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L’immenso orbitale dell’essere umani

Il Giornalone

Antonio Gallo · 2026-01-21 14:54 · 0 claps · 3.8 min read
#il-giornalone #terra #orbital #infinito #scrittura-creativa
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L’immenso orbitale dell’essere umani

Il Giornalone

Il Giornalone

Il rito mattutino de “Il Giornalone”: tra Terra e Cosmo. Ogni mattina apro “Il Giornalone” con la speranza di Ungaretti: illuminarmi d’immenso. Scorro le prime pagine dei quotidiani nazionali e internazionali, cercando di abbracciare con lo sguardo questa umanità che mi appartiene e che sempre mi sfugge.

È una panoramica orbitale, una vista dall’alto delle miserie e delle bellezze che continuano a intrecciarsi nella trama quotidiana del mondo. Guerre e riconciliazioni, catastrofi e slanci di solidarietà, meschinità e grandezza convivono in quelle colonne di testo, in quelle fotografie che cercano di fermare l’attimo.

C’è un limite che mi pesa. Mi muovo solo nell’universo alfabetico, tra caratteri latini, cirillici, greci. Le lingue ideografiche mi restano precluse: il cinese, il giapponese, l’arabo con la sua calligrafia che è già preghiera. Interi continenti di pensiero, modi diversi di dare forma al mondo, mi sfuggono.

Viaggiando nel quinto ventennio sento questa lacuna come una ferita. Non per vanità intellettuale, ma perché comprendo quanto sia parziale la mia visione. Vorrei capire di più, penetrare altri modi di pensare e sentire, abbattere quei muri invisibili che le scritture erigono.

Nonostante il fondamentale ottimismo ereditato da mio Padre, nonostante la fedeltà a un pensiero positivo che mi ha accompagnato nella vita, davanti a questa moltitudine di alfabeti sconosciuti mi arrendo. L’Immenso di cui parla il Poeta Ungaretti resta per me circoscritto, limitato alle terre che condividono il mio stesso modo di scrivere il silenzio.

Il Libro

Il Libro

Un silenzio orbitale, è il caso di dire. Lo sguardo dall’alto. Questa sensazione di distanza e prossimità, di nostalgia e meraviglia, mi ha accompagnato leggendo Orbital di Samantha Harvey, vincitore del Booker Prize 2024. Un libro breve, appena centotrentasei pagine, ma capace di contenere l’immensità.

Harvey racconta ventiquattro ore nella vita di sei astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Sedici orbite terrestri, sedici albe e sedici tramonti. Pietro dall’Italia, Chie dal Giappone, Shaun dall’America, Nell dal Regno Unito, Anton e Roman dalla Russia.

Ognuno con i propri compiti scientifici, ognuno con il proprio carico di memorie terrestri: un matrimonio in crisi, un fratello malato, un funerale a cui non hanno potuto partecipare. L’autrice Harvey scrive come se guardasse la Terra con gli occhi di chi l’ha lasciata, a quattrocento chilometri di distanza.

Da quella prospettiva privilegiata, il pianeta diventa fragile e prezioso, un gioiello sospeso nel vuoto cosmico. Le frontiere si dissolvono, i confini politici perdono senso. Visto da lassù, il mondo è uno solo, vulnerabile e meraviglioso insieme. La stessa mia sensazione quando leggo il Giornalone.

C’è qualcosa di profondamente commovente in questa visione. Gli astronauti osservano tifoni che minacciano devastazione, vedono lo spettacolo della natura nella sua potenza indifferente, riconoscono nel pianeta azzurro la casa che hanno lasciato e che forse non rivedranno con gli stessi occhi.

Nascono tra loro legami profondi, si sentono parti di un unico organismo: Pietro la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima, Nell il respiro. La prosa di Harvey è lirica ma asciutta, capace di trasfigurare il quotidiano in contemplazione.

Non è fantascienza, è letteratura che si serve dello spazio per interrogarsi sull’esistenza, su Dio, sul tempo, sulla nostra impronta sul pianeta. È un canto d’amore alla Terra osservata da chi è costretto a starle lontano.

Tra la finestra della mia casa che dà sull’antica Valle dei Sarrasti, il loro oblò, e le immagini delle prime pagine del mondo sul “Giornalone”, mi rendo conto di quanto sia simile la nostra posizione, per quanto paradossale possa sembrare.

Io dalla mia scrivania, le pagine dei giornali del mondo, loro dalla Stazione Spaziale, guardiamo lo stesso mondo da prospettive distanti. Entrambi cerchiamo di comprendere l’insieme attraverso frammenti, scorci, istantanee.

La differenza è che gli astronauti di Harvey vedono la Terra senza filtri ideologici, senza le narrazioni che dividono. Le prime pagine dei giornali che leggo ogni mattina, invece, sono già interpretazioni, conflitti cristallizzati in parole, realtà mediate dalle lingue che conosco e da quelle che mi sfuggono.

Eppure entrambi, io e loro, condividiamo la stessa nostalgia. Loro guardano il pianeta da cui vengono e sentono lo strazio della distanza. Io guardo le scritture, anche quelle che non comprendo e sento la mancanza di una comprensione totale che non raggiungerò mai.

Harvey ci ricorda qualcosa di essenziale: siamo piccole foglie al vento di fronte all’immensità del tempo e dello spazio. La nostra esistenza è effimera, scritta dal futuro che riusciamo a sognare. Questa consapevolezza della nostra fragilità dovrebbe spingerci a proteggere ciò che abbiamo, a guardare la Terra non come un territorio da conquistare ma come un paradiso da custodire.

Forse è proprio questo il senso profondo del mio rito mattutino con “Il Giornalone” e della lettura di Orbital: ricordarmi che l’immensità esiste, anche se non riesco ad abbracciarla tutta. Che il mondo è più vasto delle mie possibilità di comprensione. Che la saggezza non sta nel sapere tutto, ma nell’accettare con umiltà i confini del proprio sguardo.

E’ necessario continuare però a cercare, a interrogarsi, a non smettere di desiderare la luce. Come gli astronauti che orbitano in silenzio contemplando la bellezza fragile del pianeta azzurro, così io continuo ogni mattina a girare intorno a questa umanità che non finirò mai di comprendere del tutto.

E forse è proprio in questa orbita infinita, in questo movimento circolare tra vicinanza e distanza, che si nasconde il senso più profondo del nostro essere umani.


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