Medicina attuale e diritto romano. Una riflessione estemporanea
Paola Bianchi

Medicina attuale e diritto romano. Una riflessione estemporanea
Paola Bianchi
Uno strano connubio? Direi di no, con sorpresa, in primis per la sottoscritta. Non parlo né della medicina né degli archiatri nell’esperienza giuridica romana. Mi riferisco proprio a un nesso, a un’utile confluenza o a una comparazione tra le due branche: la medicina moderna e l’antico diritto romano. Con vivo entusiasmo ho conosciuto questo connubio grazie alle dotte parole ascoltate da Aldo Morrone e poi cominciate a leggere nei suoi scritti.
Aldo Morrone è un celebre medico infettivologo e dermatologo, noto per il suo impegno per i migranti e i diritti umani.
Nella sua ricca produzione scientifica e umana ricorrono spunti interessanti che collegano i suoi scritti alla storia antica e alla sensibilità giuridica. Innanzitutto, il diritto alla salute come eredità storica
Nei suoi testi, ad esempio in L’altra faccia di Gaia, Morrone analizza spesso come il concetto di cura e il “diritto” alla salute abbiano radici antiche.
Pur non essendo un giurista, nei suoi saggi antropologici affronta temi relativi alla nascita delle norme sociali e giuridiche legate all’assistenza. Qui il mio primo pensiero va all’assistenza creata da Traiano, ma anche a molto altro. Morrone, se ho capito bene il suo messaggio, ci fa comprendere la medicina transculturale, proponendone una visione antropologica. La “salute” non è un concetto universale identico per tutti: ogni cultura ha la propria definizione di benessere e di malattia e un medico capisce il paziente se comprende la sua visione del mondo. Morrone ci mette in contatto con l’esistenza delle malattie della povertà e dei flussi migratori: un tema non solo attuale. Roma fu invasa da flussi migratori ed ebbe esperienza della povertà.
I viaggi dei migranti di oggi possono forse assomigliare a quelli dell’antica Roma, in cui le condizioni di vita erano molto precarie o in cui la schiavitù faceva emergere, per molte persone, la totale mancanza di quelli che oggi chiamiamo diritti fondamentali dell’uomo. I migranti non sono forse schiavi di un sistema disfunzionale, anzi, distorto? Il suo messaggio è un vero e proprio appello etico perché curare è un atto di giustizia. Questo era noto nel mondo romano? Personalmente non so rispondere perché, per ora, non ho avviato alcuna ricerca su questo punto cruciale. Penso che Morrone voglia mostrare al mondo come possa esistere una medicina dell’incontro (come Gino Strada?)
Nel libro “La speranza ferita: storia delle mutilazioni genitali femminili” (2017), Morrone ripercorre le origini storiche di tali pratiche. In quest’opera si citano esplicitamente fonti latine e medici dell’epoca romana: si fa riferimento a testi di Galeno di Pergamo (medico di corte sotto Marco Aurelio) e a quelli del medico bizantino Paolo di Egina per spiegare come la medicina e la prassi dell’epoca romana descrivevano o influenzavano determinati interventi sul corpo femminile.
Ecco, solo brevi e veloci considerazioni che meritano, a mio avviso, riflessione e approfondimento (sicuramente personale) e che spero possano colpire l’interesse di altri ricercatori, perché avere il privilegio di essere ricercatore e poter guardare ogni giorno il mondo con occhi nuovi aperti a visioni ulteriori.
Grazie, Professore Morrone: la sua conoscenza sta inaspettatamente arricchendo la mia vita. Lo ringrazio, anzi, due volte. Il suo linguaggio è lineare, semplice, chiaro, incisivo, diretto[1], ovviamente scientifico e tecnico e ricco di citazioni erudite, del tutto privo di inutili o “fatue verbosità” (1 Tm 1, 6).
[1] Come deve essere il linguaggio della “sana dottrina” di cui ci parla in modo accessibile a tutti Carlo Maria Martini (La via di Timoteo, Torino 1995, 102) il cui insegnamento è vivissimo, attuale e collocabile anche nella nostra vita quotidiana e accademica: quanto linguaggio complicato — al di là della necessaria tecnicità dei nostri lavori- è diffuso nella cultura universitaria? Un libro deve parlare al lettore, incuriosirlo e attrarlo attraverso una terminologia chiara ed efficace, priva di ogni implicito autoelogio lessicale.
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