Le Repubbliche Marinare non esistono!
Ciò che abbiamo più o meno tutti imparato alla scuola dell’obbligo è che le Repubbliche Marinare, vale a dire Amalfi, Pisa, Genova e…
Le Repubbliche Marinare non esistono!
Ciò che abbiamo più o meno tutti imparato alla scuola dell’obbligo è che le Repubbliche Marinare, vale a dire Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, sono 4 città che grazie alla fioritura dei commerci marittimi si avvicendano sul Mediterraneo, una dopo l’altra, scambiandosi di ruolo con il proseguire del tempo. Amalfi viene sconfitta da Pisa, a sua volta battuta da Genova, essa stessa dominata da Venezia, che poi cadrà solo con l’avvento di Napoleone.
Se avessimo l’opportunità di chiedere a un uomo del 1100: “Quali sono le Repubbliche Marinare?” questo ci scruterebbe perplesso, nonostante egli viva in un periodo in cui queste Repubbliche dovrebbero essere sulla bocca di tutti per il ruolo che i loro vascelli giocano sulle acque che bagnano la Penisola.
Quando parliamo di Repubbliche Marinare non stiamo parlando di “Medioevo”, ma di “Medievalismo”, vale a dire di quell’insieme di rappresentazioni del Medioevo create a posteriori rispetto alla stessa epoca medievale.
Dove nasce, quindi, il paragrafo sul libro di Storia delle medie, dedicato alle 4 città portuali italiane nel Medioevo? Una prima traccia emerge nell’opera di Jean-Charles-Leonard Simond de Sismondi, Histoire des republiques italiennes du Moyen Age, pubblicata a Zurigo tra il 1807 e il 1809. Dal ginevrino traiamo con ogni probabilità il nome ‘repubbliche’, visto che la sua Histoire ha lo scopo di rivisitare la storia medievale delle città italiane alla ricerca di esempi virtuosi di libertà politica per l’epoca coeva all’autore. Le republiques maritime ricoprono un ruolo di secondo piano nella trattazione di Sismondi, acquisendo un carattere negativo in un altro testo, l’Historie de la renaissance de la liberté en Italie, del 1832, dove Genova e Venezia sono accusate di aver rivolto troppe forze verso il Levante, giostrandosi nella politica italiana puntando a loro personali mire e non a disegni di stampo nazionale.

Jean-Charles-Leonard Simond de Sismondi
Per quanto riguarda la feconda storiografia risorgimentale, le Repubbliche Marinare non trovano riscontro: esse non sembrano fornire modelli utili o eroi condivisi. Cesare Balbo e Carlo Cattaneo parleranno di Genova, Venezia e Pisa, senza però ricorrere alla formula già nota. Il primo evidenzierà in Storia d’Italia del 1830 le loro rivalità e i loro conflitti, rimarcando la funzione disgregante che queste avevano nella narrazione storica, mentre il secondo, nel 1858 citerà qualcuna delle loro vicende nel Mediterraneo, nell’Egeo e nel Mar Nero.
Parallelamente, in Francia, la lezione del Sismondi viene recuperata e entra a far parte della coscienza storica francese: le républiques maritime Venezia, Genova e Pisa (si noti l’assenza di Amalfi) diventano parte di un concetto chiarificatore per comprendere le dinamiche della storia medievale italiana, sempre con una marcata accezione anti-risorgimentale: ancora una volta le Repubbliche fanno i loro interessi sui mari, senza lasciarsi coinvolgere dalle lotte “nazionali” per la libertà.
Fino all’Unità d’Italia, pertanto, la storia delle città marittime è ritenuta disgregante ed essa si ripiega nelle varie tradizioni locali e municipali, senza che si cerchi tra di loro una vera e propria linea comune
Con l’Unità, le deputazioni di Storia Patria che vengono impiantate in ogni regione hanno come scopo l’indagine di ciò che è stato a favore della costruzione del grande edificio nazionale e, come in una vera e propria casa, il primo obbiettivo è calmierare i conflitti: occorre rimodellare la storiografia e la memoria collettiva per appianare differenze e ostilità. In questo contesto si inserisce un grande gesto simbolico: la restituzione nel 1861 delle catene del porto di Pisa da parte di Genova, che le aveva tenute come trofeo dal 1290. Lo spirito municipale pareva ricomporsi dopo la frammentazione che aveva subito sulle onde del Mediterraneo.
Per ancora una cinquantina d’anni, però, questa ritrovata pace e concordia non trova riscontro nella storiografia: fioriscono ancora una volta esempi di storiografia locale o di atteggiamenti distanti rispetto a un’idea comune delle Repubbliche Marinare.
Questa idea comune viene per la prima volta proposta all’interno dell’educazione scolastica nazionale. Fra gli argomenti previsti per il corso liceale del 1860, istituito l’anno precedente dalla legge Casati, spicca la trattazione delle “cagioni del rapido risorgimento del commercio marittimo italiano — Amalfi — Venezia — Genova — Ancona — Pisa — Assodamento della grande potenza navale italiana” nel primo anno, mentre nel secondo si discuteranno le “conseguenze delle lotte di preponderanza tra Pisa, Genova e Venezia” e lo “stato interiore delle tre maggiori repubbliche marittime italiane”. Nel 1867, in corrispondenza del rinnovo dei programmi, leggiamo che nell’epoca VI della periodizzazione proposta per le classi liceali: “in seno alle repubbliche marittime ed ai comuni sorge quella operosità che inaugurò la città novella.”
Questi rimandi passarono presto in secondo piano, ma una nuova prospettiva sulla storia delle Repubbliche Marinare si fece strada mediante l’opera di Camillo Manfroni docente nell’Accademia navale di Livorno, intento a scrivere una storia marittima interamente italiana, che superasse gli atteggiamenti che fino ad allora avevano portato alla compilazione di opere dedicate soltanto alle singole marine dei singoli stati pre-unitari.
Nella sua opera egli pone l’accento sul periodo delle crociate, quando le repubbliche erano animate “dalla fede e dall’entusiasmo religioso”, accompagnati da “un desiderio di intenso guadagno e un’intuizione degl’immensi vantaggi” che avrebbero seguito l’impresa. Trattandosi di una storia dove la parte tecnica gioca un ruolo importante, per la prima volta l’ago della bilancia si sposta dal nome “Repubbliche” all’aggettivo “Marinare”, elevando la moderna Regia Marina come degna erede di una lunga tradizione.
Nel frattempo Umberto Moretti fu incaricato proprio dalla Marina di aggiornare gli studi municipali sulla città di Amalfi, presentando un volume dal significativo titolo: La prima repubblica marinara d’Italia. Il testo riempiva quello che si percepiva essere un vuoto lasciato dalla storia di Manfroni, dedicandosi poi a sfatare il mito dell’invenzione della bussola nautica da parte di Flavio Gioia, cittadino amalfitano, in corrispondenza di una serie di eventi di grossa portata che, nell’immaginato seicentenario dell’invenzione nel 1902, avrebbero dovuto celebrare la questione. Moretti trovò un equilibrio fra l’accuratezza storica e il sentimento pubblico, sostenendo che quella della città campana era stata l’ultima riscoperta della bussola nautica. Amalfi trovava finalmente luogo fra le tre grandi sorelle, Pisa, Genova e Venezia.
Nel frattempo, sulla sporta di nuovi studi tedeschi sui commerci marittimi, prontamente tradotti in italiano, il dibattito storico attorno alle repubbliche marinare si arricchì di una visione che si fece via, via sempre più imperialista: le repubbliche venivano esaltate in quanto colonizzatrici, eredi di Roma nell’espansionismo nel Mediterraneo, diventando così faro per l’Italia liberale delle conquiste d’Oltremare.
Fra i libri di scuola si riaffermò il primato della storia italiana, “più gloriosa di quella d’ogni altro popolo della terra per la sua grande e benefica influenza sull’incivilimento dell’umanità.” All’interno di questo spazio mentale si aggiunse anche l’epopea dell’emigrazione: le Repubbliche Marinare diventavano “maestre dei governi contemporanei” nel “assicurare agli emigranti una situazione sotto ogni rispetto vantaggiosa e sicura” mediante la colonizzazione, per utilizzare le parole di Achille Loria, docente di Economia Politica all’Università di Torino.
Su questa ribollente narrazione il Fascismo trovò terreno fertile: le Repubbliche Marinare come istituzioni colonizzatrici emersero nella loro gloria e forza, facendo risaltare gli elementi di comunione rispetto a quelli che le separavano. Il ritrovato significato delle Repubbliche fu definitivamente fissato dal nuovo stemma della Regia Marina, che accorpava i quattro simboli araldici delle Repubbliche. Repubbliche erette a simbolo di un Impero. La lezione Sismondiana era oramai dimenticata a favore di una gloriosa talassocrazia. Una linea ideale univa, citando Carli, “Roma cesarea, repubbliche marinare, Papato e Risorgimento Italiano” alla “Rivoluzione Fascista”.
Ancora una volta Amalfi divenne il centro dell’attenzione nel 1934, quando una serie di manifestazioni di stampo nazionale, con la partecipazione di Achille Starace e significativi atti pubblici, fissando definitivamente il suo ruolo fra le Repubbliche.
La giovane Italia repubblicana si trovò quindi un’eredità pesante sulle spalle, parlando delle Repubbliche, e scelse di epurarla ufficializzando uno stemma che il caos della guerra non era riuscito a far sedimentare e tentando di restituire al pubblico non più la gloria teleologica, ma la storia delle città.
Marcantonio Bragadin, ammiraglio, saggista e sceneggiatore rielaborò per la prima volta il tema delle Repubbliche Marinare in una sua opera del 1951, le Repubbliche italiane sul mare, seguendo il solco tracciato decenni prima da Manfroni e agli occhi del grande pubblico risaltarono nuovamente le gloriose imprese, ripulite della retorica fascista.
La definitiva defascistizzazione arrivò tramite la penna di Arsenio Frugoni nel 1958, che con il suo Le Repubbliche Marinare ricollocò le quattro città in un Mediterraneo mutevole, ciascuna dotata della sua peculiare storia politica e istituzionale, recuperando i toni e i temi di libertà politica evocati in passato dal Sismondi.
Armando Lodolini, direttore dell’Archivio di Stato di Roma, nel 1963 con Le Repubbliche del Mare, rivisitò la tradizione teleologica che aveva accompagnato questo tema fino al fascismo, stavolta però riempendolo di un contenuto differente: la lotta fra cristianesimo e islam. Le ora 10 città marinare (si erano aggiunte Gaeta, Napoli, Ragusa, Otranto, Ancona e perfino Malta!) avevano sì le loro storie particolari, ma queste erano ridotte a una, nel solco dei conflitti con l’Oriente.
Assieme a teorizzazioni e erudizioni, le Repubbliche Marinare del dopoguerra si dipinsero dei colori del folklore, con feste popolari e tradizioni inventate che già facevano la loro comparsa in epoca fascista, allo scopo di promuovere commercio e turismo. Alla fine degli anni ’40, Mirro Chiaverini propose l’istituzione di un ente che riunisse le quattro tradizionali Repubbliche. L’Ente Regata fu creato nel 1955 e nel 1956 la prima “Regata storica delle repubbliche marinare” si tenne a Pisa. Il passato di sanguinoso conflitto, divergenze e lotte intestine venne riassunto in una manifestazione sportiva che, per gioco, riuscì a far emergere quel sentimento di coesione tanto anelato dall’epoca dell’Unità d’Italia.
Le “Repubbliche Marinare”, pertanto, non esistono, vale a dire sono qualcosa che dall’Ottocento in avanti, ci siamo inventati per aiutarci a leggere la storia medievale italiana in modo da ottenerne un’utilità per il nostro presente. Oggi, a dirla tutta non sapendo cosa farcene, le abbiamo racchiuse in quelle poche righe dei libri di scuola media e superiore che, una volta giunti all’università vengono, durante i corsi di Storia Medievale, a loro volta riassunte con il sorriso di chi ascolta, ancora una volta, una barzelletta divertente, ma dal sapore un po’ amaro.
Quanto avete letto (ad esclusione dell’ultimo paragrafo, che è tutta farina mia personale) è frutto del riassunto di “Le Repubbliche Marinare: archeologia di un’idea”, testo che potete trovare in “*Medievalismi Italiani (XIX-XXI sec.)*”, a cura di Tommaso di Carpegna-Falconieri e Riccardo Facchini, di cui potete trovare il link in descrizione.
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- 2026-07-26 21:01:39