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Michael Bible, L’ultima cosa bella sulla faccia della terra

Variante tragica sul romanzo di formazione

Claudio Kulesko · 2025-05-02 15:08 · 0 claps · 4.3 min read
#letteratura-americana #in-traduzione #adelphi #michael-bible
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Michael Bible, L’ultima cosa bella sulla faccia della terra

Variante tragica sul romanzo di formazione

Che razza di scrittore sia Michael Bible lo si capisce in una manciata di capitoli. Un incipit che ci proietta con naturalezza ad Harmony, nella provincia americana del profondo sud: un paesello fatto di gente normale, onesta, devota (la North Carolina dalla quale l’autore stesso proviene), nella quale un gruppo di vecchietti si radura al ristorante per mangiare un boccone al volo e rievocare vecchi ricordi.

Eravamo innocenti. Convinti di essere speciali. Sbronzi tutti i weekend al centro commerciale. Il mondo era nelle nostre mani. Non ci importava del tempo. L’amore era una cosa scontata. La morte aveva paura di noi. Adesso abbiamo il grigio sulla barba. Il cielo è un livido viola. Il centro commerciale è morto. Siamo i vecchi che avevamo giurato di non diventare mai.

Stavolta, però, l’evocazione del passato finisce per canalizzare un demone, uno spettro che infesta l’inconscio collettivo della cittadina. Si tratta di Iggy, ex-amico del periodo delle medie, finito nel braccio della morte per aver causato l’incendio di una chiesa, costato la vita a venticinque persone.

Bible compone, è il caso di dire, un romanzo breve che è stato definito polifonico o corale, ma che sarebbe meglio inquadrare come la testimonianza di una vita: una raccolta di frammenti di varia natura che, messi assieme, restituiscono al lettore un caleidoscopio prospettico. A tenere assieme il tutto è un piglio narrativo deciso, privo di esistazioni, capace di far sembrare del tutto naturali i vari cambi di focus e di registro — in certi passaggi al limite del delirante. Merito anche di uno stile solido, robusto, tipicamente e calorosamente americano.

L’armamentario messo in campo da Bible, infatti, rimanda sia alla fiction sperimentale — alla letteratura outsider, a quella trasgressiva (Cooper per intenderci) e a quella esistenziale (Beckett su tutti) e speculativa — sia ai classici del romanzo contemporaneo statunitense. Lo sguardo di Roth, puntato sul lato oscuro della vita quotidiana. L’affilato occhio critico di Joyce Carol Oates. Il duro realismo magico di Shirley Jackson. L’epica borgesiana di Auster. L’adolescenza di provincia messa in scena da King, con i suoi fugaci attimi di splendore e gli oscuri abissi di orrore.

La gente non faceva altro che lavorare ed andare in chiesa. Io restavo sveglio in piena notte a pregare che scoppiasse la guerra nucleare. Poi mi resi cono che nessuno avrebbe mai sganciato una bomba su Harmony. Non succedeva mai niente. Non cambiava mai niente.

Un’elevata densità simbolica e immaginifica, accompagnata da uno stile crudo e incisivo e, al tempo stesso, curato al dettaglio (nonché da un notevole lavoro di traduzione e curatela). A differenza di quanto accade nell’impianto narrativo, la lingua di Bible si tiene costantemente a debita distanza dalla letteratura contemporanea, andando a costruire una propria dimensione privata, intima, nella quale la parola trattiene un proprio senso segreto e, tuttavia, unitario. Siamo nei pressi di Kafka, là dove ogni parola appartiene all’autore, ancor prima che al lettore. Vi è un’aura di nostalgica sacralità che avvolge il testo, in ogni sua componente, come se ci si stesse addentrando all’interno di un ricordo altrui.

D’altra parte, pochi contemporanei sono in grado di cesellare scene con pari abilità e sensibilità. La stessa natura frammentaria del testo si fa forte di capitoli che sembrano voler sfidare il lettore a uscire dalla sua zona di confort. Ecco che nella lettera d’addio di Iggy, a pochi minuti dalla sua esecuzione, il ragazzo trasfigura se stesso in Nabucodonosor, mitico eroe e combattente in una Guerra Civile immaginaria: portatore di morte e distruzione, figura tragica destinata a perdere tutto e tutti e a morire sul patibolo. Ecco la vicenda di un’anziana insegnate sudista e cristiana ortodossa, tra i pochissimi sopravvissuti all’incendio della chiesa. Ed ecco Faber, bibliotecario goth e assiduo frequentatore di forum online, che si ritrova di colpo investito dalle schegge impazzite propagate in ogni direzione dalla morte di Iggy.

In ballo, per tutto il tempo, vi è la radura nella quale l’Essere rivela il proprio senso e la propria destinazione. Il racconto di una vita che non è “esemplare” in senso classico, etico, quanto nella sua inossidabile universalità. Obiettivo finale di Iggy/Nabucodonosor è far sì che tutti, nessuno escluso, ascoltino ciò che ha da dire e, subito dopo, “rendere legale l’amore”. Vuole dare fuoco al mondo. Cospargersi di benzina come un monaco in una piazza affollata. Il fuoco, qui, è metafora di una verità che arde più del reale — più nitida e più luminosa del reale stesso. Qui sta il mestiere di chi scrive. Responsabilità che si incarna, nel romanzo, nell’impellente necessità di Iggy di esprimere fino in fondo la Costante: l’assurdità di una condizione umana ontologicamente segnata dal fallimento.

Non mi ha sorpreso imbattermi nel seguente passaggio, leggendo un’intervista concessa da Bible a James Jacob Hatfield per la sua newsletter “Gemini Session”:

Penso alla scrittura come a un modo per commiserarsi assieme al lettore di fronte all’assurdità della vita, non come a una vetrina per esibire la propria virtuosità. Che mi piaccia o meno una frase che ho scritto è irrilevante. Oggi molta scrittura è narcisismo abietto mascherato da narrativa. L’arte dovrebbe essere una deviazione dal sé verso l’altro. Il mio pensiero va sempre a un lettore immaginario che un giorno potrebbe trovare i miei libri in un momento di bisogno. La mia responsabilità è verso di lui, non verso il mio desiderio che il mio lavoro piaccia o verso il falso richiamo del successo.

E ancora, in risposta all’ultima domanda:

La maggior parte della sofferenza degli americani deriva dal fatto che le persone sono convinte che la strada per la salvezza passi per l’ottimizzazione personale. Se non si è costantemente impegnati a rendere la propria vita più efficiente e “di successo”, si viene considerati dei fallimenti morali. È una sciocchezza. Forse sono all’antica, ma sono cresciuto credendo che scrivere fosse un atto di fallimento costante e di sacrificio, fatto per il bene di un lettore che ne ha bisogno, non una parata di aneddoti autocelebrativi o di compiacimento intellettuale. Non sorprende che gli scrittori siano stati trascinati a diventare imprenditori letterari, quando in realtà dovrebbero comportarsi più come monaci.


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