Paladini
Canto XII: Vampyr
Paladini
Canto XII: Vampyr
Nelle precedenti puntate…
Otto anni prima dell’inizio della narrazione, la piccola Vassilissa, figlia di un mercante di Novgorod, aveva ricevuto la propria bambola animata dalla madre Poludnica, ormai in punto di morte. Ella s’era raccomandata di non mostrarla a nessuno e le aveva consigliato di nutrirla per avere in cambio protezione magica. Il mercante s’era poi risposato con una donna che aveva già due figlie, coetanee di Vassilissa. La matrigna e le sorelle, invidiando la sua bellezza, la tormentavano imponendole ogni più duro lavoro, ma la bambola le risparmiava le incombenze più pesanti sbrigandole al posto suo. Alla notizia di un imminente attacco dei Tartari su Novgorod, il mercante e la sua famiglia si erano trasferiti in Francia confidando nella sicurezza del reame di Carlo Magno. Avevano così acquistato una casetta vicina alla Selva oscura. Qui la vita di Vassilissa era cambiata radicalmente quando alcuni misteriosi cavalieri avevano bussato alla sua porta: erano gli uomini della Compagnia degli Emuli di San Giorgio, mercenari agli ordini dello spietato sir Hegseth d’Albany. Nonostante le menzogne addotte da quest’ultimo, si scopre ben presto che il vero oggetto della loro inchiesta era la bambola magica di Vassilissa. Smascherata la finzione, Hegseth aveva ucciso la matrigna e ordinato ai suoi uomini di rapire le sorellastre, mentre Vassilissa era riuscita a fuggire nella Selva oscura insieme alla bambola.
Capitolo precedente: Paladini. Canto XI: Casa di bambola | by Dino Ranieri Scandariato | Jul, 2026 | Medium

Vassilissa continuò a correre nel folto della Selva finché il fiato non le mancò del tutto e le gambe non le cedettero. Inciampò sulle radici di una grossa quercia e cadde in un letto di foglie morte; lì giacque in lacrime, stringendo la bambola al petto, quasi volesse trattenere dentro di sé quel cuore indemoniato che tanto scalciava all’impazzata per la fatica e il terrore. «Respira, Vassilissa, riprendi fiato…» le disse la bambola, «al momento siamo al sicuro: qui i cavalieri non potranno darci la caccia. Come sai, nessuno osa spingersi dentro questa selva». «Hanno ucciso papà e la matrigna, e ora hanno rapito le mie sorellastre…» singhiozzò la bambina, «perché non sei intervenuta per fermarli, Poludnica? Perché ci siamo nascoste in attesa che massacrassero le altre? Papà mi aveva chiesto di badare a loro, e invece io sono scappata!». «Quegli uomini erano troppi, bambina mia, e i miei poteri sono limitati, specialmente nell’ambito del combattimento… posso ricorrere alle arti marziali, in particolar modo al kung-fu, ma certo non posso fare miracoli: del resto, come può un fantoccio di pezza tener testa a uno squadrone di professionisti della guerra? Se fossi intervenuta per salvare la matrigna e le sorellastre, mi avrebbero senz’altro catturata e tu saresti stata uccisa! No, non potevo permetterlo». «Perché, perché dovrei restare viva ora che non ho più nessuno al mondo?». «Non sei sola, Vassilissa, tu hai me. Finché lo vorrai, io ti proteggerò a ogni costo…». «Ma chi sono… chi sono quegli uomini? Come facevano a sapere della tua esistenza? Io ho fatto come mi aveva chiesto la mamma prima di morire: ti ho sempre nascosta, senza mai mostrarti neanche al mio povero padre! Com’è possibile che sapessero di noi? E cosa vogliono da te?». «Credo siano dei mercenari, persone pagate per combattere. Il loro comandante, questo sir Hegseth d’Albany, potrebbe essere uno dei tanti baronetti d’Inghilterra che si sono dati alla vita cavalleresca a cagione di ristrettezze economiche. Come abbiano fatto a sapere di noi, resta un mistero anche per me: se la mia congettura è corretta, è probabile che qualcuno li abbia ingaggiati per darci la caccia, ma ovviamente non saprei dire né chi sia stato né a quale scopo l’abbia fatto». «Forse in passato, prima che mamma ti cedesse a me, qualcuno è venuto a conoscenza dei tuoi poteri? È possibile che, a Novgorod o altrove, qualche uomo cattivo ti abbia vista mentre facevi i tuoi incanti e abbia quindi meditato di sequestrarti per servirsi di te?». «Non posso escluderlo. Sfortunatamente non ho una mente in grado di custodire memorie, motivo per cui degli anni vissuti con tua madre conservo solo poche immagini». «Quel giorno, quando ti affidò a me, mamma sembrava preoccupata… non era la morte che la spaventava, piuttosto l’idea che qualcun altro venisse a sapere di te. Mi disse che le eri stata donata dalla fata Mokoš, la quale si era raccomandata, già allora, di non mostrati a nessuno». «Mi dispiace, non ricordo nulla di quanto accadde all’epoca: è come se quella stessa forza che mi anima dandomi i poteri che ho, mi impedisse al contempo di rimembrare il passato. So solo che il mio compito è quello di proteggere te; perciò, non devo finire nelle mani di nessun altro». Vassilissa si sollevò dal suolo guardando il volto della sua bambola. Da un lato due bottoni al posto degli occhi e un lungo sorriso cucito, dall’altro il lacrimoso sembiante della bambina. «Non importa, Poludnica: chiunque sia colui che ti vuol rapire, fosse anche il demone Koščej in persona, io non glielo permetterò» disse Vassilissa tirando su col naso, poi, baciandole la testina di pezza, seguitò dicendo: «Ti proteggerò anch’io così come tu hai protetto me… perché tu sei quel che resta della mia famiglia. Insieme ce la faremo, te lo prometto. Ora però, ti prego, aiutami ad affrontare questa selva: è così aspra e oscura che pare anch’essa a lutto, come il mio povero cuore». Si misero in cammino tenendosi per mano, e avanzarono cautamente tra l’intrico vorticoso degli arbusti: sebbene la disperazione la pervadesse, la bambina si lasciò guidare docilmente dalle indicazioni della bambola. Tutt’a un tratto, udito lo scalpiccio di cavalli al trotto, Vassilissa s’arrestò di colpo per poi nascondersi, in fretta e furia, dietro una grossa roccia. Temeva fossero gli uomini di Hegseth: magari un drappello si era spinto fin dentro la selva per darle la caccia. Subito si diede per spacciata, ma presto si accorse che a trottare sul sentiero erano ben altri cavalieri. Sbirciando cautamente dalla roccia, notò, infatti, tre strani individui che procedevano in fila indiana sui loro destrieri: il primo indossava un’armatura bianca avvolta da una pelliccia di leone, il secondo aveva una cotta di maglia rosso vermiglio ed era ricoperto dalla gaetta pelle d’una lonza, mentre il terzo era un cavaliere nero col capo nascosto dentro una testa impagliata di lupo. «Chi saranno mai? Sono tanto strani da non sembrare umani. Forse si tratta di spiriti della foresta?» sussurrò la bambina mentre i tre cavalieri si allontanavano in silenzio lungo il sentiero. «Dobbiamo seguirli» rispose la bambola, «magari ci condurranno a un qualche bivacco oppure, se siamo fortunate, a una dimora in cui poter alloggiare e recuperare le forze». «Come facciamo a seguirli? Sono troppo veloci…». «Poiché la luminosità della selva ancora ce lo consente, seguiremo le orme dei cavalli». Così, cammina cammina, orma dopo orma, Vassilissa e Poludnica si trovarono dinnanzi a una mostruosa palizzata di ossa umane, sopra il quale svettavano, a mo’ di stendardi, svariati teschi luminescenti. La bambina si paralizzò, terrorizzata. Non voleva credere a ciò che stava vedendo. «Li vedi anche tu, bambolina? Quelli sono t-teschi…» disse con un filo di voce. «Proprio così. Questa non può che essere la dimora della Baba Jaga…» rispose Poludnica senza un briciolo di preoccupazione. Sembrava, al contrario, piuttosto soddisfatta, «Evidentemente i tre cavalieri che abbiamo visto sono servitori della potente maga che abita qui». «La Baba Jaga? Oh, ti prego, Poludnica… io ho paura… andiamo via da qui! Ti prego…». «Non devi aver paura, Vassilissa: la Baba Jaga non ti farà del male». «Come puoi saperlo? Non vedi che la sua casa è circondata da scheletri di gente morta?». «Non so dirti la ragione del mio ottimismo, eppure c’è qualcosa dentro di me che mi rende certa di trovarmi nel posto giusto. So che all’apparenza può sembrare il contrario, tuttavia devi fidarti di me: all’interno di questa selva, la Baba Jaga è forse l’unica persona in grado di aiutarci. Ora è tempo di essere coraggiose, bambina mia. Devi affrontare la paura, parlare con la signora e convincerla ad ospitarti. Forse vorrà metterti alla prova, ma tu non devi esitare». «Va bene, bambolina, mi fido di te…» disse Vassilissa cercando di corazzare il suo spaurito cuore con l’armatura adamantina della fede, «Ma tu cosa farai nel mentre?». «Intanto nascondimi, ti prometto che rimarrò in ascolto e interverrò in caso di necessità». La bambina la nascose dentro le sue vesti e subito sentì sul suo petto una specie di calore calmo, simile a quello che il fuoco dona all’infreddolito viandante nelle gelide notti d’inverno. Fece un respiro profondo, e soffiò via la sua paura come avesse avuto dinnanzi pappi di tarassaco.
Varcato il macabro steccato, Vassilissa vide una casetta tutta storta, sorretta da due gigantesche zampe di gallina. Si fece avanti contemplando meravigliata quell’assurdità architettonica, poi, trovata la rete che portava alla balconata, prese ad arrampicarsi verso l’uscio, rischiando più volte di scivolare a causa del viscidume che permeava le corde. Arrivata al portone, si accorse con raccapriccio che, al posto dei battenti, c’erano gambe umane avvizzite, così come altre membra umane evidentemente ridotte a oggetti d’arredamento. La bambina venne assalita dal disgusto, ma non si fermò: afferrò una gamba rinsecchita e se ne servì per bussare alla porta. Pochi secondi dopo apparve una vecchia signora dal viso emaciato, con lunghi capelli canuti lasciati alla rinfusa, uno scialle un po’ fricchettone e una veste rustica piena di strappi e toppe. «Toh guarda, una mocciosa…» disse la Baba Jaga scrutando la bambina con aria distaccata. «S-salve, signora» balbettò Vassilissa, «Io… io chiedo scusa per il disturbo…». «Chi diavolo sei? E che ci fai nella mia proprietà? Possibile che la mia collezione di teschi ammonitori non ti abbia fatto capire che non mi piace ricevere visite? Che mi venga un accidente, credevo che questa roba facesse paura, e invece pare incuriosire i viandanti…». «Mi chiamo Vassilissa, signora… ho quasi undici anni e sono nata a Novgorod, nella lontana Rus’ di Kiev. La mia famiglia si è trasferita in un casolare qui vicino ormai due anni fa, e proprio questa mattina abbiamo subito un sanguinoso attacco da parte di una banda di predoni…». «Che tipo di predoni?» domandò la Baba Jaga. «Hanno detto di far parte di una certa Compagnia degli Emuli di San Giorgio. Li guida uno spregevole individuo, un assassino privo di scrupoli che si fa chiamare sir Hegseth d’Albany». «Mai sentiti nominare…» fece la Baba Jaga incrociando le braccia. «Hanno fatto irruzione a casa nostra uccidendo la mia matrigna e sequestrando le mie sorellastre. Io mi sono salvata scappando nella selva, ma ora sono del tutto persa». «Che ne è stato del resto della tua famiglia? Non c’è nessuno che può aiutarti?». «Mia madre è morta quando avevo otto anni e oggi stesso ho appreso che la Compagnia degli Emuli di San Giorgio ha ucciso il mio povero padre mentre era in viaggio per l’Inghilterra…». La Baba Jaga si accigliò: «Come mai questo accanimento? Cosa volevano dalla tua famiglia?». Vassilissa sapeva di non poter dire la verità. Rivelare l’esistenza di Poludnica avrebbe comportato troppi rischi, specialmente in quel momento, dopo tutto quello che le era capitato. «Io… io non lo so, signora. Quando i predoni sono entrati in casa, io ero bloccata in uno stanzino: è stata una delle mie povere sorellastre a rinchiudermi lì dentro. Loro lo fanno spesso, si divertono a farmi i dispetti. Di conseguenza, pur provando ad origliare, non ho avuto modo di comprendere nel dettaglio le ragioni di quanto stava accadendo». «E come hai fatto a scappare se eri rinchiusa in quello stanzino?». «Ho sfondato la porta…». «Uno scricciolo come te? Ah, questa sì che è bella!» sghignazzò la Baba Jaga. «La prego di credermi!» disse Vassilissa cadendo in ginocchio, «Mi sono salvata per miracolo: i predoni mi hanno inseguita fino al margine della selva, ma si sono ritirati quando mi hanno vista addentrarmi nel fitto degli arbusti…». «E come hai fatto a trovare la strada che porta a casa mia? Questa selva è una specie di labirinto incantato: chiunque non padroneggi la magia non può orientarsi». «Ho visto tre cavalieri — uno bianco, uno rosso e l’altro nero — e ho seguito le loro orme…». «Ah, i miei animali domestici: Albus, Solicellus e Nox. Un leone, una lonza e un lupo. Quelle che hai visto sono le forme che assumono quando si trasformano. Hai avuto una fortuna sfacciata, ragazzina: senza di loro probabilmente ti saresti sepolta viva negli intricati meandri della selva». «Li ho seguiti nella speranza di trovare qualcuno che mi aiutasse». «Dimmi, tu sai chi sono io?». «Sì… quella che tutti chiamano Baba Jaga». «E tu sai cosa fa la Baba Jaga?». «Dicono… che m-mangi le persone…». «Di conseguenza, che aiuto vorresti dalla Baba Jaga?» chiese la megera sospirando. «Non ho più nulla, né cibo né acqua, né un letto in cui dormire… la prego, signora, sia clemente, mi dia una mano! Senza il suo aiuto, non ho speranze di salvezza» piagnucolò la bambina. «Smettila di piangere, mi fai solo innervosire!» urlò inferocita la Baba Jaga. Sconvolta da quella reazione, Vassilissa si paralizzò abortendo a fatica i suoi singhiozzi. Lentamente portò una mano al suo petto, cercando la presenza della sua bambola. «Sono passati molti anni dall’ultima volta che ho visto una mocciosa come te… e posso ben dire d’essere stata fortunata perché ho sempre detestato i marmocchi e i loro piagnistei». La megera fece un profondo respiro, cui seguì qualche imprecazione bofonchiata: «Avanti, entra…» disse togliendosi dall’uscio, «posso darti gli avanzi del pranzo. Ma vedi di accontentarti senza fare storie, altrimenti ti trasformo seduta stante in una ranocchia, ci siamo intese?». Fece accomodare la bambina all’interno della sua bislacca dimora, ove soggiornava — come s’evinceva subito dal pungente odore, dai grumi di pelume che erravano casa casa e dai molti occhi che sbucavano qui e là tra le cose — un’intera colonia felina. La Baba Jaga le presentò tutti i gatti, poi le diede del pane e una scodella di avanzi che la bambina divorò godendosi ogni boccone. «Molto buono, signora. Posso sapere di che si tratta?». «Certo, è il mio piatto preferito… spezzatino di neonato umano allungato con sugo di lumache». Attese qualche istante, godendosi la faccia scioccata della bambina, poi proruppe in una risata tanto scomposta da sfociare in una scarica di tosse: «Oh santo cielo, avresti dovuto vedere la tua faccia, ihihihih! È solo… è solo una zuppa di seitan marinato nel vino rosso con crema di patate e cipolle, un po’ di alloro e grani di pepe… io non mangio alcun tipo di carne, sono vegana» disse mentre, seduta sul rozzo tavolo del salotto, sminuzzava quella che parrebbe essere stata un’infiorescenza di cannabis per poi collocarla nel fornello di un lungo e nodoso prototipo di pipa. «Ignis!» disse la Baba Jaga stringendo coi denti il bocchino della pipa. L’incantesimo innescò la combustione nel fornello, e subito la megera fece qualche tiro che annebbiò l’intero salotto. «Allora non sono vere tutte quelle dicerie sul suo conto…» ne concluse Vassilissa. «Sono semplici storielle d’ammonimento per bambini della tua età, tuttavia, come in ogni storiella, anche in quelle dicerie c’è un fondo di verità: non sarò antropofaga, ma resto pur sempre una vecchia zitella stronza…» disse la Baba Jaga sorridendo, dopo un lungo tiro di pipa. «Be’, forse non così tanto stronza come vuol far credere» azzardò Vassilissa, «altrimenti non mi avrebbe certo offerto aiuto…». «Stammi bene a sentire, ragazzina…» replicò la megera inasprendo il tono, come fosse preoccupata di uscire dal suo personaggio, «il mio è un regime esistenziale rozzo ed esotico, lontano da quell’accozzaglia di finte comodità e convenzioni sociali che s’ostinano a chiamare “civiltà”. Questa è la vita che ho scelto di vivere tanti anni fa, e non intendo cambiarla di una sola virgola per venire incontro alle esigenze di chicchessia. Se pensi che mi lascerò intenerire dalla triste sorte che ti è capitata, be’, ti sbagli di grosso. Nella mia lunga e travagliata esistenza ho sentito e vissuto in prima persone storie ben più raccapriccianti. Perciò, mettiamo subito in chiaro la seguente regola generale: se vuoi restare qui, devi adattarti. Puoi dormire nello stanzino dei gatti…». «Grazie mille, signora. Le sono infinitamente riconoscente…». «Non me ne faccio niente della tua riconoscenza. Qui non siamo dai Fatebenefratelli, mi capisci? Non faccio elemosina a nessuno, io. Vuoi mangiare il mio cibo e dormire sotto il mio tetto? Allora devi sgobbare. Hai mai lavorato?». «Sissignora, la matrigna e le sorellastre mi facevano fare sempre i lavori più duri…». «Benissimo, allora sei allenata. Allora, vedi lo schifo che c’è in questo salotto? Entro domani deve sparire. Puff, come se non fosse mai esistito. Avrai certo notato le palle di pelo che s’aggirano un po’ ovunque… anche quelle devono sparire. C’è da passare la scopa e lo straccio, pulire per bene la cucina, lavare la biancheria, ripulire uno staio di grano dal loglio e dare la pappa a tutti gli animali. Se fai queste cose per me e le fai per benino, potrai restare qui finché vorrai. Viceversa, ti conviene sloggiare prima che decida di darti in pasto ad Albus, Solicellus e Nox, d’accordo?». «S-sissignora, vedrà che non la deluderò…» disse Vassilissa mettendo da parte, senza farsi vedere, un tozzo di pane da destinare ad altra bocca.
La Baba Jaga quasi non credette ai suoi occhi quando, destatasi dal prolungato sonno conciliatole dalla sua generosa dose di tetraidrocannabinolo, notò che tutte le faccende commissionate alla bambina erano state ottimamente sbrigate. La sua catapecchia non era mai stata così pulita e linda; persino i suoi gatti sembravano molto più grassocci e soddisfatti. «Che mi venga un accidente, mica male per una mocciosa come te…» biascicò la megera tutta soddisfatta, convinta d’aver fatto bene, il giorno prima, a non mandarla al diavolo. Era iniziato un nuovo capitolo della storia di Vassilissa, un capitolo — ahimé — non particolarmente movimentato dal punto di vista narrativo né emotivamente entusiasmante, giacché per molto tempo la protagonista non fece altro che assecondare le richieste della Baba Jaga, dedicandosi al lavoro domestico col segreto ausilio della sua bambola. La strega, frattanto, non accennava ad aprirsi più del tanto con la bambina; al contrario, manteneva cocciutamente un atteggiamento scontroso e distaccato, suscitando spesso la frustrazione di Vassilissa. Passarono così diversi mesi, finché qualcosa non cambiò spezzando la monotonia del sopracitato capitolo. La nostra Vassilissa aveva da poco compiuto dodici anni, e la sua bellezza si schiudeva sempre più vistosamente, così come la sua insofferenza nei confronti delle ripetitive incombenze quotidiane e di quell’isolamento forzato che contrassegnavano la sua esistenza nella Selva oscura. Qualcosa nel profondo del suo cuore continuava a non darle tregua: erano le preghiere di suo padre orribilmente torturato, le lacrime della sua matrina vilmente assassinata, le urla delle sorellastre rapite dagli uomini di Hegseth. Più il tempo passava, meno Vassilissa tollerava l’idea di aver abbandonato al loro destino quelle poverette: è vero, loro la detestavano, la maltrattavano sempre… ma certo non meritavano di far quella fine! E i responsabili di tutto questo, quegli uomini, o meglio quei mostri, loro certo non meritavano di farla franca. Vendetta! Ecco cosa voleva. Liberare le sorellastre e tagliare la testa a quel demonio di Hegseth. Ma come poteva riuscirci da sola? La Baba Jaga non ne voleva sapere nulla: «Ah, non farmi ridere! Anche ammesso che tu riesca ad andartene da questa Selva, sei solo una povera orfanella indifesa… cosa pensi di fare? Non conti nulla: nessuno ti aiuterebbe, piuttosto verresti ammazzata immantinente. Devi rassegnarti». «Non voglio fare come la mia matrigna: non voglio rassegnarmi, tra le lacrime, al ruolo della cosa. La morte non mi fa paura, la preferisco a questa inutile e vigliacca vita da sguattera!». «Benissimo, allora va’ a vendicarti, quella è la porta… io certo non ti trattengo!». Vassilissa sapeva che la Baba Jaga aveva ragione, perciò non se ne andava. In compenso, si era rivolta alla sua bambola pregandola di insegnarle le arti marziali: se si fosse allenata tutti i giorni, pensava tra sé e sé, un giorno sarebbe stata sufficientemente forte per affrontare i suoi nemici. Iniziò, pertanto, ad essere meno cauta nella gestione delle faccende domestiche e a trascorrere sempre più tempo fuori di casa, infrattandosi dove la Baba Jaga non poteva vederla. Lì iniziava lunghe sessioni di combattimento con Poludnica che, per l’occasione, aveva egregiamente rivestito i panni del Sensei; tuttavia, come quest’ultima ben sapeva, lottare contro un piccolo bambolotto di pezza non avrebbe mai garantito a Vassilissa progressi significativi, così un giorno… «Dobbiamo finirla qui, Vassilissa…» disse Poludnica dopo averla atterrata per l’ennesima volta, «se vuoi realmente imparare a combattere, non puoi allenarti con me: hai bisogno, piuttosto, di avversari che abbiano un vero e proprio corpo, persone in carne ed ossa, mi capisci?». «Mi vuoi dire che… tutto questo è inutile?» rispose la ragazzina sollevandosi dal suolo. «Voglio dire che per la pratica devi trovare qualcun altro, perché io non so come aiutarti». Vassilissa si coprì il volto con ambo le mani, mentre il dolore fisico dovuto alle percosse ricevute dalla bambola lasciava spazio a una sensazione di malessere interiore che assunse rapidamente i connotati tipici della rabbia: «Sono stata sciocca. M’illudevo che tu potessi aiutarmi a fare qualcosa di importante, ma evidentemente il tuo scopo principale è pulire, sistemare, sbrigare faccende di casa… e allora mi domando: che senso ha rapire, torturare e uccidere persone solo per impossessarsi di una stupida bambola che fa la lavandaia e canta ninnananne ai bambini?». Poludnica tacque. Fissava Vassilissa con quegli occhi abbottonati e il suo eterno sorriso. «Sai una cosa?» proseguì la ragazzina, «Io ormai sono troppo grande per giocare con le bambole. Addio, Poludnica… me ne vado per sempre!» disse, e scattò verso il fitto degli alberi cercando di mascherare in tutti i modi le lacrime che inondavano i suoi tempestosi occhi. «Aspetta, Vassilissa! Non andare di là! Ti perderai! Ti prego, non andare!» urlava la bambola tentando goffamente di inseguirla, ma la ragazzina fu più rapida: era ormai lontana, quando Poludnica sentì venir meno l’incantesimo che l’animava. Senza mangiare altro cibo, non avrebbe potuto far nulla. Così, qualche istante dopo, cadde priva di vita tra il secco fogliame del sottobosco, mentre, poco distante, una strana ombra l’adocchiava di nascosto tra i cespugli.
Pur sapendo i rischi che correva nell’aggirarsi lungo quei boscherecci labirinti, Vassilissa vagò per ore senza mai fermarsi o voltarsi indietro, quasi volesse lasciarsi alle spalle, a distanza di sicurezza, tutta la sua dannata infanzia. A un certo punto, quando la luminosità cominciava ormai a scemare, giunse in prossimità di un ruscello e decise di risalirlo costeggiandone le cateratte. Fu lì che lo incontrò. Se ne stava appollaiato sopra un masso, contemplando le increspature dell’acqua flebilmente illuminate da quei pochi raggi vespertini che filtravano tra le chiome. Era un uomo visibilmente anziano, alto alto e secco secco, tutto avviluppato in un largo mantello nero. Indossava un raffinato cappello di identico colore, con la lunga tesa calata sul mistero dei suoi occhi. Dinnanzi a quella strana figura che emergeva dalla penombra, Vassilissa provò subitaneamente il bisogno istintivo di defilarsi, ma qualcosa la trattenne: non era più una bambina — pensava tra sé e sé –, dunque non poteva più lasciarsi andare alla paura. Doveva gestire la situazione con quella coraggiosa determinazione che ella considerava attributo quintessenziale degli adulti. Era, insomma, l’occasione buona per dimostrare a se stessa d’essere diventata grande. «Che Dio sia con voi, mio signore…» disse rivolgendosi allo sconosciuto. Quest’ultimo, all’udire quella voce, rabbrividì di colpo. Si girò verso la ragazzina piano piano, lento come la melassa. Il suo volto aveva il medesimo pallore d’uno spettro, con guance scavate che ricordavano quasi i crateri lunari; non era affatto privo, tuttavia, d’una certa nobile eleganza: i suoi baffi, arricciati ai lati, apparivano ben curati e lunghi boccoli argentati gli cascavano soavemente sulle spalle. Era il simulacro d’una antica bellezza che il tempo non aveva ancora del tutto disfatta. «Le mie vecchie orecchie si prendon giuoco di me…» rispose l’uomo, «oppure è davvero un accento slavo quello che ho testé udito mentre parlavi, o dolce fanciulla?». «Non vi siete ingannato, signore: vengo da Novgorod, nella Rus’ di Kiev». «Ebbene, la Fortuna ha la penna d’un drammaturgo poiché mai smette di comminar, quando meno ce lo aspettiamo, colpi di scena: pensavo, invero, d’esser l’unico slavo in questa Selva e invece ecco sbucare all’improvviso una splendida fanciulla di Novgorod pronta a togliermi il primato!». «Vi ringrazio per il complimento…» disse la ragazzina arrossendo, «Il mio nome è Vassilissa». «Vassilissa… un nome aristocratico. Sei figlia di un nobile?». «No, mio signore, sono figlia di un mercante». «Non importa, questo nome ti dona magnificamente. Ma ti prego di scusarmi, Vassilissa, sono talmente poco abituato a conversare che ho quasi dimenticato le buone maniere… la persona che hai dinnanzi è il conte Westwest: egli vive da molti anni in questa Selva, ma è nato nel Voivodato di Transilvania, del cui trono fu titolare finché una sorte avversa non lo costrinse a fuggire. Dimmi, Vassilissa, per caso anche tu arrivasti qui per analoga motivazione? Anche tu fuggi da qualcosa?». «Sì, mio signore, è da una vita che fuggo: sono fuggita dai Tartari che hanno devastato Novgorod e poi dagli uomini che, più di un anno fa, hanno assassinato i miei familiari; oggi fuggo dalla paura e dallo sfruttamento, fuggo dalle fiabe e dalle tragedie, dalle bambole e dalle streghe». «E cos’è che vai cercando in questo oscuro crepuscolo?». «La vendetta, mio signore. Vendetta per i miei cari assassinati, per le mie sorellastre rapite. Voglio andar via da questa Selva e tornare al mondo reale per regolare i conti col passato». Il vecchio Westwest chinò il capo, guardando malinconico il pigro ruscello che scorreva sotto i suoi piedi: «Regolare i conti col passato, dici? Mi piacerebbe avere lo stesso giovanil ardore che vedo nei tuoi occhi, dolce fanciulla, ma la mia esistenza là fuori, in quello che chiami mondo reale, mi ha insegnato che col passato non si può regolare alcun conto, poiché egli è, in verità, un mostro che continua a perseguitarti anche quando pensavi di averlo vinto… pensi di appagarlo offrendogli la testa dei tuoi aguzzini? Non sarà sufficiente per placare la sua brama…». «Quella di cui parlate sembra una maledizione…». «Perché l’esistenza stessa è una maledizione, Vassilissa, e non c’è cosa migliore che tornarsene il prima possibile nella medesima oscurità dalla quale, un mesto dì, sorgemmo. Ecco perché ho eletto questa Selva a mia residenza, perché mi avvolge come fosse un grembo materno, facendomi dimenticare tutto il resto». «Proprio per questo voglio andarmene, mio signore: sono stanca di vivere in una placenta. Io desidero affrontare ciò che sta fuori, quel mostro di cui parlate, quello che s’aggira alla luce del sole. Altrimenti, se non si lotta, che senso ha vivere? Perché non farla finita una volta per tutte?». «Io ci ho provato, infatti, ma, ahimé, non è servito a nulla, come puoi vedere…». «Ecco, mi dispiace sentir delle vostre sventure, signor conte, tuttavia io son certa di quel che desidero: il mio nemico non sono io stessa, e il destino che mi attende è da qualche parte fuori da questa Selva. Perciò, se voi siete a conoscenza di un modo per andar via da questo posto, vi prego di dirmelo e di aiutarmi in questa — per voi modesta, per me vitale — inchiesta». «La Fortuna è dalla tua parte, fanciulla, giacché questo vecchio sa come uscire da qui… e, se il tuo desiderio è tornare alla luce, ebbene, egli ti aiuterà a farlo». «Davvero? Oh, la ringrazio infinitamente, signor conte!» esclamò la ragazzina felice. «Ma ora si è fatto tardi. Vieni con me al Castello de’ destini incrociati: è la mia dimora, la mia fortezza personale. Potrai passare la notte lì. Non dispongo di servitù, ma ti assicuro che sarai trattata con ogni riguardo, e domani, quando sarai pronta, ti condurrò fuori dalla Selva». «Sul serio avete un castello? E si chiama realmente così, “Castello de’ destini incrociati”?». «In realtà, fino a un attimo fa si chiamava “Castello del destino solitario”, ma questo nostro incontro inaspettato, dolce Vassilissa, m’ha convinto a mutar nomenclatura. Forza, seguimi, sta iniziando a far parecchio buio; i miei occhi sono abituati, ma temo che lo stesso non valga per te». Si misero in marcia, ma ormai la luminosità era parecchio bassa, così, strada facendo, Vassilissa inciampò sulla nodosa radice d’un albero e cadde in avanti ferendosi la mano. «Sto bene, solo un piccolo taglio…» disse la ragazzina mentre il conte l’aiutava a risollevarsi, «forse a questo punto conviene accendere delle torce per illuminare la strada». «Hai… hai un sangue bellissimo» rispose il conte morlacco fissandole incantato la ferita. «Come dite?». A quel punto l’ombra del vecchio iniziò a tremare vistosamente, il suo respiro si fece sempre più rauco e i suoi occhi presero a scintillare come pietre focaie, illuminando il suo volto spettrale. «Signor conte, che vi prende?». «Scappa, Vassilissa…» disse Westwest contorcendosi sempre di più, «Stammi lontana… è passato troppo tempo dall’ultima volta… ah Demonio maledetto… non ce la faccio più!». «In nome di Dio, che cosa vi succede?» chiese la ragazzina indietreggiando preoccupata. «Cane maledetto… non riesco a trattenermi… non lei… non lei… è solo una fanciulla innocente… no, io devo farlo… bastardo d’un Mefistofele… io voglio farlo!» stillò sbavando, mentre due grossi canini gli s’allungavano a poco a poco, fuoriuscendogli sinistramente dalla bocca. Vassilissa urlò con tutto il fiato che aveva in gola e si diede a una fuga scomposta tra le ombre indemoniate della Selva: fece irruzione tra macchie di cornioli, proteggendosi il volto con le braccia, mentre i rovi, quasi fossero artigli d’una mano bestiale, le strappavano via via i lembi della gonna. «Aiuto! Vi prego, qualcuno mi aiuti!» gridava la ragazzina in preda al panico. «È inutile, nessuno può aiutarti adesso…» rispose una tetra voce alle sue spalle. Si sentì afferrata alla gamba destra, perse l’equilibrio e cadde dimenandosi: il conte Westwest ora la sovrastava, stracciando il colletto della sua camicia con una forza sovrumana. «Sta’ ferma… voglio solo assaggiare… un po’ del tuo sangue!» disse avvicinando la mascella alla nuca della ragazzina. Stava ormai per morderla quando una spada gli trapassò completamente la spalla, seguita da una seconda che gli forò il petto e da una terza che gli attraversò il ventre. «Lasciala stare, mostro! Allontanati da lei!». Vassilissa alzò la testa, incredula: era lei, la Baba Jaga. Fluttuava rasoterra all’interno del suo mortaio, con la fedele gallina Rubina appollaiata sulla sua spalla; davanti a lei, reduci dal colpo mandato a segno, c’erano Albus, Solicellus e Nox in versione antropomorfa, in sella ai loro cavalli. Il conte Westwest ululava ferocemente, eppure, nonostante le tre ferite letali, riusciva ancora a starsene in posizione eretta; non solo, addirittura — incredibile a dirsi! — afferrò l’elsa delle spade che i cavalieri gli avevano piantato sulla schiena e, una alla volta, le estrasse dal proprio corpo annaffiando di sangue la povera Vassilissa che continuava a urlare terrorizzata. «Stupida vecchia, pensi di poter fermare così facilmente un Non Morto? Nessuno può mettermi al tappeto: io sono invulnerabile alle armi…» disse il conte sogghignando grottescamente. «Albus, Solicellus, Nox…» fece la Baba Jaga incanalando tutto il suo mana sui cavalieri, «… relucete!». Ed ecco che le tre figure presero a brillare con un’intensità tale da far credere che all’interno della Selva fosse sorto il sole. Investito in pieno da quella luce sovrannaturale, il vecchio morlacco sentì la sua pelle ardere: capì che, se fosse rimasto, il suo corpo si sarebbe incenerito. Fu costretto, pertanto, a scappar via di gran carriera, volando verso i margini oscuri della foresta. «Non finisce qui! Un giorno tornerò… tornerò per prenderti, Vassilissa!» aveva gridato il conte Westwest prima di svanire nella tenebra nelle sembianze di un pipistrello.
Il giorno dopo, quando Vassilissa riaprì gli occhi, fu ben lieta di ritrovarsi nella sua solita branda, quella che stava nello stanzino dei gatti. Al suo capezzale c’era la Baba Jaga che fumava la pipa e, accanto a lei, il leone, la lonza e la lupa coi loro rispettivi musetti poggiati sul letto. «Alla buon’ora!» borbottò la megera, «Come stai? Come ti senti?». «Sto meglio, anche se ho del bruciore un po’ dappertutto…». «Tieni, bevi questo: è un infuso di biancospino, crespino e rosmarino. Ti aiuterà a non sentire il dolore delle varie ferite: adesso che ti sei svegliata, posso medicarle e cambiarti le bende». «Grazie, Baba Jaga… grazie per tutto» disse Vassilissa bevendo a piccoli sorsi l’intruglio. «Sei viva per miracolo, lo sai?» replicò la vecchia con tono severo. «Sì, lo so. Ti devo la vita, ancora una volta». «Non mi devi nulla, Vassilissa. Promettimi solo una cosa: che d’ora in poi cercherai d’essere più prudente, d’accordo? Quel vecchio aristocratico morlacco che hai avuto la disgrazia di incontrare, o meglio quel mostro… ebbene, egli è un potente vampyr, un individuo maledetto dal Diavolo in persona! Lo sospettavo già da un po’, giacché è da molti anni che s’aggira da queste parti; ho avuto modo di osservarlo a lungo, ma è solo ieri che ne ho avuto la conferma». «Voleva mordermi… per bere il mio sangue» disse la ragazzina scossa, toccandosi il collo. «Già, è quello che fa un vampyr. La loro sete di sangue è tale da renderli creature prive di qualsiasi scrupolo, capisci? Ecco perché dobbiamo stare all’erta. Ora che la sua brama s’è ridestata, dobbiamo aspettarci di tutto; ma tu non aver paura, finché ho la mia magia, qui siamo al sicuro». «Mi dispiace d’essermene andata senza dirti nulla…» fece Vassilissa mentre una lacrima le solcava la guancia, «È solo che… ho un grande desiderio di… vivere una vita vera… credevo di farcela con le mie sole forze … credevo che bastasse crederci…». La Baba Jaga le accarezzò il volto, con gli occhi lucidi: «Sono io a dispiacermi di non aver fatto nulla per aiutarti… ero tanto assuefatta all’insensibilità da dimenticarmi di avere un cuore. Credevo d’essere una monade costretta a un’eterna e solitaria lotta contro il mondo, ma non è così: non lo sono mai stata, così come non lo sei tu, Vassilissa…» disse; quindi, si abbassò verso il pavimento, prese qualcosa dalla sua borsa e, sorridendo, lo diede alla ragazzina: «Questa è tua». «Poludnica!» esclamò la ragazzina riabbracciando la sua bambola. «Mi devo complimentare con te, sei riuscita a nasconderla bene per molto tempo». «Come… come hai fatto a trovarla?». «Semplice. Dato che queste ultime settimane hai passato parecchio tempio fuori casa, sospettavo che stessi combinando qualcosa: così ho chiesto a Rubina di seguirti di nascosto e lei mi ha riferito tutto…». «Allora sai dei suoi poteri…». La Baba Jaga annuì: «Oh, certo. Ma dimmi, chi ti ha dato questa bambola?». «Me l’ha data mia madre in punto di morte, dicendomi di non mostrarla a nessuno». «E lei da chi l’ha presa?». «Mamma mi ha detto di averla ricevuta direttamente da Mokoš, la fata buona che vive nelle grotte vicino Novgorod. All’epoca dei fatti mamma aveva appena otto anni. Mi ha detto di aver aiutato in qualche modo la fata, così questa le aveva donato la bambola come ricompensa». «Mokoš hai detto?» chiese la Baba Jaga ridacchiando tra le lacrime, «Immagino sia questo il nome con cui quella sciocca si è presentata agli abitanti del posto…». «Che intendi dire?». «Quella bambola, è stata mia sorella a crearla». «Tua… tua sorella?» domandò stupita Vassilissa. «Il suo vero nome è Logistilla, ed è la più piccola delle mie sorelle. È scappata in Rutenia tanti ma tanti anni fa, prima ancora che io mi ritirassi in questa Selva». «Scappata?». «Proprio così. Accadde poco dopo la morte di re Artù e la caduta del Regno di Camelot. Immagino che tu ne abbia sentito parlare. Ebbene, mia sorella s’era invaghita di uno di Cavalieri della Tavola Rotonda, chiamato Yvain, ma il loro amore era ostacolato dalle angherie di un invidioso e potente membro di quel medesimo cenacolo, il crudele e spregiudicato Parsifal. Quest’ultimo aveva bevuto dal Sacro Graal, ottenendo così la vita eterna: un giorno, perduta la ragione, giurò solennemente che, se Logistilla non gli si fosse concessa, l’avrebbe perseguitata per tutta l’eternità, distruggendo tutto ciò che le era più caro al mondo. Così lei e Yvain fuggirono verso la Rutenia, sperando di lasciarsi alle spalle la ferocia di quell’uomo… è da allora che non ho più sue notizie» disse la Baba Jaga contemplando mestamente la bambola di Vassilissa. «Ora capisco la canzone che mi cantava sempre mia madre… parla dell’amore che lega la fata Mokoš, tua sorella, al principe Ivan, ovvero il cavaliere Yvain, e fa riferimento alle persecuzioni subite da parte di un demonio chiamato Koščej l’Immortale, ovvero quel tale Parsifal… dimmi, Baba Jaga, per caso è anche lui un vampyr come il conte Westwest?». «Non so cosa sia, bambina mia. So solo che questi due individui incarnano perfettamente la logica della coincidenza degli opposti: l’uno ha ricevuto la benedizione di Dio, l’altro la maledizione del Diavolo, eppure entrambi hanno perduto ogni residuo di umanità». «C’è una cosa che devo dirti: quella volta, quando mi presentai dinnanzi alla tua porta, ti dissi che non sapevo per quale ragione Hegseth e i suoi uomini avessero ucciso i miei familiari e rapito le mie sorellastre. Ti ricordi? Ebbene, ho mentito: è lei che stavano cercando…» disse Vassilissa indicando la bambola, «Ecco, alla luce di quanto mi hai raccontato, volevo chiederti: pensi che ci possa essere qualche collegamento tra le imprese criminose della Compagnia degli Emuli di San Giorgio e la feroce vendetta di Parsifal contro tua sorella?». La Baba Jaga fece un lungo tiro di pipa, poi, dopo aver trattenuto il fumo per qualche secondo, soffiò fuori tutto; si schiarì la voce e disse: «Sai, la roba che sto fumando è nota per destare spesso paranoie del tutto infondate, tuttavia credo che quanto hai appena detto sia, purtroppo, assai probabile. Mia sorella aveva un legame speciale con questa bambola. Non mi sorprende che Parsifal stesso, o chi per lui, abbia ingaggiato qualche sgherro per impossessarsene». «Se le cose stanno così, Baba Jaga, non ho davvero alcuna speranza di salvezza: ovunque vada, verrò perseguitata da qualche demone!» disse sconsolata la ragazzina. «No, Vassilissa, io non lo permetterò…» rispose decisa la megera, «Non ho mai creduto nella divina Provvidenza, ma a questo punto sono convinta che la tua presenza qui da me abbia un significato più ampio. Qualcosa per cui vale la pena lottare con tutte le nostre forze. Ascoltami bene: i tuoi giorni da sguattera sono finiti. Non appena ti sarai ripresa, inizieremo l’addestramento». «L’addestramento?». «Io ti insegnerò tutto quel che so di magia, mentre Albus, Solicellus e Nox ti faranno allenare nell’arte della scherma. Ti prometto che, se fai come dico, nel giro di pochi anni sarai la più letale cacciatrice di demoni del mondo, il flagello di tutti questi vampiri di merda, e a quel punto potrai uscire da questo dannato buco di culo e vivere la stramaledetta vita che desideri. Parola di fata!». «Allora anche tu…» disse Vassilissa abbracciando forte forte colei che, da quel giorno in poi, non avrebbe più chiamato Baba Jaga. «Sì, ero anch’io, come le mie due sorelle, una fata del cazzo, e anch’io avevo un vero nome, prima di darmi a questa vita, prima di diventare la megera che sono oggi. Era un nome che in tutto il mondo veniva pronunciato con timore e tremore: Morgana… ma tu puoi chiamarmi “nonnina”». «Che ti dicevo quella volta, “nonnina”?» disse Vassilissa ridendo e tirando su col naso, «Non sei davvero stronza come vuoi fare credere!».
Fine del Canto XII
“Paladini” è un racconto collettivo a puntate che verrà sviluppato sulla base dei commenti più esilaranti e dei suggerimenti più assurdi che mi verranno dati. Vi esorto, pertanto, a indicarmi nei commenti ciò che che vi piacerebbe vedere nel seguito del racconto: potreste suggerirmi molto banalmente di inserire specifici personaggi o ambientazioni, situazioni narrative, eccetera. Lasciamoci ispirare da ciò che ci diverte. Io, per quanto possibile, provvederò a incastrare il tutto tentando di preservare una parvenza di logicità.
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