L’arte di perdere: una poesia
L’arte di perdere non è difficile da padroneggiare; tante cose sembrano fatte apposta per andare perdute, così la loro perdita non è una…
L’arte di perdere: una poesia

Un’arte
L’arte di perdere non è difficile da padroneggiare; tante cose sembrano fatte apposta per andare perdute, così la loro perdita non è una catastrofe.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento delle chiavi smarrite, dell’ora mal spesa. L’arte di perdere non è difficile da padroneggiare.
Esercitati poi a perdere più lontano, più in fretta: luoghi, e nomi, e mete dove avresti dovuto arrivare. Nessuna di queste perdite sarà una catastrofe.
Ho perso l’orologio di mia madre. E ho visto andarsene l’ultima, o quasi, di tre case amate. L’arte di perdere non è difficile da padroneggiare.
Ho perso due città, bellissime. E, più vasto ancora, certi regni che possedevo, due fiumi, un continente. Mi mancano, ma non è stata una catastrofe.
— Anche perderti (la voce scherzosa, un gesto che amo) non ho mentito. È evidente che l’arte di perdere non è poi così difficile da padroneggiare — anche se può sembrare (Scrivilo!) una catastrofe.
By Elizabeth Bishop — American poet and short-story writer (1911–1979)
Note di traduzione. Qualche scelta che merita una giustificazione esplicita:
“disaster” → “catastrofe” e non disastro: perché in italiano disastro si è logorato nell’uso quotidiano e ha perduto il peso tragico che il termine inglese conserva meglio. Catastrofe mantiene la sonorità grave e la distanza quasi tecnica che Bishop vuole, prima come rassicurazione, poi come ironia, infine come confessione.
“master” → “padroneggiare” e non dominare: per restare vicini alla metafora dell’arte che si apprende, si pratica, si perfeziona, quasi una disciplina artigianale. Un’eco, forse, di quella manualità tipografica che sa quanto conta la parola giusta nel posto giusto.
“the joking voice, a gesture / I love”, la parentesi è lasciata intatta nella sua sintassi ellittica, senza scioglierla: la sua reticenza è parte del significato. Aprirla sarebbe tradire Bishop due volte.
“Write it!” → “Scrivilo!” un imperativo nudo, senza attenuazioni. L’ordine che la poeta dà a se stessa, e che ogni scrittore conosce: quando il dolore blocca la mano, la voce interna che dice vai avanti, termina il verso.
La poesia è una delle più celebrate del Novecento americano, pubblicata nel 1976 nella raccolta Geography III. È scritta in forma di villanella, una forma fissa di origine rinascimentale, probabilmente italiana o provenzale, che Bishop padroneggia con un’eleganza quasi crudele.
La villanella impone rigidità: diciannove versi, due rime ricorrenti, due ritornelli che si ripetono in modo alternato. Bishop sceglie questa gabbia metrica per parlare di perdita e qui sta il primo paradosso: la forma che trattiene usata per dire ciò che sfugge. La costrizione formale mima il tentativo disperato di controllare il dolore attraverso la ragione e la parola.
Il verso-ritornello “The art of losing isn’t hard to master”si presenta come sentenza quasi proverbiale, quasi stoica. Ma ad ogni ripetizione cambia peso: all’inizio sembra quasi un consiglio pratico; alla fine, spezzato dall’inciso (Write it!), si rivela una bugia detta a se stessa, un’impostura che la poesia stessa smonta.
L’esclamazione (Write it!) è di una brutalità rara in poesia. La voce poetica si dà un ordine, si costringe a terminare il verso come aveva promesso come se la scrittura fosse l’unica forma di sopravvivenza disponibile. Un gesto che risuona con la mia “nulla dies sine linea”.
Bishop costruisce una climax ascendente delle perdite:
- chiavi smarrite, un’ora mal spesa (perdite banali)
- luoghi, nomi, mete di viaggio (perdite della memoria)
- l’orologio della madre, tre case (perdite affettive e materiali)
- due città, due fiumi, un continente (perdite geografiche e storiche — forse il Brasile, dove visse a lungo)
- “you” — la persona amata (la perdita indicibile)
Ogni gradino prepara il successivo, come se la ragione cercasse di addestrare il cuore alla perdita attraverso esercizi progressivi. Ma il cuore non si addestra. Il finale: il crollo controllato
“ — Even losing you… I shan’t have lied.”
La lunga parentesi “the joking voice, a gesture / I love” è tra le cose più commoventi della lirica novecentesca. Bishop non nomina chi ha perso. Non serve. Quella parentesi è un gesto di tenerezza trattenuta, quasi pudica, che dice tutto senza dirlo.
E poi la correzione finale: “the art of losing’s not too hard to master” non più “isn’t hard”, ma “not too hard”: una sfumatura minima che è un abisso. La maschera si incrina, ma non cade del tutto. Resta dignitosamente in piedi. La poesia è stata scritta dopo la morte di Alice Methfessel, la compagna di Bishop.
In ogni caso, One Art nasce da una perdita reale e urgente, e il lavoro formale di Bishop è, come spesso accade nei grandi poeti, un modo di trasformare il lutto in architettura. Una poesia, in sintesi, che sa che la scrittura non guarisce nulla, ma la pratica ugualmente. “Scribo ergo sum”, anche quando si scrive di ciò che non c’è più.
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