E su questo tema continuarono a conversare
Intanto i due congiurati erano penetrati fino nella stanza del colonnello, fiocamente rischiarata da un lumicino a olio confinato in un…
E su questo tema continuarono a conversare

E su questo tema continuarono a conversare
Intanto i due congiurati erano penetrati fino nella stanza del colonnello, fiocamente rischiarata da un lumicino a olio confinato in un angolo che permetteva appena di vedere dove si metteva il piede e di non urtare i mobili. Esso lasciava anche vedere la testa [17]canuta e rispettabile del colonnello che dormiva supino a bocca aperta nel suo letto.
Gambini e Giorgio in faccia a quel sonno tranquillo ebbero un minuto d’esitazione; forse pareva loro di commettere un delitto; certo non era un’impresa eroica.
Giorgio s’avvicinò per il primo e pose la sua mano robusta sul braccio destro del dormente; questi si scosse subito, ma Gambini intanto gli aveva afferrato il braccio sinistro. Il colonnello spalancò gli occhi, li fissò un’istante su quelle due ombre che gli stavano al fianco, poi desto al sentimento della verità sferrò con erculeo sforzo le sue braccia e allungò la mano per afferrare la pistola che aveva vicino al suo letto. Ma Giorgio aveva preveduto il movimento, e prima che il colonnello avesse potuto arrivarvi s’era già impadronito della pistola.
Des Geneis non si arrese, e si precipitò giù dal letto gridando con quanta voce aveva nel petto «all’armi»; ma Giorgio e Gambini gli furono sopra, lo atterrarono e mentre il capitano gli teneva le braccia, Giorgio gli premeva coi ginocchi il petto e colle mani la bocca per impedirgli di gridare…. ci fu qualche minuto di sosta…. il vecchio respirava appena, schizzava gli occhi fuori dell’orbite e mugolava sordamente.
Il capitano Gambini colse questo lucido intervallo per farsi riconoscere.
— Colonnello — disse il capitano — non mi riconoscete? Sono il capitano Gambini. Non vi voglio fare alcun male, ma in nome della libertà e della costituzione v’intimo [18]d’arrendervi e di affidarmi le chiavi della Cittadella.
— Mai…. — urlò l’atterrato…. — prima si muore.
— Colonnello, la vostra resistenza è inutile… tutta la guarnigione è con noi e domani ci sarà tutta la città.
— Mai… — replicò…. — viva il Re…. e cogliendo un momento in cui Giorgio aveva allentata la stretta per lasciarlo parlare, balzò da terra colla agilità d’un giovane, e prima ancora che i suoi due avversarii avessero potuto metter mano alle loro, aveva staccato dalla parete la sua spada e la brandiva con ammirabile gesto di sfida.
Giorgio lo assalì colla sua sciabola corta da artigliere: il cavaliere Des Geneis gli misurò un terribile fendente alla testa, Giorgio lo parò metà colla lama, metà col braccio, ma senza nemmeno accorgersi della ricevuta ferita e del sangue che ne grondava, infilò con un colpo disperato il petto del colonnello e glielo passò fuor fuora.
Gambini aveva assistito al breve combattimento appoggiato alla sua spada, e quando vide che Giorgio ebbe vinto, disse: — se tu soccombevi sarei subentrato io, ma in due contro un vecchio mi sarebbe parso un assassinio.
— È giusto; e questo sangue mi fa bene, — rispose Giorgio additando la sua mano che penzolava quasi tronca — mi pare riscatti la morte di quel bravo uomo.
Il colpo era fatto: usciti trovarono Rittatore che faceva mettere in rango il suo corpo di [19]guardia. Il capitano Gambini annunzia loro che prendeva il comando della Cittadella in nome della costituzione e li invito ad inalberare con lui la bandiera nazionale. Quei soldati vedevano un capitano che parlava, un sergente che assentiva, e non chiesero di più, e per opera loro in una notte tutta la cittadella fu coperta di vessilli tricolori.
Gambini corse a svegliare gli ufficiali suoi amici annunciando l’accaduto, essi l’udivano con gioia: finalmente uno aveva osato cominciare, finalmente avevano un capo: era la sola cosa che desideravano.
Appena albeggiato fu dato nei tamburi, tutta la guarnigione fu messa sotto le armi, e stanca di passare di incertezza in incertezza, d’allarme in allarme, accettò il fatto compiuto e con una delle solite baldorie di caserma, lo ratificò.
Il cannone annunziò l’avvenimento, e Torino vide sventolare sulla caserma i vessilli costituzionali, ancora incredula di quel miracolo compito. L’annunzio fu portato al comitato che ne fu meravigliato: fu portato al Carignano il quale, non volendo mostrarsi nè troppo credulo nè troppo scettico, mandò ad accertarsene. Un dragone a stento potè andare e tornare col messaggio. Tutta la popolazione era intorno agli spalti della trionfata fortezza a salutare il fausto avvenimento.
Era giunta l’ora anche per Carlo Alberto; se egli esitava ancora, tutti quei giorni di lotte, di dubbi, tutte quelle promesse dispensate, quelle speranze nutrite diventavano una commedia sfruttata, una scandalosa menzogna.
Gli amici gli stavano d’attorno, lo premevano, lo incalzavano, gli conducevano il cavallo, gli presentavano la spada e la bandiera, ed egli girava gli occhi incerto, ansioso, dall’una all’altra, non sapendo decidersi ad accettarle, non volendo decidersi a rifiutarle. Alla fine montò in sella sperando ancora che un improvviso avvenimento gli avrebbe lasciato tempo, e dubbioso sempre se avrebbe trattato il popolo al quale andava incontro come amico o come ribelle.
Andava spinto dal soffio del dubbio come una nave senza bussola, come uno spirito senza coscienza.
Giunto in piazza Castello, fatti forse cinquanta passi, gli giungono all’orecchio le grida di «Guerra all’Austria! viva la costituzione di Spagna! viva la libertà!»
Carlo Alberto non ha più il coraggio di avanzarsi, quella franchezza popolare gli dà le vertigini. Sente che era venuto il momento di dire il suo est est non non ed egli non sa, non vuole, non osa, vorrebbe e non vorrebbe… tentenna; una voce lo incalza e gli grida: avanti! è quella d’Italia, del popolo, dell’onore, della gloria, e il cuore gli balza in petto e spinge il suo cavallo; ma un’altra voce lo affronta e gli intima «indietro!» è forse quella della sua casa, de’ suoi avi, del Re, del trono, della sicurezza, della pace, e si arresta, e gira le redini e rifa le sue orme.
Muschietti gli era sempre stato vicino, l’aveva osservato, l’aveva compreso. Quando vede che il Principe si volta per tornare indietro si slancia alla testa del suo cavallo, ne afferra [21]la briglia e facendogli splendere sugli occhi la canna d’una pistola, gli grida:
— Altezza! la strada del ritorno è quella del tradimento, la strada dell’ardire è quella della gloria: qui su queste pietre è il circolo di Popilio; decidete.
In ogni tempo la massima tortura fu quella del dubbio. Carlo Alberto sarebbe morto più volentieri che dire in quel momento voglio. Ma tutta la città, tutti i suoi amici carbonari, tutti i federati che avevano confidato ne’ suoi giuramenti, lo guardavano: la coscienza d’un popolo intero lo metteva in mora, e gli fu forza piegare ed aver suo malgrado la volontà.
Decise d’andare avanti e proclamò la costituzione. Carlo Alberto in quel giorno parve agli occhi di tutti un eroe, ma da quell’ora la sua timida coscienza non ebbe più riposo e non trovò una notte di sonno.
SENTIAMO TACCHINI. Una mattina del mese di gennaio i nostri abbonati alla bottega dello speziale, Onofrio, che il lettore non avrà del tutto dimenticati discutevano, commentavano, e straziavano a modo loro le notizie giunte allora di fresco, già guaste e sfigurate nel tragitto, della comparsa al Teatro d’Angennes dei quattro studenti che erano diventati quaranta; e del [22]conflitto dell’Università che aveva pigliato sulle labbra del cancelliere Frustadenti e nella mente del credulo farmacopula le proporzioni di una giornata campale.
Quando entrava in bottega il maresciallo Malagana e buttava là a pascolo della voracità comune queste parole:
— Sapete che il sindaco Arena è partito ieri sera: e non si sa nè per dove, nè perchè?
— Partito? — risposero in coro i congregati.
— È impossibile!…. l’avrebbe detto a me, rispose il cancelliere Frustadenti sedendosi, e facendo rientrare orgogliosamente il suo mento nella scatola, sempre pronta a riceverlo, del suo cravattone nero…
— Pure se a qualcuno doveva dirlo, per primo era a me, che sono il primo rappresentante del Re…. — fece il Maresciallo dei Carabinieri con stizza manifesta.
— E pazienza loro due! Ma non dir nulla al Parroco che deve rispondere a Dio ed ai suoi vicarii sulla terra delle anime della parrocchia.
— Scusino veh! — fece lo speziale, — ma salvo gli errori del popolo, i primi a cui doveva parlar del suo viaggio erano quelli di sua famiglia…. ora se si vuol sapere qualcosa è da tornare in famiglia…. e…. salvo sempre gli errori….
— La famiglia non sa nulla, rispose il Maresciallo. Io l’ho interrogata.
— Ma allora dove sarà andato?
— Sarà andato per vendere il grano che ha ancora sul granaio dell’anno scorso.
— Se volete saperlo, il sindaco Arena ha una missione politica. E chi non mi crede scommetta, conchiuse il Frustadenti sputando questa sua affermazione con tanta risolutezza da lasciar mogi e silenziosi i suoi contraddittori.
Infatti dov’era andato così improvvisamente il sindaco Arena, e che cosa era accaduto per indurlo a partire all’insaputa di tutti e con tant’aria di mistero?
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