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Game over

Sto camminando sul lungo mare. Il vento di novembre mi sferza il viso. Infilo le mani nelle tasche del cappotto alla ricerca delle chiavi…

Matilde · 2026-04-23 00:40 · 0 claps · 7.1 min read
#suspence #sogno #psicologico
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Game over

Sto camminando sul lungo mare. Il vento di novembre mi sferza il viso. Infilo le mani nelle tasche del cappotto alla ricerca delle chiavi dell’auto. Frugo ma trovo solo due vecchie caramelle di zucchero; ripeto l’operazione ma delle chiavi nessuna traccia. Passo alle tasche dei jeans — non le posso aver messe qua, me ne sarei accorto — e infatti ho ragione: le chiavi non ci sono. Devo averle fatte cadere qua nei paraggi. Inizio a ripercorrere i miei passi, cammino piano, studiando ogni fuga tra le piastrelle del selciato. Trovo un calzino logoro, dal colore indecifrabile, taglia da bambino. Trovo anche un paio di occhiali da sole dalla montatura argentata, manca una lente. E’ incredibile quante cose si trovino quando si cerca tutt’altro.

E se qualcuno le avesse trovate? Magari le ha lasciate al bar qui vicino. Sono troppo distratto, prima o poi finirò per dimenticarmi pure come mi chiamo. Me lo ripeto in testa per non dimenticarlo.

Arrivo al bar ma dall’esterno capisco che è chiuso, le luci sono spente, persino i tavolini che prima invadevano il marciapiede sono spariti. Il locale ha l’aria di essere chiuso da anni, eppure ci sono passato di fronte appena mezz’ora fa e brulicava di persone.

Rimetto le mani in tasca sperando in un miracolo, ma le chiavi inaspettatamente non sono ricomparse. Mi siedo e mi levo le scarpe, devo tentarle tutte ma le chiavi non sono neppure lì.

Ricomincio il mio percorso a ritroso: arriverò fino alla macchina e se non dovessi ritrovarle chiamerò mia moglie per portarmi quelle di scorta.

Il cielo ormai si è fatto buio, illumino il terreno con la torcia del cellulare. Mi circonda un silenzio innaturale. Non è solo il silenzio della sera, pare quasi che i rumori abbiano perso d’intensità tutto d’un tratto. Guardandomi in giro noto solo gabbiani e piccioni, non c’è anima viva. Controllo l’orologio che ho al polso e con stupore costato che sono già le otto di sera. Mia moglie si starà chiedendo che fine abbia fatto, dovrei chiamarla. Ricerco il numero in rubrica e faccio partire la chiamata. Dopo due squilli sento la sua voce calda.

“Edoardo, dove sei finito? Sei uscito alle cinque dicendo che avresti fatto una passeggiata di un’ora. Tutto bene?”

“Si tutto bene non preoccuparti, sono ancora qui sul lungo mare. Ho perso la cognizione del tempo”

“Va bene non importa, basta che torni per cena”

“In realtà avrei da chiederti un favore: non è che potresti portarmi le chiavi di scorta dell’auto? Credo di averle perse”

Un silenzio materico si interpone tra di noi. Percepisco che qualcosa non va.

“Ma quali chiavi? Hai chiesto a qualcuno in prestito un’auto?”

“No Marti, le chiavi della mia auto”

Sento che dall’altra parte mia moglie non sa che rispondere, eppure è una domanda così semplice.

“Edoardo sicuro di stare bene? Se mi aspetti un momento arrivo a prenderti”

“Sto benissimo, perché pensi che non sia così? Le avrò perse qua nei dintorni, non sono impazzito”

“Stai tranquillo, aspettami lì che vengo a prenderti. A dopo”

La chiamata è chiusa e io mi chiedo — Sto bene? Non é che Martina ha ragione e ho qualcosa che non va? — mi siedo su una panchina vicino alla strada e aspetto. Mi guardo in giro e cerco di scorgere la mia auto, l’ho parcheggiata nel posteggio qui di fronte. Mi alzo e mi avvicino, da lontano non la riconosco.

Finalmente la vedo, provo a guardare nelle vicinanze alla ricerca delle chiavi. Alzo lo sguardo e noto che però sul cruscotto della macchina è esposto un disco orario. Che strano penso, non ricordo affatto di averlo messo e a guardar bene indica le 12. Forse mi son sbagliato e questa non è la mia auto. Controllo la targa e corrisponde, è la mia auto. Provo tuttavia una strana sensazione, come una goccia di acqua gelata che mi rotolasse lungo la spina dorsale. È per forza la mia auto eppure non è lei. Appoggiata sui sedili posteriori noto una borsa blu con grossi fiori gialli, una tracolla. Mi ricorda una vecchia borsa di mia madre.

Per un momento perdo l’equilibrio e mi siedo sul muretto che circonda il parcheggio. Una forte nausea mi attanaglia lo stomaco. Dove sono? Sto sognando? Forse è una di quelle volte in cui rimango bloccato in un sogno e non riesco a svegliarmi. Quando mi capita salgo su un’altura e mi butto, come in un videogioco, game over e mi sveglio di soprassalto. Eppure mi pare tutto così reale: le mie mani gelate per il freddo, la nausea, il rumore del mare. Non devo però farmi ingannare, la storia dell’auto non mi torna. Che qualcuno abbia trovato le mie chiavi e mi abbia fatto un brutto scherzo? Per ora mi aggrappo a questa ipotesi mentre aspetto mia moglie. Da lei capirò se si tratta di un sogno o è la realtà.

La vedo arrivare su una bicicletta blu, nel cestino la sua solita borsa. Sorrido e mi rendo conto che il mio cuore ha ripreso il suo ritmo abituale.

“Edo tutto bene? Ti ho portato un panino magari hai fame” mi guarda come fossi un cucciolo smarrito.

“Grazie Marti ma stai tranquilla sto bene. Hai portato le chiavi?”

Abbassa lo guardo ma poi torna a guardarmi.

“Edo ma tu non hai una macchina, non hai nemmeno la patente”

Scoppio a ridere, ricordo precisamente il giorno del test di guida.

“Dai Marti non prendermi in giro. Sono stanco, torniamo a casa”

“Edo non sto scherzando, tu non hai una macchina e non l’hai mai avuta. Quale sarebbe? Fammela vedere”

Mi sento allucinato, frastornato. Come quando ci si risveglia da un pisolino con la febbre a 40℃.

“Hai ragione, mi sarò confuso. Scusami sono un po’ stanco” La assecondo ma non credo per un solo secondo a ciò che dice. So perfettamente di saper guidare e di aver comprato con i miei risparmi un’auto che uso ogni giorno per andare a lavoro da tre anni a questa parte. Forse questo è davvero un sogno.

“Dai torniamo a casa, ci dormirai su e domani ne riparleremo con tranquillità” Annuisco in silenzio, devo trovare una risposta prima di domani o potrei impazzire. Andrò a casa con lei ma devo tornare qua.

Ci incamminiamo, lei accompagna la bicicletta, io addento il panino. Mi racconta del lavoro, dei colleghi, delle nuove pubblicazioni che sta seguendo alla casa editrice. La sua voce mi giunge alle orecchie come se parlasse in una stanza dalle pareti di ovatta. Sfrego le mani tra di loro per sentire la mia presenza, ricordarmi che sono qui, calmarmi.

Arrivati a casa sono ormai passate le dieci ed entrambi ci infiliamo il pigiama pronti per andare a letto. Con la coda dell’occhio ho controllato il cassetto dove tengo le chiavi di scorta ma non noto nulla di strano. Con la scusa di dover usare il bagno mi attardo e di nascosto riesco ad aprire il cassetto. Rimango sorpreso ma al tempo stesso mi pare di tornare alla realtà: vedo il paio di chiavi che stavo cercando senza neppure cercarle. Un’ondata di terrore mi assale: se le chiavi ci sono, perché mia moglie mi ha fatto credere che addirittura non avessi neppure la patente? Eppure non mi pareva uno scherzo, era estremamente seria, quasi preoccupata. Ripongo le chiavi in un barattolo così da conoscerne solamente io il nascondiglio.

Tornato nel letto mi irrigidisco pensando alla presenza di mia moglie nel letto. Non mi era mai successo prima, in dieci anni di matrimonio, tuttavia mi pareva di vivere la vita di un altro. Ero sempre io, forse in un universo alternativo, universo nel quale non avevo un’auto e neppure la patente. E persino mia moglie mi appariva come una sosia, una donna che le somigliava molto ma non era realmente lei. Non chiuderò occhio finché non verrò a capo di questa situazione.

Guardo la sveglia: segna le tre di notte. Non ho dormito un solo minuto, aspettavo solo il momento propizio per uscire senza farmi sentire. Esco dal letto e a passi leggeri mi dirigo verso il bagno. Faccio pipì e indosso i vestiti della sera precedente. Scendo al piano di sotto, mi infilo un giaccone e recupero le chiavi dal barattolo. Apro la porta d’ingresso con una lentezza snervante ma non posso permettermi di essere scoperto. Fuori un vento freddo e umido mi gela il viso.

Salgo sulla bicicletta e pedalo fino al parcheggio dove in precedenza avevo visto quell’auto così simile alla mia. Il cuore mi batte all’impazzata, un po’ per lo sforzo, un po’ per la paura: se dovessi sbagliarmi? Ma sono sicuro: queste sono le chiavi di quell’auto, la mia auto.

Arrivo al parcheggio e l’auto è ancora lì. Mi avvicino e la osservo nuovamente, sempre lo stesso disco orario, sempre la stessa borsa. Nulla sembra essere cambiato. Tiro fuori dalla tasca le chiavi e le infilo nella serratura sulla maniglia. Sento un click e la portiera si sblocca. Cazzo avevo ragione, è proprio la mia auto. Mi siedo al posto del guidatore, tiro la cintura e la allaccio. La sensazione di essere in una realtà diversa però non se ne va. Infilo la chiave e provo ad avviare il motore. La macchina però si spegne subito. Mi accorgo di non aver schiacciato i pedali, per forza di cose non parte. Sto per mettere i piedi sui pedali ma mi blocco: che pedali devo premere? Forse quello tutto a sinistra è la frizione. Provo a schiacciarne un altro ma mi accorgo che qualcosa non va, non ho tolto il freno a mano. Che stupido, son proprio stanco. Riprovo per una terza volta e la macchina si accende. Ora però qual è il pedale del freno? L’auto comincia a muoversi in avanti, verso il lungomare. Premo istintivamente un pedale ma presto mi accorgo non essere il freno. L’auto fa come un balzo in avanti e in un momento il mare, che appariva così lontano e nebbioso, mi si para davanti. Urlo come urla una bestia che venga portata al macello. Il mio ultimo pensiero è mia moglie. Forse aveva ragione o forse questo è un sogno e finalmente mi sveglierò. Game over.

L’ultimo ricordo che ho è il mare, la scogliera, l’auto che supera la ringhiera. Sono morto, sarò finito annegato. Eppure sto pensando quindi forse ciò non è avvenuto. Vedo solo buio.

Spalanco gli occhi e prendo fiato, mi pare di essere risalito da chilometri di profondità dalla mia coscienza. Luci al neon mi abbagliano: vedo mia moglie come fosse un’apparizione. Finalmente mi sono svegliato dal sogno. Vorrei sorridere e abbracciarla, raccontarle questo sogno assurdo. Piange. Come mai? Che è successo? Forse allora sono morto davvero?

Sul lato della stanza noto una grande finestra chiusa, senza maniglia. Vicino a me un altro letto sul quale un giovane ragazzo è intento a pettinarsi i capelli con estrema precisione. Li arrotola sulle dita e poi li strappa. Ma che fa? Aiutatelo! Eppure pare che nessuno mi senta.

Un uomo anziano con un camice bianco entra nella stanza, parla con mia moglie lanciandomi qualche sguardo di dolore. Ma riesco a sentirlo.

Il mio cuore pare rallentarsi, quasi fermarsi.

Provo ad alzare il braccio destro ma qualcosa oppone esistenza, con la coda dell’occhio lo vedo: uno spesso bracciale di cuoio mi tiene legato al letto.

Che forse non mi sia ancora svegliato?


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