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Skyrim co’ Giuseppe Tonetto. Capitolo 34. Gira tutto intorno la grotta.

L’artiglio dorato, il manufatto d’oro massiccio rubato a Lucan Valerius nel suo emporio di Riverwood, che c’ha fatto na coccia così a tutti…

Giuseppetonetto · 2026-04-10 13:33 · 0 claps · 3.8 min read
#sven #tumulo #medium-ita #skyrim #fanfiction
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Skyrim co’ Giuseppe Tonetto. Capitolo 34. Gira tutto intorno la grotta.

L’artiglio dorato, il manufatto d’oro massiccio rubato a Lucan Valerius nel suo emporio di Riverwood, che c’ha fatto na coccia così a tutti co sto artiglio di qua artiglio di là, e da noi quindi recuperato in questo accidenti di Tumulo polveroso e maledetto, covo di non morti con e senza cartilagini, dopo averlo trovato addosso a n’elfo scuro che era stato rapito da un ragno gigante; ebbene questo artiglio dorato ha dei simboli inequivocabili sul suo palmo: per l’appunto un orso, n’insetto che vola, e un gufo. E in questo esatto ordine, non nell’ordine in cui appaiono sulla ruota che ci troviamo di fronte, l’ennesimo enigma di questo tumulo.

Muovo la sezione più in alto, la più grande. L’anello si sposta facilmente e l’insetto alato che appariva nel mezzo lascia il posto al gufo. Se, muovendolo di nuovo, adesso appare l’animale che mi aspetto che appaia, vuol dire che questo meccanismo segue la stessa logica delle colonnine.

E’ quello che fa.

Ed io mai sono stato così contento di vedere un orso come stavolta, a ducento metri sotto terra, e co lo sfiaro di sbrocco di questo qui dietro che ha sbroccato dieci munti fa, e che si è avvicinato pe guardà perchè non ci vede na mazza peggio di me.

Messe le varie sezioni nell’ordine giusto, infilo le unghie del nostro artiglio nei tre buchi che ci sono al centro della ruota. Un meccanismo scatta e tira a sè l’artiglio, le varie sezioni si ridispongono e si allineano con precisione tutte sotto il segno del gufo. Quindi la ruota, faticosamente, inizia ad abbassarsi, fa un rumore ed una vibrazione che mi ricordano l’attacco del drago ad Helgen. Tanto che penso: “Mo qua sto coso si rompe”, e tiro via dall’incastro l’artiglio prima che sia troppo tardi. Il meccanismo non frena la sua lenta andatura e la ruota scompare sottoterra, svelando, davanti a noi, una nuova grotta, ma molto più grande rispetto a tutte quelle che abbiamo incontrato finora, attraversata per il largo da uno stretto corso d’acqua, e soffusa di una luce bluastra.

Io e Svennone sfoderiamo le armi all’unisono.

Avanziamo nello spazio. Spavaldi: io verso destra, lui dalla parte opposta. La luce si fa più chiara. Inciampo su una pietra e il rumore fa volare via dei volatili. Se ci sono loro, qui vicino c’è anche un’uscita.

Improvvisamente, sento Sven esclamare:

  • Per i nove!

Mi giro verso di lui, e lo vedo che indica verso un punto.

Raggiungo, allora, il bardo.

Da lì vedo che indica una struttura in pietra levigata, in fondo alla grotta, come una sorta di gigantesca seggiola, con tre cascate che le precipitano intorno. Sullo schienale chiaro di questa sediolina per bambini giganti, un’altra misteriosissima immagine, che non riesco a codificare. Forse una maschera. Mi avvicino per vedere meglio. Le cascate fanno eco di spettri, o forse ho solo fame. Mi avvicino ancora. La vista mi si annebbia. Sento un coro di voci maschili. Mi fermo. Ma è troppo tardi. Qualcosa di quel posto mi ha catturato. Una nube nera mi avvolge. Mi vortica intorno. Sento Sven urlare, ma è come se lo facesse da un’altra stanza. Non riesco a muovermi. Ho le gambe inchiodate a terra. Mi sforzo allora di aprire gli occhi ed è così che, immediatamente, la mia vista incontra un insieme di segni bianchi, come fatti di luce, sempre incisi sullo schienale della sediolina di pietra, ma sotto l’immagine della maschera, o quello che è.

Sono attratto da quei segni, anche se non capisco cosa significhino, sembrerebbero messi a caso. Eppure c’è qualcosa in me che mi tiene agganciato. Io so che quello è, in qualche modo, un messaggio, e che è per me. I cori maschili che sento si fanno più potenti, incalzanti. Sono assordanti, adesso. Eppure non ho paura. Riesco nuovamente a muovere le gambe. Mi avvicino ancora, mi metto di fronte ai segni luminosi incisi sulla pietra. La luce, a quel punto, è come se si staccasse dalle incisioni ed iniziasse a pervadere me. Mi sento, piano piano che assorbo quell’energia, sempre più come fortificato, pompato di energia di luce, quasi quasi pure mezzo sazio.

E poi, di colpo, tutto finisce.

Mi sento come quando da bambini si gira si gira si gira e poi ti gira tutto intorno la stanza.

Una chiazza verde diventa Sven. Ha di nuovo l’espressione che ha quando si trova davanti ad un qualche evento magico. Io mo non vorrei dì che invece mi ci so abituato, ma vivendo certe esperienze sulla mia persona, devo darmi comunque un tono.

Sven procede a piccoli passi verso una panca lunga di pietra posta all’interno del sedione per giganti, anch’esso, come detto, di pietra.

Continua a fissarmi, e sembra non riuscire più a sbattere gli occhi. Cerca con la mano un appiglio al suo fianco e lo trova nella panca, sopra la quale si adagia seduto.

Incrocia le gambe e si mette con le mani tra le coscie, come per scaldarsi. Mi avvicino a lui per tranquillizzarlo. Dopo un paio di passi, però, mi blocco, scosso da una specie di esplosione. E’ proprio la panca su cui è seduto Sven, che panca non è. Il biondo viene catapultato cinque metri più in là contro una parete e atterra malamente. La panca è una tomba. Da essa esce un draugr grosso come tre di quelli con cui abbiamo combattuto finora. Come gli ultimi tre giustiziati da Sven, ad esempio.

Il mostro getta un urlo-scaracchio che fa eco per tutta la grotta, tra il rutto di un professionista ed il verso di qualche uccello notturno. Mi lancia uno sguardo di odio dagli occhi luminescenti glacialmente profondi.

Guardo Sven dietro il gigante. Il bardo ha perso i sensi per il colpo, e giace a terra tutto storto con la testa abbandonata su una gamba distesa, mentre l’altra è innaturalmente piegata contro la parete dietro, probabilmente con qualche disarticolazione grave.


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