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Ho visto in anteprima il documentario su Bowie e ho avuto la sensazione di cadere nel vuoto

The Final Act racconta la vertigine di un uomo che ha trasformato la propria viata in un ultimo, grandioso atto d’arte

The Boring Post · 2026-05-18 15:50 · 0 claps · 4.0 min read
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Ho visto in anteprima il documentario su Bowie e ho avuto la sensazione di cadere nel vuoto

The Final Act racconta la vertigine di un uomo che ha trasformato la propria viata in un ultimo, grandioso atto d’arte

Grazie all’invito di Madison Pictures, che ha curato la distribution dell’evento portando per soli tre giorni — il 25, 26 e 27 maggio — in oltre 100 cinema il docu-film diretto dal regista *Jonathan Stiasny,* Bowie: The Final Act, ho avuto il piacere di assistere all’anteprima.

Non sono mai stato uno di quelli che mette, tra gli altri, Bowie nell’olimpo delle influenze musicali, ma ne ho sempre apprezzato l’impatto culturale che l’artista ha avuto durante tutto il percorso della sua carriera. Difficilmente dico no a una roba del genere (a dirla tutta non dico no neanche a collaborazioni in cui si mangia e si beve, to be honest, ma vabbè).

Non posso negarvi la scetticità nei giorni antecedenti alla proiezione di questa mattina: per farvela molto breve, non ho e non sto apprezzando moltissimo la wave massiccia di biopic che tendono sostanzialmente a rendere il protagonista — band o singolo — ancora più dio o semidio, in base ai casi, di quanto l’artista non lo sia già di suo. Onesto vi dico che l’ennesimo non me lo sarei mai accollato. Di tutti quelli visti, ho odiato quello sulla buonanima di Freddie Mercury e sono andato via a metà del film su Elvis, mentre ho apprezzato l’onestà dei Mötley Crüe. Visti i presupposti del soggetto, la paura che fosse l’ennesima consacrazione di qualcosa GIÀ AMPIAMENTE consacrato era abbastanza, ma ho cercato di andare a vedere il film come quando vai a vedere la serata di un tuo amico che suona: se va male, non ci stai tu sul palco, al massimo gli fai le spallucce “eeeeh, é stata una serata”.

Ecco, il docu-film non è NULLA DI TUTTO CIÒ. Inizia subito in maniera onesta, si siede e ti promette di raccontarti cose che magari non sai, prendendoti le mani quando ti prende lo sconforto, come per dire “già… pensa a me che l’ho vissuto”. Punta dritto a Blackstar, ultimo transito di un astronauta stanco che mette in musica il proprio addio alla Terra, trasformando la fine di tutto nell’ultimo viaggio del Duca Bianco. Ci racconta come dalla periferia di Brixton sia diventato una delle figure più influenti della musica mondiale, come abbia saputo reinventare se stesso, fino a collaborare con artisti come Moby e Goldie, ma, soprattutto, ci racconta quello che non ti aspetti che uno come Bowie abbia: fragilità, lacrime, cadute. Non che uno non se lo aspettasse: io sono tra quelli che pensano che non sia morto il 10 gennaio 2016, ma che sia solo tornato su K-Pax. Due conti sulla persona penso che ognuno di noi se li sia fatti, ma vederlo è diverso. In un mercato in cui si tende sempre a vendere “i benefit” (non i malus, come il fottuto marketing vuole), a The Final Act non gliene frega un cazzo: ti promette di essere sincero e lo fa fino ai titoli di coda.

Ti mostra la mente di un uomo che, mentre gli altri guardavano ancora i videoregistratori, in un’intervista profetica aveva già capito tutto di Internet, definendolo una rivoluzione di cui si vedeva solo la punta dell’iceberg. Ma la vera fragilità sta in questa sua continua e quasi ossessiva urgenza di non fermarsi, nella paura di diventare una macchietta di se stesso. Uno che, anche da adulto e con una carriera già straconsacrata, decide di cambiare pelle un’altra volta, lasciandosi contaminare dai rave, dall’EDM e dalle sonorità jungle di fine anni ’90. Non per moda, ma per il bisogno vitale di sentirsi di nuovo un esordiente, di rimettersi in discussione quando avrebbe potuto semplicemente vivere di rendita.

Ti porta sui primi posti del bus diretto a Glasto nel 2000, che rilancerà Bowie a livello internazionale, e ci racconta di un artista nervoso, quasi impaurito dall’esibizione visto il pesante mal di gola che avrebbe potuto compromettere la performance. Poi ti porta in camera sua, quando la lettura della recensione del secondo album dei Tin Machine sul Melody Maker lo ridusse in lacrime, fino a mostrarti tutta la fragilità nella realizzazione dell’ultimo lavoro che ci ha regalato.

Ci mostra anche il lato camaleontico di David Robert Jones, che sognava di diventare un artista come “gesto di ribellione”, che incanta alle prime luci dell’alba, alle 5, una Glastonbury molto diversa, fatta di pace e libertà, passando per Let’s Dance che lo consacra, a quando sul palco dell’Hammersmith Odeon di Londra, la sera del 3 luglio 1973, Bowie lasciò di sasso il pubblico, i fan e persino i membri della sua stessa band (gli Spiders from Mars), che erano totalmente all’oscuro del fatto che non solo sarebbe stato l’ultimo spettacolo del tour, ma “è l’ultimo spettacolo che faremo mai”.

Nel docu-film si ha l’occasione di vedere rari filmati d’archivio intrecciati alle testimonianze di amici, musicisti e collaboratori: da Tony Visconti, storico produttore, passando per Mike Garson ed Earl Slick, fino ad arrivare alle riflessioni dell’astronauta Chris Hadfield, che nello spazio c’è stato davvero (non che Bowie non ci sia stato).

Nei 90 e più minuti della pellicola c’è tanto, e alla fine ti senti come quando ti rendi conto di aver mangiato troppo solo quando ti alzi e per un secondo devi reggerti con la mano sul tavolo. Se sei appassionato di musica, una persona empatica, uno che ha vissuto DAVVERO gli anni 90, o una cover band di uno di questi 3, è impossibile non sentirti così. Forse questo è proprio l’effetto che facevano quelle persone, quelli come David che, per citare Noel Gallagher,see things we’ll never see”. E davanti a uno che ti scrive Life on Mars?, interrogandosi su un altro pianeta quando quello in cui vive non lo rappresenta più, o ha la forza di accarezzarti e dirti “look at me now, i’m in heaven” quando sa benissimo che da vivere gli resta poco, credere che venga realmente da un altro pianeta viene molto facile.


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