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Storia di due fratelli

I fratelli Ashkenazi di Israel Joshua Singer, epopea della solitudine ebraica sullo sfondo delle tessiture polacche di Lodz.

Edoardo Montenegro · 2025-04-19 13:13 · 0 claps · 4.9 min read paywalled
#isreal-joshua-singer #lodz #polonia
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Storia di due fratelli

I fratelli Ashkenazi di Israel Joshua Singer, epopea della solitudine ebraica sullo sfondo delle tessiture polacche di Lodz.

Sacre Bleu — Lodz — Unsplash

Sacre Bleu — Lodz — Unsplash

Se non fosse un romanzo, Di brider Askenazy, scritto in lingua yiddish e pubblicato a puntate sul giornale ebraico statunitense “Forward” tra il 1934 e il 1935, sarebbe un trattato di storia dell’industria sul settore tessile in Polonia fra gli anni ’30 del XIX e gli anni ’30 del XX secolo. Un settore che era stato protagonista della prima rivoluzione industriale, quella del vapore, e che nel corso dell’Ottocento si sarebbe gradualmente meccanizzato, per poi giungere a maturazione e smettere di essere innovativo nell’orgia economica della Grande Guerra. Ma il romanzo di Singer è anche e soprattutto un inequivoco atto d’amore verso la Polonia ebraica, afflitta dall’antisemitismo polacco, russo e tedesco, prima di essere sterminata dal nazismo.

I protagonisti del libro, Simcha Meyer e Jacob Bunim, nascono in una città che, da piccolo villaggio, ha iniziato a trasformarsi in un centro industriale di primaria importanza, inizialmente grazie al trasferimento di operai tedeschi e poi, successivamente, all’arrivo di tessitori ebrei che, nell’arco del tempo, avrebbero finito per rappresentare la seconda comunità ebraica più grande della Polonia: prima dell’Olocausto, Lodz arrivò a contare più di duecentomila abitanti di etnia ebraica. Di questa ascesa — demografica, culturale ed economica — Simcha Meyer e Jacob Bunim sono l’ambivalente e diretta incarnazione.

Nell’arco della vita dei due protagonisti, gemelli e ostinatamente antagonisti, Singer descrive lo sviluppo tumultuoso del borgo operaio di Balut, le consuetudini degli ebrei chassidici, e l’inevitabile tensione verso la laicizzazione e l’abbandono dell’ortodossia ebraica, che in modo diverso riguarderà entrambi i fratelli. Se Simcha Meyer è fisicamente debole, intelligente, perseverante, cinico e volenteroso, Jacob Bunim è, all’opposto, possente, mediocre, indulgente, bonario e fortunato. Entrambi inizieranno a confondersi con i tedeschi della città, ascendendo a una ricchezza che, tuttavia, non potrà mai cancellarne la diversità.

La solitudine ebraica lì colpirà inesorabilmente. Prima, a mano dei russi dominatori della città polacca; poi, durante la Grande Guerra, per mano dei tedeschi invasori e ‘liberatori’ della propria etnia, già economicamente dominante nella stessa città polacca. Se Simcha Meyer, — diventato più laicamente Max — continuerà a guardare a Oriente e alla Russia, sentendosi respinto dalla lingua e dalla comunità germanica, Jacob continuerà a tenersene lontano, anche quando i tedeschi, diventati padroni della città, la soffocheranno, salvo poi recarsi in Russia per cercare di salvare il fratello.

Florian Rebmann — Lodz — Unslpash

Florian Rebmann — Lodz — Unslpash

Innamorati della stessa donna, Max e Jacob non potranno amarla, sebbene finiranno entrambi per possederla: l’uno direttamente, perdendola; l’altro indirettamente, sposandone la figlia. Max finirà per accompagnarsi a una donna vecchia e che non ama; Jacob vivrà la parabola decadente del seduttore, e diventerà vittima del suo stesso gioco, nella misura in cui la vecchiaia lo priverà delle armi con cui aveva ferito i propri avversari.

Entrambi verranno traditi e sopraffatti dalla Storia. L’ascesa del movimento operaio, al di sotto del loro stesso arricchimento, mostrerà un’ulteriore contraddizione, prefiguratrice del disastro. Se, da un lato, gli ebrei sono tra i protagonisti, se non il principale motore, dello sviluppo delle lotte operaie a Lodz, non appena l’azione dell’impero russo e della sua polizia si orientano contro di esso, gli operai tedeschi — nell’ebbrezza della repressione — scatenano quei pogrom che, in nuce, rappresentano già l’inizio dell’Olocausto. E dopo, durante la rivoluzione bolscevica, il comunismo russo finirà per spazzare via molti fra gli ebrei polacchi di Lodz che, in nome del socialismo, avevano combattuto nelle fabbriche e trascorso lunghi anni in carcere sognando in povertà il sol dell’avvenire. Infine, all’emergere di quella debole repubblica polacca sorta sulle ceneri di due imperi, il suo odio si scatenerà contro gli ebrei.

Max — Lodz — Unsplash

Max — Lodz — Unsplash

E questo, in effetti, appare oggi come l’aspetto più interessante del libro di Israel Joshua Singer. Nel romanzo, infatti, l’identità polacca di quella che allora era la seconda città della Polonia appare rimanere sotto traccia: adombrata dal dominio economico tedesco, dalle maglie politiche russe nel Regno del Congresso, e dalle viscere ebraiche di Balut, quella identità comincerà a rafforzarsi davvero solo quando, al finire della Grande Guerra, nascerà uno stato polacco indipendente.

Uno stato che durò per pochi anni, dal 1918 al 1939, prima che l’invasione della Polonia da parte di Hitler e l’ennesima spartizione con la Russia di Stalin lo riducessero in macerie. Quando i tedeschi ebbero sterminato gli ebrei, e i russi ebbero espulso i tedeschi verso la Germania occupata dagli Alleati, la Polonia cadde per quaranta lunghi anni sotto il dominio sovietico. Oggi, secondo le statistiche ufficiali, soltanto 0,16% della popolazione nella regione di Lodz non è polacco. Tuttavia, le statistiche ufficiali non tengono conto degli ottantamila lavoratori ucraini, bielorussi e vietnamiti che lavorano e vivono — nascosti alle statistiche — sullo stesso territorio.

Una storia che sembra ripetersi, con i nuovi arrivati nei panni dei russi, dei tedeschi e degli ebrei di allora. Un fenomeno su cui la Polonia di oggi, apparentemente monoculturale ed etnicamente ‘pura’, fieramente e comprensibilmente russofoba, e ancora evidentemente ostile alla Germania, in costante crescita economica e ormai platealmente ansiosa di essere percepita come il più grande esercito europeo — e il terzo più grande esercito della Nato dietro a Stati Uniti e Turchia — non dovrebbe smettere di interrogarsi.

“Sulle strade polverose che dalla Slesia e dalla Sassonia, attraverso cittadine e villaggi devastati dalle guerre napoleoniche, entravano in Polonia, passavano lunghe processioni di carri e barrocci carichi di uomini, di donne, di bambini e di masserizie. […] — Sia lodato Gesù Cristo! — era il saluto che i viandanti polacchi rivolgevano ai viaggiatori — Di dove venite, stranieri, e dove siete diretti? — Ma l’unica risposta che ricevevano da quegli stranieri era — Grüss Gott, guten Tag! — I polacchi, non comprendendo il tedesco, sputavano, si facevano il segno della croce e dicevano — Pagani! Non sanno dire neanche una parola cristiana! — I locandieri ebrei disseminati lungo le strade cercavano di attaccar discorso con questi forestieri. Li invitavano nelle loro locande perché si riposassero un po’ e mangiassero qualcosa. Ma i viaggiatori non scendevano dai veicoli neanche per buttar giù un sorso d’acquavite. Si portavano dietro tutto ciò di cui potevano aver bisogno. La notte dormivano sui carri. Non spendevano nemmeno un Groschen. Erano tutti tessitori, in parte provenienti dalla Germania, in parte dalla Moravia, che venivano a stabilirsi in Polonia. Nei paesi tedeschi, infatti, cominciavano a esserci troppe bocche, e il pane scarseggiava, mentre in Polonia ve n’era in abbondanza, ma le mercanzie mancavano quasi del tutto.” (pp. 5–7).

Radek Kilijanek — Lodz — Unsplash

Radek Kilijanek — Lodz — Unsplash


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