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FIGA DA PAGURA

Giovanni⚡Bonomo · 2026-04-05 17:27 · 0 claps · 3.7 min read
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FIGA DA PAGURA

Ci sono donne che entrano nella tua vita come un temporale estivo: arrivano all’improvviso, ti travolgono, ti bagnano fino all’anima… e poi spariscono lasciandoti lì, a guardare il cielo, chiedendoti se hai davvero preso tutta quell’acqua o se te la sei sognata.

Lorena, invece, no. Lorena c’è, a intermittenza.

Sì, proprio così: una di quelle creature che vivono dentro una conchiglia, sempre pronte a ritrarsi al primo rumore sospetto, solo che, nel suo caso, la conchiglia è fatta di silenzi, impegni, figli, e una madre che l’Alzheimer ha trasformato in una presenza che c’è ma non c’è. Un guscio pesante, piena di vita e di dolore, che lei si trascina dietro con una grazia che sa di miracolo.

E poi, diciamolo: è una figa da pagura, anche adesso che più giovanissima non è.

Cinquant’anni abbondanti, ma con una bellezza che non chiede il permesso, di quelle che entrano in un ambiente e attirano sguardi e attenzioni: fsico magro e ancora nervoso, da ex ginnasta, occhi che hanno visto troppo ma non si sono spenti, un corpo che non chiede scusa a nessuno.

Io, invece, sono Giovanni, meno giovane ancora, per non dire più vecchio, di una decina d’anni, avvocato, senza figli, con una dipendenza affettiva ormai incurabile, che dovrebbe essere perseguibile d’ufficio.

Ci siamo re-incontrati come succede sempre nelle storie che poi diventano complicate: per errore. E ci siamo piaciuti in ritardo, perché prima dovevamo vivere le nostre vite sbagliate.

All’inizio era tutto così semplice. O meglio: sembrava. Cene improvvisate, messaggi pieni di sottintesi, mani che si cercano e occhi che sprigionano affetto… lei rideva, io facevo lo spiritoso – la mia unica vera competenza non giuridica – e il mondo, per qualche ora, funzionava.

Poi, come tutte le cose belle, ha iniziato a incrinarsi. Non con un crollo, no, con un’assenza.

Lorena sparisce. Non fisicamente, certo, ma si ritrae. Come una pagura, appunto, nel guscio: un passo indietro, poi due, poi chiusura totale. Telefono muto… messaggi radi… pesenza intermittente.

Io, che nella mia testa ho sempre sognato l’amore come una linea continua – magari un po’ storta, ma continua – mi ritrovo invece in un grafico a intermittenza: picchi altissimi seguiti da vuoti siderali.

E lì nasce il problema.

Perché io, lo ammetto, ho un bisogno infantile e irriducibile: voglio sentirmi desiderato anche quando nemmeno io ci sono. Voglio quella chiamata inutile, quel messaggio senza scopo, quel “stavo pensando a te” che non serve a nulla ma tiene in piedi tutto.

Lorena, invece, quando non c’è… non c’è. Non chiama, non cerca, non rincorre. Sta nel suo guscio. E io, fuori, a bussare.

— “Come sta la occhioide?” Silenzio. Visualizzato. Nessuna risposta.

Poi, magari, dopo ore:

— “Scusa, ero da mamma.”

E lì ti si spegne ogni mia pretesa e ogni polemica in gola.

Perché la verità è che Lorena combatte guerre che io non combatto... ha figli da tenere insieme, una vita precedente che ancora chiede il conto, una madre che si dissolve ogni giorno un po’ di più. E tu non puoi competere con un dolore così intimo e personale.

Le nostre discussioni nascono sempre lì, in quel punto preciso dove il mio bisogno incontra il suo limite.

— “Io vorrei sentirti di più.” — “Io non posso.” — “Non vuoi.” — “Non capisci.”

E ha ragione. E ho ragione. Il che è la combinazione peggiore possibile.

Poi ci rivediamo. E tutto si resetta.

Perché basta uno sguardo suo, uno di quelli pieni dei suoi occhi stanchi ma luminosi, e io mi dimentico tutte le teorie relazionali, tutte le strategie, tutta la dignità costruita a fatica di un ormai dipendente affettivo perso.

Torniamo a essere noi: due persone che si piacciono troppo per lasciarsi e troppo poco compatibili per funzionare.

Ci sono momenti, con lei, che valgono mesi di vita normale. E poi ci sono settimane che sembrano un deserto.

Una volta le ho detto:

— “Tu sei una figa da pagura.” Lei mi ha guardato, inclinando la testa. — “E tu sei uno tenerOrso casalingo.”

— “No, davvero. Vivi nel tuo guscio. Esci solo quando ti senti al sicuro. E io ho bisogno di una donna che mi stia più vicino.” — “Sei libero di trovarne un’altra.”

Quella frase lì. Sempre quella.

Trovatene un’altra.

Che è il modo più elegante per dire: non posso darti quello che vuoi.

E allora io resto.

Perché l’amore, quando è vero, non è razionale, è una forma sofisticata di testardaggine emotiva, una specie di accanimento terapeutico del cuore. Anche se io lo considero, in un sussulto di inutile orgoglio di single, una forma psichiatrica di dipendenza affettiva.

Io la vorrei più sentimentale, più presente, più… tutta per me. Lei vorrebbe meno richieste, meno pressione, meno aspettative.

In mezzo, c’è quello che siamo davvero: due solitudini che ogni tanto riescono a coincidere.

E forse è questo il punto.

Lorena non è una donna che si concede a metà, si concede a intermittenza. Che forse è peggio, perché ti abitua al massimo e poi ti lascia con il minimo.

E tu resti lì, come un cretino innamorato, a chiederti se ne vale la pena.

Sì.

Vale la pena ogni volta che ride, ogni volta che risplende. Vale la pena quando ti guarda come se, nonostante tutto, fossi ancora una sua ultima possibilità. Vale la pena quando esce dal guscio e, per qualche ora e qualche notte, stiamo insieme.

Perché, alla fine, il problema non è che Lorena è una figa da pagura. Il problema è che io mi sono alla fine innamorato anche del guscio.

5 aprile 2026 foto © Giovanni Bonomo


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