel tempo questa massa di dati si è accumulata.

Ad oggi, ci sono aree in cui i dati hanno una profondità significativa, mentre ce ne sono altre che sono state digitalizzate solo di recente, come ad esempio il settore delle immagini (lastre, risonanze magnetiche ecc.). Anche tutti i sistemi medici militari sono stati sottoposti ad un processo di digitalizzazione ed è probabile che anche i dati relativi a soldati e riservisti siano ora organizzati in un database.

Un sistema sanitario completamente digitalizzato ha avuto un ruolo centrale nella gestione dell’emergenza. Il tracciamento dei malati con la conseguente messa in quarantena dei possibili contagiati, il supporto medico e psicologico dei malati (sia di quelli tenuti a casa che quelli negli ospedali), una completa visione in real-time dello stato di salute e della vita medica di ogni malato e ora la somministrazione rapida ed efficacie del vaccino non sarebbero stati possibili senza di esso.

A tutto ciò si aggiunge una leadership politica capace e reattiva. Il premier Netanyahu, già diversi mesi fa, quando era ormai chiaro che Pfizer e Moderna sarebbero stati i primi a fornire il vaccino, chiuse un accordo per la fornitura di quante più dosi possibili ad un prezzo maggiorato rispetto a qualsiasi altro paese al mondo. Israele si è impegnato a pagare circa 350 milioni di dollari ai due produttori, con un costo medio per entrambi le dosi pari a 47 dollari contro i 39 dollari pagati dagli USA e i 29.52 pagati dall’Unione Europea.

Un ottimo accordo, alla luce del fatto che ogni giorno di lockdown costa al paese circa 180 milioni di dollari.

Ma il vero game changer è apparso chiaro a tutti proprio nelle ultime settimane, quando Pfizer e Moderna hanno ammesso di non essere in grado di fornire tutte le dosi che gli venivano richieste da ogni angolo del globo.

Israele ha quindi messo sul piatto l’unica carta che per queste aziende abbia più valore dei soldi stessi: i dati.

Il governo ha accettato di condividere con le due aziende tutti i dati (naturalmente aggregati e in rispetto della privacy dei cittadini) sull’andamento della campagna di vaccinazione, incrociati naturalmente con quelli sanitari della popolazione.

Pfizer e Moderna non potevano chiedere di meglio per analizzare le performances dei propri vaccini. Una campagna di vaccinazione condotta in poco più di tre mesi, su una popolazione multietnica e completamente tracciata fin nei minimi dettagli. Vi basti pensare che quando ieri sono stato vaccinato l’infermiera ha annotato nel suo tablet il numero di serie della fiala utilizzata, altre informazioni sul mio stato di salute e persino su quale delle due braccia mi avrebbe somministrato il vaccino.

Naturalmente non sono mancate le polemiche per questa condivisione, ma tutto è stato fatto fin dal principio alla luce del sole e il Ministero della Salute, d’accordo con Pfizer, ha pubblicato sul suo sito web il testo dell’accordo.

È notizia di ieri che il governo ha intavolato una discussione su quali diritti verranno riconosciuti a tutti i cittadini possessori del cosiddetto “passaporto verde”, che verrà rilasciato ai vaccinati. Lo scopo non dichiarato è evidentemente spingere sempre più cittadini a richiedere il vaccino. Il Ministro degli Esteri Ashkenazy sta infine discutendo con i suoi omologhi stranieri la possibilità che gli israeliani muniti di passaporto verde possano essere esentati dalla quarantena.

Ancora una volta questo piccolo ma grande paese ha dimostrato al mondo come l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione di settori chiave di un paese, una corretta pianificazione e una leadership preparata possano gestire qualsiasi crisi.

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