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L’imperfezione di amare

Ci sono sentimenti che non scompaiono con il tempo. Restano vivi, intensi, senza più un posto in cui stare, come una presenza che continua…

Ludovica Pallotta · 2026-03-11 23:02 · 0 claps · 3.1 min read
#sentimentos #pensieri
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L’imperfezione di amare

Ci sono sentimenti che non scompaiono con il tempo. Restano vivi, intensi, senza più un posto in cui stare, come una presenza che continua ad abitare lo spazio interiore anche quando ha smesso di cercare risposta. Non fanno più rumore, non chiedono più di essere compresi, eppure conservano una densità particolare: la traccia di ciò che siamo stati capaci di sentire.

Con il tempo ci si accorge che certe esperienze non lasciano soltanto ricordi. Modificano il modo in cui si guarda la realtà, aprono uno spazio di consapevolezza più ampio: un luogo in cui si capisce che amare non coincide con ciò che accade tra due persone, ma con la disposizione profonda con cui si sceglie di abitare l’incontro con l’altro.

È in questo senso che Erich Fromm scriveva:

L’amore è un atto di volontà, è una decisione, è una promessa.

Non qualcosa che travolge chi lo incontra, ma qualcosa che prende forma nel modo in cui si sceglie di restare: quando i rapporti smettono di essere leggeri e iniziano a toccare zone più profonde.

Il bacio, Klimt (1907–08)

Il bacio, Klimt (1907–08)

Per molto tempo ho creduto che proteggersi fosse una forma di saggezza. Mantenere una certa distanza dai sentimenti più intensi sembrava il modo migliore per non esporsi, per preservare un equilibrio che in realtà era solo immobilità. Solo più tardi ho capito che quella distanza impediva l’unica cosa che rende un’esperienza davvero significativa: la possibilità di attraversarla fino in fondo. La vera alternativa non era tra proteggersi o soffrire, ma tra restare sulla soglia oppure entrare davvero in ciò che si stava vivendo.

I rapporti più profondi raramente scorrono senza attrito. Sono quelli che arrivano a smuovere qualcosa di nascosto, qualcosa che nell’incontro con l’altro trova finalmente il modo di emergere. Più ci si avvicina a quel livello di verità, più è naturale che affiorino paure inattese, fragilità che non avevamo previsto di incontrare. Non è necessariamente il segno di qualcosa che si rompe, ma piuttosto il momento in cui un rapporto smette di essere semplice e inizia a toccare qualcosa di vero.

Quando l’incontro diventa davvero significativo, l’altro smette di essere una presenza rassicurante e diventa uno specchio. Non ci si limita più a condividere affinità superficiali: emergono differenze, vulnerabilità, modi diversi di stare al mondo che inevitabilmente mettono in movimento qualcosa. Ed è proprio lì che nasce l’equivoco più comune: l’intensità viene scambiata per incompatibilità, la complessità per un segnale sbagliato, e la via più immediata sembra quella di fare un passo indietro, come se la distanza potesse restituire la stabilità che nel frattempo sembra vacillare.

Eppure l’incontro con l’altro non è mai soltanto un’esperienza affettiva. È anche uno spazio in cui qualcosa della nostra identità si chiarisce.

Hegel scriveva nella Fenomenologia dello spirito

L’autocoscienza esiste in sé e per sé solo in quanto esiste per un’altra autocoscienza.

Non diventiamo consapevoli di noi stessi restando isolati, ma nell’incontro con un altro sguardo, nel modo in cui veniamo riconosciuti, contraddetti, messi in discussione. È attraverso l’altro che iniziamo a vedere parti di noi che da soli non avremmo saputo nominare.

Per questo l’idea secondo cui bisognerebbe prima essere risolti in sè stessi per poter amare qualcuno contiene un fraintendimento profondo. Le persone non si incontrano quando sono finite, ma mentre stanno ancora diventando se stesse, nel mezzo di un processo che non si conclude mai del tutto. Aspettare il momento perfetto, aspettare che ogni fragilità sia stata risolta prima di permettersi di amare, significa aspettare qualcosa che potrebbe non arrivare. L’amore non nasce quando tutto è già stabile, ma prende forma proprio mentre le cose sono ancora in movimento, mentre la stabilità deve ancora essere costruita insieme.

A volte i percorsi non sono allineati, i tempi scorrono con velocità diverse, le circostanze sembrano remare contro. È facile convincersi che tutto questo sia una ragione sufficiente per fermarsi. Ma il sentimento autentico raramente nasce dalla perfezione delle condizioni, nasce piuttosto da un riconoscimento più difficile da spiegare: il modo unico in cui l’altro guarda il mondo, la sua presenza imperfetta e irriducibile, la capacità di toccare parti di noi che fino a quel momento erano rimaste silenziose. Quando questo accade, lo si sente in una maniera quasi disarmante. Ed è lì che l’amore smette di essere soltanto emozione e diventa scelta: prima silenziosa e interiore, poi qualcosa che richiede il coraggio di essere attraversato insieme.

Restare dentro al sentimento, dentro alla complessità dell’altro e alla propria vulnerabilità, è difficile. Ma è anche l’unica cosa che permette di dire di aver abitato davvero qualcosa: non di averlo sfiorato, ma di averlo vissuto fino in fondo.


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