In provincia il vento lo senti di più. Come a Villa Inferno.
Mentre scrivo queste parole, mangio qualche forchettata di pasta con la bottarga. Sorrido, perché mi viene in mente il tuo sguardo…
In provincia il vento lo senti di più. Come a Villa Inferno.

Mentre scrivo queste parole, mangio qualche forchettata di pasta con la bottarga. Sorrido, perché mi viene in mente il tuo sguardo divertito in un backstage lurido: la prima di tante serate matte, intense, divertenti, strane, ricche.
Lo scorso weekend è stato così pieno di tante cose diverse, che ancora sto cercando di mettere insieme i pezzi. Le immagini e le sensazioni scorrono veloci una dopo l’altra, come il paesaggio dal finestrino della macchina.
Che strano, in tutti questi mesi associavo il viaggio nel circo zen ai paesaggi arsi dal sole che arrivavano ai miei occhi attraverso i finestrini sporchi dei treni regionali. Questa è stata la prima volta in cui il viaggio è stato corale, più comodo sui sedili di una macchina, sempre avvolto dalla musica e dal suo potere di unire le persone, come in una sorta di rito collettivo.
E quindi, eccoli lì, come i riflessi di un unico caleidoscopio: mille pezzi diversi della mia vita che si incastonano, si proiettano e si uniscono.
Dalla macchina, noto la luce del sabato pomeriggio d’autunno: il sole è dorato, debole e timido. Immediatamente, vengo avvolta dal sole cocente delle tappe di agosto, ma riapro subito gli occhi e torno lì: al sapore dolce-amaro di settembre. Un brivido di malinconia, un sospiro di tenerezza. Dall’autoradio, arrivano note che mi riportano velocemente al momento: la mia adolescenza esplode improvvisamente nell’abitacolo sulle note dei Bluvertigo. Ancora, per un moto istintivo, sulla parola “Vitaaaa” sorrido pensando agli scherzi e all’interpretazione che io e le mie compagne davamo a quel verso, scimmiottando il cognome di un professore di lettere dell’altra sezione, Vita, appunto. Non aveva colpe per essere a sua insaputa citato nei nostri scherzi stupidi: solo quella di avere la grande, incommensurabile fortuna, di essere l’insegnante di Matteo, il più figo della scuola, il più bravo, il più interessante, il più geniale, il più cattivo. Ricaccio il pensiero di una delle prime persone che mi abbia mai veramente ferito, ma l’adolescenza è ancora lì: è a Ravenna, da cui stiamo passando. Anche qui, la gita della quinta ginnasio, quella foto sbiadita, ancora, di Matteo, sullo scivolo: una foto così brutta di per sé, ma che io ho stampato e tenuto come una reliquia nel mio diario per non so quanti anni. Era stata scattata di nascosto, chiaramente, ché se mai mi avesse visto mi avrebbe sicuramente urlato qualcosa, o magari derisa. E’ stato lì, penso, che ho iniziato a pensare che fosse normale osservare le cose e le persone che amavo da lontano, come spettatrice, senza la pretesa di avvicinarmi a loro. Sorrido di nuovo, pensando al motivo del nostro viaggio: delle tante cose che posso pensare di questi mesi, non posso certo dire di aver guardato da lontano. Anzi. Ogni singolo ricordo di questo tour mi rimanda un’immagine di me viva, al centro, parte integrante di qualcosa. La scomodità dell’adolescenza si è spostata. Abbiamo appena passato un cartello con le indicazioni per Lido Adriano, il posto delle mie vacanze d’infanzia. Ancora, un sorriso dolce a riempirmi il viso.
Arriviamo a destinazione, a Cervia. Il mare d’inverno è triste, si dice; forse è vero, ma l’aria frizzante del tramonto mi trasmette subito un’energia vibrante.
Poi, Villa Inferno.
Il posto, lo ammetto, è diverso da come me lo fossi immaginato. Meno rurale, più raccolto. Rivedere, uno dopo l’altro, tutti i volti che hanno riempito la mia estate, è stata un’emozione bellissima: non servono tante parole, e gli abbracci con persone che magari hai incontrato solo due volte, diventano più ricchi di tanti scambi veloci e freddi di ogni giorno.
Poi voi. Il saluto, il sorriso, il concerto, le chitarre, il crowdsurfing, i petardi, la gente che salta, il prosecco. L’adolescenza torna a bussare e, questa volta, a urlare, con la cover della mia canzone preferita dei Nirvana. Salto, grido, gioisco. Poi gli incroci fugaci, la consapevolezza di avere imparato a leggere anche solo un tuo sguardo, e come non conti il numero di parole scambiate o di minuti trascorsi insieme: conta la forza dell’abbraccio, conta il tuo pizzicotto sulla schiena e quel sorriso da dietro quella nuvola di ricci neri. Ma il caleidoscopio non è ancora finito: adesso ad apparire è la me stessa di un decennio fa. Dalla console arriva l’intro di una delle canzoni che più mi divertono: la ballavo e cantavo sempre come una matta, nel locale che era la mia seconda casa, in Brianza, in provincia. Questa canzone apparentemente stupida mi ha sempre fatto immaginare “questo tipo strano, [che] vedrai ti piacerà, lui suona la chitarra in una rock’n’roll band”, e io ho sempre sognato di poterla cantare davanti ad una folla di fedeli amici, in un karaoke. Proprio qualche giorno prima, leggendo del piccolo palco per l’open mic disponibile durane la serata, ero stata tentata di provarci. Ma ora, quelle note sono esplose dalla cassa proprio nel momento esatto in cui tu hai messo piede nella sala. Così, quella canzone è ancora più mia. Non credo saresti felice di essere abbinato a questo pezzo, ma tant’è. Verrebbe bene anche col tuo microfono.

foto credits: Siddharta Mancini
Poi ancora risate, tante. Abbracci inaspettati. La bellezza di mille vite diverse che si incrociano unite da un’unica passione, un’unica famiglia. I pensieri, i dubbi. Ancora risate. Mentre ci avviamo alla macchina, una folata di vento: è vero, è come dici tu, “in provincia il vento lo senti di più, anche dentro”. Ed è vero, sempre come dici tu, che questo fa un po’ male: ma se la provincia non facesse male, non sarebbe la meravigliosa scuola di vita che è. Se sei cresciuto in provincia, puoi andare dove vuoi.
Macchina. Le porte scorrevoli dell’hotel impazzite. Ancora una folata di vento.
Qualche ora di sonno e poi di nuovo in viaggio. Il cielo oggi è grigio, ma la sensazione di pace che provo in macchina, cullata dalla musica dell’autoradio e dai discorsi su dischi, artisti e album, è la stessa. Mi lascio coccolare dal suono della voce di Motta e mi addormento per un po’. “E se questa fosse l’ultima canzone? Abbiamo finito le parole, e tu che non hai mai capito da dove cominciare. Prendiamoci da bere, come se questa fosse l’ultima notte insieme”. Dormo ancora. Quando riapro gli occhi, le gocce si rincorrono sul finestrino, per poi unirsi e continuare in una scia comune. Strade diverse che si incontrano. Era uno dei miei passatempi preferiti nei viaggi in macchina coi miei. Ancora l’infanzia, ancora il caleidoscopio.
Mentre mi avvio sulla strada di casa, a Milano, penso che il quartiere che ho scelto e in cui vivo, alla fine, è una mezza-provincia. Comodo per arrivare in fretta nel cuore della città, ma non parte integrante del centro. Mi tiene sospesa, fra i riflessi passati e quelli presenti del caleidoscopio. Mi rassicura.
Una folata di vento alza le prime foglie autunnali e mi fa chiudere il collo della giacca. Non c’è nulla da fare, amo il vento per la libertà insita nel suo stesso essere: veloce, sottile, agile, ma invisibile. Ok, sì, lo so, non è come quello della provincia, ma questo è proprio un anelito, del cuore. Come quello in cui mi trovo da quella sera nel backstage, dalla frase sulla pasta alla bottarga.
Sono così grata per quello che ho vissuto in questo tour, che focalizzarmi sulla malinconia della “fine” di questo capitolo sarebbe ingiusto. Voglio pensare a questo tour come al vento: è passato veloce, ma lo posso sentire, sempre. Fisso i biglietti delle varie date, come un collage: sono nel mio salotto, ma il vento lo sento.
E sì, a volte fa un po’ male, ma è bello per questo. Come te.

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