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Ideologia Juche e politica estera della Corea del Nord nell’era post-Guerra Fredda

Cosa si cela dietro il “Regno Eremita”?

Noemi Anconitano · 2024-07-02 17:34 · 0 claps · 9.0 min read
#corea-del-nord #comunismo #storia #politica #kim-jong-un
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Ideologia Juche e politica estera della Corea del Nord nell’era post-Guerra Fredda

Cosa si cela dietro il “Regno Eremita”?

© All rights reserved to the rightful owner of the image.

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Introduzione La Repubblica Popolare Democratica di Corea — d’ora in poi “RPDC” — è oggi un importante attore globale, le cui politiche estere non solo influenzano l’Asia orientale, ma interessano il resto del mondo. È importante comprendere anche perché questo regime comunista sia sopravvissuto fino ad oggi — a differenza di quanto accaduto negli anni ‘90 agli altri regimi creati sotto la protezione dell’URSS nell’Europa orientale — e se l’ideologia Juche sia peculiare rispetto al comunismo marxista-leninista. Questo documento esaminerà e analizzerà la storia delle politiche estere e interne della RPDC dopo la fine della Guerra Fredda e come queste siano, in alcuni modi, contraddittorie. Si concentrerà anche su un caso di “Juche al di fuori della Corea del Nord” e sulla rilevanza delle politiche atomiche della RPDC negli ultimi 30 anni.

Storia del “Comunismo” nella RPDC La RPDC è spesso percepita dagli stranieri come un paese comunista governato da un regime stalinista; d’altra parte, la sua propaganda modella lo stato come un paradiso dei lavoratori. Ma quale è la vera situazione politica? La risposta è: nessuna delle due.

Nei primi decenni dall’istituzione della Repubblica, il Comunismo era la sua ideologia politica fondamentale, anche se il termine stesso era a malapena usato e presente nei documenti ufficiali dal 1972 — anno in cui è stata adottata la Costituzione della RPDC. Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1992 ha permesso al governo nordcoreano di sostituire la parola “Comunismo” con “Socialismo”, sebbene anche questo termine fosse a malapena usato. Si può quindi dire che il fondamento dell’ideologia politica della RPDC è il cosiddetto “sviluppo socialista”: Juche.

Perché è importante comprendere questa questione?

Perché riconoscere che la Corea del Nord non è semplicemente un paese sovietico sopravvissuto significa convalidare l’esistenza e lo sviluppo del suo popolo attraverso la storia. La cultura coreana ha infatti sviluppato il proprio contesto storico; ecco perché non possiamo assumere che un’ideologia straniera sia — ancora — la struttura portante di un paese indipendente. Si è trasformata ed è diventata un’idea separata e una visione politica a sé stante: Juche.

L’Ideologia Juche Juche non può essere tradotto in italiano — né in alcuna lingua occidentale — senza omettere il vero significato del termine, che è più profondo e filosofico. Kim Il-Sung stesso ha descritto Juche come un “uomo (che) è il padrone di tutto e determina tutto”.

Juche è stata descritta come l’applicazione dell’ideale rivoluzionario marxista-leninista durante il 5° Congresso del KWP nel 1970 — eppur mantenendo il suo essere un’ideologia differente. È anche importante citare la definizione di Juche data durante il 6° Congresso del KWP nel 1980:

“L’idea Juche è un’ideologia che si concentra sulle persone, mette le persone al centro di ogni pensiero e mette tutto al suo servizio. È una teoria rivoluzionaria che serve per la liberazione della classe operaia. I problemi che emergono durante la trasformazione delle persone e della società, durante lo sviluppo economico e culturale possono essere risolti solo secondo i desideri e le esigenze delle masse lavoratrici che anelano alla liberazione, […]. Le roccaforti ideologiche e materiali del comunismo possono essere prese solo in questo caso.”

Gli stessi discepoli di Kim Il-Sung hanno cercato di formare una sorta di sistema filosofico attorno all’idea Juche. Se confrontiamo questa “filosofia” con il materialismo storico, possiamo notare come ci siano molte discordie tra loro: abbiamo l’indipendenza di Juche contro la dipendenza storica reciproca del materialismo storico; il nazionalismo contro l’internazionalismo; l’indipendenza economica contro l’integrazione economica storica; la cultura nazionale contro la cultura dell’umanità; ecc.

Esempio di ideologia Juche al di fuori della Corea del Nord: il caso dell’Africa Durante la decolonizzazione in Africa (anni ’50 — ‘60), i paesi indipendenti avevano bisogno di idee politiche ed economiche per la costruzione dello stato. Essendo lacerati tra le superpotenze della Guerra Fredda, i loro territori furono influenzati dalle ideologie sovietiche e americane — così come dai rispettivi alleati: Juche nordcoreano ne è un esempio.

L’ideologia Juche — così come il socialismo stesso — trovò terreno fertile e si diffuse facilmente grazie alle sue opinioni anti-imperialiste e anticolonialiste. La scelta di alcuni paesi africani di prendere un percorso socialista era dovuta agli aiuti militari ed economici provenienti dal blocco orientale.

La Corea del Nord iniziò a intraprendere molti impegni diplomatici in Africa negli anni ’50; un esempio è il loro sostegno all’Egitto durante la Crisi di Suez. Questi resero la RPDC più sicura delle proprie politiche, tanto che accusarono apertamente la Cina e l’URSS di agire verso l’egemonismo nello scenario internazionale. I paesi africani che adottavano l’ideologia Juche erano, quindi, una fonte di sostegno internazionale per la Corea del Nord — non solo contro il blocco occidentale, ma anche contro le influenze cinesi e sovietiche.

I mezzi più utilizzati per sviluppare l’ideologia Juche in Africa erano riunioni e gruppi di studio: infatti, il primo gruppo di studio internazionale è stato istituito nell’aprile 1969, a Bamako (Mali). Il Mali stesso era uno stato importante per la Corea del Nord, poiché era il primo paese africano che stabilì piene relazioni diplomatiche con la RPDC nel 1958. Divennero infatti collaboratori contro “l’imperialismo statunitense”.

È anche importante notare che ogni iniziativa o esperimento Juche che prese piede in Africa fu operato dal Centro di Ricerca Internazionale per l’Idea Juche a Tokyo. Il decennio più produttivo per l’ideologia Juche nel continente africano fu quello tra il 1970 e il 1980: le iniziative si diffusero in molti paesi come Camerun, Uganda, Angola, ecc.

Politiche estere e i cambiamenti apportati dalla fine della Guerra Fredda

“Quando l’instaurazione di ‘relazioni diplomatiche’ con la Corea del Sud da parte dell’Unione Sovietica viene vista da un’altra angolazione, indipendentemente dalle loro intenzioni soggettive, essa, in ultima analisi, non può essere interpretata altrimenti che come un’adesione aperta degli Stati Uniti nella sua strategia di base volta a congelare la divisione della Corea in ‘due Coree’, isolandoci a livello internazionale e guidandoci verso ‘l’apertura’ e, quindi, rovesciando il sistema socialista nel nostro paese […]. Tuttavia, il nostro popolo marcerà avanti, pieno di fiducia nella vittoria, senza esitazione in nessun vento, sotto lo stendardo spiegato dell’idea Juche e difenderà la sua posizione socialista come una fortezza inespugnabile.”

L’articolo del Rodong Sinmun citato sopra è stato pubblicato il 5 ottobre 1990 ed è stato scritto come risposta alle nuove relazioni diplomatiche tra l’Unione Sovietica, un alleato critico, e la Corea del Sud, l’arcirivale della Corea del Nord. Le principali reazioni del governo nordcoreano ai cambiamenti nell’ambiente internazionale tra il 1989 e il 1990 sono la paura di un isolamento crescente, l’apprensione di minacce esterne e la resistenza alla riforma. Tuttavia, unica tra i regimi comunisti creati sotto l’occupazione sovietica, la RPDC è stata in grado di resistere a condizioni molto più devastanti di quelle che hanno abbattuto gli altri governi comunisti dell’Europa orientale. Le risposte a questa questione possono essere trovate in alcuni articoli dei giornali ufficiali del partito comunista nordcoreano: Rodong Sinmun, Kulloja e Pyongyang Times. In essi vi sono le opinioni del governo sui cambiamenti che avvengono nei paesi comunisti europei e mostrano come la RPDC vedesse quegli eventi come una sfida per l’esistenza del regime.

La Corea del Nord scoprì quindi che non poteva più contare sul sostegno diplomatico internazionale — nemmeno dall’Unione Sovietica. Consapevole della sua posizione internazionale marginalizzata e della possibilità di pressioni esterne ed interne per riformare, infatti, la politica estera della Corea del Nord subì cambiamenti significativi: il governo mostrò molta più moderazione nella sua politica estera e impegno a dialogare con i suoi nemici come la Corea del Sud, il Giappone e persino gli Stati Uniti. Ciò accadde per contribuire a creare un nuovo contesto geopolitico più favorevole in cui la Corea del Nord potesse sentirsi un po’ meno sotto pressione da potenze esterne. Tuttavia, queste nuove relazioni non rassicurarono il governo né potevano essere viste come nuovi alleati o supporto. Ecco perché la leadership nordcoreana si rivolse allo sviluppo di armi nucleari per sostituire la deterrenza persa che esisteva durante la Guerra Fredda. Lo sviluppo di armi nucleari contribuì anche ad aumentare la legittimità del regime nordcoreano: esternamente portò i paesi stranieri al tavolo delle negoziazioni; internamente ripristinò la legittimità vacillante anche se le nuove politiche internazionali contraddicevano l’ideologia dominante Juche.

Crisi della Corea del Nord: esperimenti nucleari come politica strategica della RPDC

“Pyongyang ha sempre rifiutato di smantellare il suo apparato nucleare, non perché speri, un giorno, di vincere una guerra contro l’Occidente: continua a svilupparlo per consentire ai Kim (leadership) di mantenere la loro leadership.”

L’estratto sopracitato descrive perfettamente l’importanza delle politiche nucleari della RPDC — già affermata nel paragrafo precedente. Tuttavia, per comprendere veramente questa questione, dobbiamo riferirci a un fenomeno che si è verificato nell’ultimo decennio: la crisi della Corea del Nord. Questa situazione particolare è stata analizzata da due punti di vista diversi: uno occidentale, dove la crisi è vista come un risultato inevitabile causato da un leader insano che vuole prestigio e potere sugli altri paesi, e uno asiatico, che dimostra che la crisi ha un’origine e una spiegazione più complesse.

Il popolo nordcoreano ha, infatti, vissuto in povertà e senza libertà di base né possibilità di espressione. Fino ad oggi, la RPDC ha utilizzato ideologie, cultura e propaganda perspicaci per mantenere il governo sotto controllo e in una posizione di potere sulla popolazione — e non perché il leader volesse migliorare l’immagine internazionale della Corea del Nord. Questo, ovviamente, ha aiutato il governo nordcoreano a convincere i suoi nemici che il “regno eremita” è più stabile e potente di quanto potessero concepire.

Per comprendere la rilevanza e l’impatto della crisi della Corea del Nord è necessario studiarla da tre punti di vista diversi: uno internazionale — che ha paura della possibile escalation nucleare del regime — , uno sudcoreano — che percepisce la Corea del Nord come un “fratello” che ha bisogno di sostegno — , e uno nordcoreano. Il documento si concentrerà principalmente su quest’ultimo, poiché polarizzerà l’argomento attorno alle leadership dei Kim e alle loro politiche internazionali.

Kim Il-Sung, Kim Sung-Il e Kim Jong-Un hanno mantenuto la loro popolarità tra le masse grazie a metodi che hanno portato sia terrore che coraggio tra la gente. L’ideologia Juche stessa potrebbe essere vista come una semplice filosofia sfruttabile che i coreani devono venerare piuttosto che seguire. La vera ideologia che porta sostegno ai leader in Corea del Nord è quella basata sull’idolizzazione del governante in base alle loro azioni e ai loro passati dipinti come eroici e rivoluzionari. Le persone devono credere che la leadership dei Kim sia l’unica che può difendere il paese dalle minacce esterne e che può trasformarlo in un’influenza internazionale potente.

Un esempio di questo metodo è dato dagli eventi che hanno avuto luogo nel periodo di transizione tra Kim Il-Sung e Kim Jong-Il: atrocità sono state commesse in nome del successore per diffondere l’idea che Kim Jong-Il fosse un “uomo pronto a uccidere persone innocenti per conquistare il potere”. Questi episodi violenti potevano, infatti, sostituire l’assenza di un passato rivoluzionario del prossimo leader — il che non era necessario per Kim Il-Sung poiché era il “grande leader” e “presidente eterno” che fondò la RPDC dalle semplici ceneri.

Kim Jong-Il adottò una strategia simile per presentare il figlio e successore, Kim Jong-Un, al popolo come un leader capace con una forte aura carismatica attorno a lui. L’ex presidente Kim, infatti, portò la Corea del Nord sull’orlo di una guerra con l’Occidente in nome del figlio; la minaccia di escalation nucleare è solo una delle ultime dimostrazioni di forza del giovane leader.

Una volta al potere, Kim Jong-Un dovette trovare una strategia per affrontare i due diversi bisogni del paese: uno era la costruzione e lo sviluppo della sua immagine di “leader perfetto e capace” che non poteva essere sostituito da nessuno; l’altro era affrontare il forte dissenso causato dalle politiche governative che, per decenni, non avevano tenuto in considerazione l’economia e il benessere del suo popolo. Una volta raggiunto il suo obiettivo di essere visto come un leader temuto e forte, lasciò quindi in sospeso le politiche nucleari in modo da poter avere più risorse da investire nella crescita economica del paese.

Bibliografia e Sitografia

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Claudia Astarita, Corea Del Nord: Ambizioni nucleari per salvare il regime, Osservatorio Strategico, 2018

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Kim Jong-Il, On the Juche Idea, Workers’ Party of Korea Publishing House, 1982

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Stephan A. Juetten, Thesis: North Korea’s Juche ideology and the German re-unification experience, Naval Postgraduate School, 2008


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