The Last of Us parte II | Come in un giorno di pioggia
Se c’è un’emozione che più di tutte resta ancorata al ricordo di The Last of Us Parte II, dopo averlo finito, questa è la nostalgia.
The Last of Us parte II | Come in un giorno di pioggia

Se c’è un’emozione che più di tutte resta ancorata al ricordo di The Last of Us Parte II, dopo averlo finito, questa è la nostalgia.
Nostalgia delle grandi storie, delle imprese cui si assiste nelle cutscene con quell’impareggiabile tocco registico di Naughty Dog, una nostalgia, insomma, intensa, prepotente, come le figure di cui si nutre e rievoca con passione, in accordo al senso di sfinimento che si prova una volta portata a termine l’epopea di Ellie.
Ma c’è anche un’altra nostalgia, una che solitamente ci mette un po’ di più ad arrivare. Se ne sta lì, in agguato, dopo i titoli di coda dove sembra lasciar spazio soltanto alla prima più immediata, ma poi, col tempo, passati giorni e settimane, ci sorprende, scivolandoci dentro senza preavviso, senza aspettativa.
E’ una nostalgia vitrea, di quelle cose lontane, mai avute, assaporate soltanto.
E’ la nostalgia dei giorni di pioggia.
Quella che ha un sapore indefinito tanto è carica di significati. L’iconico litigio con Joel a cui tutti abbiamo annodato un grande senso di impotenza nel voler tornare sui passi di una scelta che non spettava a noi compiere; gli scontri sanguinosissimi fra gli alberi di foreste minacciose, tra infetti e iene, quest’ultime ancor più pericolose dei primi perché ostinatamente e consciamente crudeli, ossessionate dalla perizia profetica di un credo delirante — riflesso di un mondo che ha vinto l’inerzia di ogni dignità, di ogni speranza. E poi quelle note di chitarra, mute, solinghe, anodine eppure terribilmente spiazzanti.
Ecco che tutto riaffiora per mezzo di una forza motrice indistinta e avvolgente, ci impernia di quell’impotenza vicaria dello spettatore, ci grida nel profondo il lamento, il latrato straziante delle scelte più difficili, decisioni a cui abbiamo abbandonato collere altrettanto trasversali, mai nostre, ma così intimamente riconoscibili — deriva di un lutto atemporale.
Quando Ellie comincia il suo viaggio di vendetta ci sentiamo spietati, pieni di quello stesso spirito guerriero che anima la sua determinazione furibonda. E ci sentiamo così anche nel vederla compiere atti efferati da far impallidire i personaggi di Vikings, vacillando appena grazie alla sospensione dell’incredulità che si estende a sospensione della moralità.
Ma quando tutto finisce, tutto smette di tacere.
Il silenzio torna a rivendicare sentimenti persi nell’agitatissimo piano sequenze, nel ritmo convulso dei colpi impazzanti, nei solchi vividi di quel sangue che ha tinto battaglie e promesse infrante — promesse che non potevano essere più mantenute. Ci riscopriamo, dopo The Last of Us Parte II, capaci di una malinconia dimenticata, forse mai saputa. Riscopriamo quella vulnerabilità naturalissima, ontologicamente umana, verosimilmente ineffabile e, al tempo stesso, nostra a priori. Sovvengono tutte le iridescenze come ridestate dalla congiura del silenzio: che ogni cosa gli sfugga, al silenzio è bandito anche il più semplice dolore.
Cosa dire di Tlou2 se non questo? Cosa raccontarci se non quell’inganno di emozioni che sapevamo lontane e consumate, lontane perché consumate, e poi tornate inesplose, fulgide, piene di ricordi mai vissuti?
Ci si sente, insomma, come in un giorno di pioggia.
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