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Crans Montana — Quando si filma invece di fuggire

Leggo tanta indignazione per la tragedia di Crans-Montana. Ed è giusto essere indignati di fronte ad una tragedia di queste proporzioni…

Gregorj Cocco · 2026-01-14 17:29 · 0 claps · 2.5 min read
#smartphones #social-media #cronaca #incendio
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Crans Montana — Quando si filma invece di fuggire

Leggo tanta indignazione per la tragedia di Crans-Montana. Ed è giusto essere indignati di fronte ad una tragedia di queste proporzioni. Ma temo che questa indignazione — specie quella che leggo sui cosidetti “social” — sia comoda, e dunque inutile.

Il momento in cui la prima fiamma incendia il pannello fonoassorbente del soffitto — Le Constellation — Crans Montana

Il momento in cui la prima fiamma incendia il pannello fonoassorbente del soffitto — Le Constellation — Crans Montana

Si punta il dito contro il locale, contro i controlli mancati, contro le autorità. Tutto vero. Tutto sacrosanto. Ma “la massa indignata” evita accuratamente di porre questa domanda: Perché quei ragazzi non sono scappati subito?

Da decenni osservo un vizio nazionale — oggi divenuto globale — : la fuga dalla realtà quando la realtà diventa sgradevole.

Tutti sappiamo che da sempre, quantomeno da quando in questo pianeta esistono gli esseri umani, quando non c’erano telefoni da estrarre, né pubblico da impressionare, ebbene, quando principiava un incendio, si correva. Punto. Non per vigliaccheria, ma per istinto. Il corpo decideva prima della testa.

Oggi il corpo aspetta il permesso.

A Crans-Montana, mentre il soffitto bruciava, decine di ragazzi sorridevano e filmavano. Questo dato non è un’opinione: è documentato. E non è un insulto alle vittime dirlo. È un insulto all’intelligenza fingere che non sia accaduto.

Swiss Ski Resort Fire: Video Shows Partygoers Filming as Fire Spreads at Crans-Montana Bar | NewsX

Qualcuno forse si affretterà a dire: “Ma erano giovani”. Anche noi lo eravamo. Ma non eravamo allevati allo stesso modo.

Perchè quei ragazzi non hanno visto un pericolo. Hanno visto un “evento” da filmare e pubblicare.

Il fuoco, che per l’uomo è sempre stato il segnale universale della fine, per loro è diventato uno spettacolo. Non perché siano più sciocchi, ma perché sono stati educati a vivere ogni cosa come una rappresentazione.

Il gesto automatico non è stato scappare. È stato filmare.

Un nuovo video mostra l’incendio che si propaga attraverso il soffitto di un bar svizzero

Ora qualcuno si offenderà. Dirà che sono cinico. Dirà che è crudele analizzare il comportamento di chi è morto. Ma vede, caro lettore, questa indignazione serve soprattutto a difendere lei stesso.

Perché se ammettiamo che quei ragazzi non erano incoscienti ma condizionati, dobbiamo ammettere che anche noi lo siamo. E questo è molto più inquietante di una candela pirotecnica o di un soffitto fuori norma.

Il problema non è la tecnologia in sé. Ogni epoca ha avuto i suoi strumenti. Il problema è che oggi lo strumento decide al posto dell’istinto.

Si è diffusa l’idea che documentare equivalga ad agire. Che filmare sia una forma di partecipazione. Che essere spettatori basti a mettersi la coscienza in pace. È una menzogna comoda, e infatti funziona benissimo.

Funziona per chi ci governa. Funziona per chi ci vende attenzione. Funziona per chi preferisce cittadini che osservano invece di reagire.

Lei avrà notato che dopo ogni tragedia si piange molto, si accendono candele, e si cambia poco. Non è incapacità. È convenienza.

Una popolazione che reagisce d’istinto è imprevedibile. Una popolazione che prima filma e poi si indigna è gestibilissima.

E allora non stupiamoci se nessuno mette davvero in discussione questo addestramento alla passività. Perché produce profitto, consenso, ordine. E i morti — purché commossi — rientrano nel conto.

Il vero scandalo di Crans-Montana non è stato il fuoco. È stato il ritardo della paura.

La paura è arrivata, sì. Ma quando non serviva più. E quando finalmente è arrivata, il locale era già una trappola.

Lei può continuare a dire che “a lei non sarebbe successo”. Glielo auguro. Ma prima di dirlo, si faccia una domanda sincera: quando è stata l’ultima volta che ha vissuto qualcosa senza pensare a come appariva?

Se la risposta la mette a disagio, ha capito il punto.

Con cordialità, Gregorj Cocco


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