Ping Pong — onLife⁸
Barzelletta per una critica d’arte giovanile
Ping Pong — onLife⁸
Barzelletta per una critica d’arte giovanile
Tre tavoli da Ping Pong nel bookshop della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
Un’installazione di duchampiana memoria? Ciò che di solito sta nei parchetti entra negli spazi privilegiati, diventando arte.
Forse un richiamo ai dolci ready made di Félix Gonzáles Torres. Come le caramelle venivano raccolte durante le giornate, anche le racchette qualche volta saranno sparite. È capitato a chiunque.
In realtà si tratta di qualcosa che si colloca cronologicamente in mezzi ai due sopracitati. “J.K. Ping-Pong Club” di Julius Koller, riproposizione del 1970, prima volta in cui trasforma lo spazio espositivo in un’ambiente relazionale, il centro sportivo.
Johannes Cladders nel 1999 disse , ”All institutional conventions governing art’s veneration should given up, and it should feel as if you could play ping-pong in the museum right next to the walls with the painting on them”¹. Per concludere sostenendo che l’unico motivo valido per rimuovere le opere è che sarebbero una distrazione.
¹ Hans Ulrich Obrist, A Brief History of Curating, JRP Editions, Ginevra
메타데이터
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