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Il calore del ghiaccio

Il buio del palazzetto odora di ghiaccio tritato, gomma bruciata e sudore. È il mio regno, o almeno lo era finché non ci hanno scaraventato…

Pagine D'inchiostro · 2026-06-16 11:42 · 0 claps · 2.9 min read
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Il calore del ghiaccio

Il buio del palazzetto odora di ghiaccio tritato, gomma bruciata e sudore. È il mio regno, o almeno lo era finché non ci hanno scaraventato dentro lui.

Liam Vance. Capitano della squadra di hockey, mascotte non ufficiale del bar del campus, e la persona che detesto di più sul pianeta Terra.

«Muoviti, bionda. C’è chi ha una bacheca di trofei da riempire, non abbiamo tempo per i tuoi arabeschi», grida dalla balaustra.

Freno di colpo, sollevando una nuvola di cristalli bianchi che va a depositarsi proprio sulle sue canadesi immacolate. Sono una pattinatrice di figura. Il mio mondo è fatto di linee perfette, dita tese e un controllo millimetrico che lui, con quella sua grazia da cinghiale con i pattini, non potrebbe capire nemmeno in cento vite.

«Il ghiaccio è diviso a metà, Vance. Guarda la linea rossa. Superala e ti taglio i tendini con una lama da quattro millimetri», rispondo, senza nemmeno guardarlo in faccia.

Il problema dei triangoli di potere, in questa università di provincia, è che non c’è spazio per il sentimentalismo. O vinci tu, o vince l’altro. Le parole volano a vuoto nei corridoi, scandite con un cinismo che spetta solo a chi ha troppo da perdere. Eppure, da quando il rettore ha deciso di dimezzare i fondi per le attività sportive, la mia accademia di pattinaggio artistico e la sua macchina da guerra della sesta divisione hockey devono convivere nello stesso identico spazio. Stessi orari. Stessa aria gelida che ti brucia i polmoni.

«Sei tutta fumo, fiammetta», dice lui, scavalcando la balaustra. Non indossa l’armatura da partita, solo la sottomaglia nera che si incolla ai muscoli delle spalle.

Si ferma a un centimetro da me. Sento il calore che emana, un contrasto violento con i meno cinque gradi della pista. Ha una cicatrice minuscola sotto l’occhio sinistro, un ricordo della partita contro la statale.

«Vuoi scommettere?» lo sfido, incrociando le braccia. «Chi perde pulisce gli spogliatoi dell’altro per un mese.» «Ci sto. Dimmi il gioco.» «Un bacio.»

Resto immobile. Il mio cervello fa un calcolo rapido delle traiettorie di fuga, ma i miei piedi rimangono incollati al ghiaccio. «Cosa?»

«Un bacio, qui. Davanti al tuo riflesso sulla vetrata. Chi si scansa prima, pulisce.» Liam fa un passo avanti, accorciando l’ultimo brandello di spazio rimasto. C’è un gusto quasi perverso nei suoi occhi, un umorismo nero che riconosco fin troppo bene. È la stessa spietatezza che usa quando carica un difensore contro il plexiglass.

«Non mi faccio spaventare da un analfabeta funzionale con il bastone da hockey», sussurro. Ma il cuore batte così forte che ho paura possa rompere il ghiaccio sotto i piedi.

Quando la sua mano si posa sulla mia nuca, le dita sono calde, quasi bollenti contro la mia pelle fredda. Non c’è delicatezza, c’è la pretesa di chi vuole vincere. Ma quando le sue labbra toccano le mie, la competizione si trasforma in qualcos’altro. È un urto. Una collisione di scintille e memorie di tutte le volte che ci siamo ringhiati contro nei corridoi. Il sapore è amaro e dolce insieme, una scarica di adrenalina pura che mi toglie il fiato molto più di un triplo Axel.

Le sue dita si aggrappano ai miei capelli, e io mi ritrovo a stringere il tessuto della sua maglia, tirandolo verso di me. Non è una ritirata. È una guerra di posizione in cui nessuno dei due vuole cedere un solo millimetro. Le parole a vuoto svaniscono, i triangoli di cinismo crollano sotto il peso di un’attrazione che abbiamo cercato di soffocare dietro mesi di insulti.

Siamo lacerti di vita che si incastrano alla perfezione, due opposti che hanno trovato l’unico punto di contatto possibile su questa superficie scivolosa.

Quando si stacca, ha il respiro corto e le labbra lucide. Mi guarda dall’alto, i suoi occhi scuri non hanno più la solita aria di sfida strafottente. C’è una vulnerabilità nuova, quasi spaventosa.

«Allora?» chiedo, cercando di mantenere la voce ferma, anche se le gambe mi tremano. «Chi si è scansato prima?»

Liam sorride, un sorriso vero, pulito, che non gli ho mai visto sul viso. Mi accarezza lo zigomo con il pollice, un gesto così inaspettatamente romantico da lasciarmi senza difese.

«Ho perso io, bionda. Ho perso decisamente io.»

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