Manfrine #24
“Da quanti anni non ascolto più i National?” La domanda mi prende per il colletto quando sono ormai sul ciglio del burrone della penultima…
Manfrine #24
“Da quanti anni non ascolto più i National?” La domanda mi prende per il colletto quando sono ormai sul ciglio del burrone della penultima domenica di agosto, in procinto di precipitare in un altro lunedì di pendolarismo. Domani le strade saranno molto meno vuote, i treni un po’ più pieni, le città smetteranno di essere quello che non sono e torneranno a essere un po’ più insostenibili. Oggi siamo ancora in mano con la pala a tentare di scavare un asintoto tra la domenica e il lunedì di ritorno dalle ferie degli altri, che è ancora più traumantico del proprio ritorno che in fondo quello si digerisce; gli altri, invece, l’inferno, ecc. E se non riesco a scavare un asintoto con i lunedì, se mi guardo indietro e mi lascio sorprendere dalle domande inopportune a cui non ho nessuna voglia di rispondere, mi rendo conto che in questi dieci anni qualche ascolto sporadico ci sarà anche stato, dei National, qualche loro canzone si sarà anche adagiata sulle palpebre chiuse sotto al sole di maggio, di fronte al mare aperto di giugno, in mezzo ai platani di giugno, come se la marea trasportasse a riva oggetti di un’antica civiltà. Ma ascoltarli assiduamente, pedissequamente, sorreggendo i loro dischi come oggetti salvifici, necessari alla mia dieta cerebrale e alla mia salute emotiva, è un processo che a un certo punto si è interrotto, e non si è ripristinato. E se guardo in fondo all’asintoto tra la vita ascoltando i National e la vita senza ascoltarli, ci vedo galleggiare impigliata tra le ninfee un’altra domanda, “avresti mai pensato che sarebbero esistite vite senza ascoltarli?”. Agosto ci si sta spegnendo tra le mani come uno zampirone ribaltato via dai temporali e mentre siamo mezzi svegli in questo finto impero ci rendiamo conto che vivere senza National è come vivere senza un braccio, un dito, una mano, è tecnicamente possibile, accade, accadrà ancora, ma rimane una specie di “arto fantasma”, la memoria di una parte di noi che sembrava crescere con la stessa facilità di un potos in un ufficio disidratato: avremmo mai pensato di liberarci di quella vita passata tra un concerto e l’altro, in luglio, e poi in agosto tra una vacanza in tenda e il guidare il più possibile per risparmiare il più possibile? Me lo chiedo quando provo a insegnare a scomparire dietro a un fazzoletto a tua figlia, mentre penso a quale canzone farò ascoltare per la prima volta a tua figlia, quando mi faccio spiegare da tua figlia il concetto di vuoto prima del Big Bang, mentre insomma guardo i figli degli altri che continuano a nascere mentre noi senza figli invecchiamo non sempre con dignità, e ogni figlio è un inevitabile e per nulla doloroso asintoto che spunta come fossati tra la vita prima di loro e la vita dopo di loro. Dici che leggi sul divano mentre allatti queste manfrine quotidiane, ti sembra che sia sempre in giro (e invece giro soltanto su me stesso, ma non importa), e arrivi a pensare che una certa forma di giovinezza che pensavi fosse eterna invece si sia interrotta stavolta per davvero. “Un pezzo di vita è finito in modo definitivo e irrecuperabile” e il punto non è nemmeno tanto se sia vera questa sentenza (lo è), se sia o meno dolorosa (non lo è), il punto è che questo asintoto che ci si apre sotto i piedi riguarda non soltanto chi ha figli ma anche chi non li ha.
E prima di sentirmi dire “ma no, tu non puoi capire, tu te ne vai ancora in giro a caso in agosto per concerti”, mi affanno silenziosamente a spiegare che quella sensazione di chiusura irrevocabile di una certa giovinezza è compiuta anche qui, che figli dalle gote morbide come pesche non ne abbiamo fatti, ma è come se fossimo tutti dentro a una specie di tendone di una festa dell’Unità, dentro cui viviamo sbagliamo agiamo, dentro cui filtra il sole e la pioggia, dentro cui il tempo avanza, ma le pareti di questo tendone ingialliscono, si degradano, a ogni bivio irrevocabile della vita tua mia loro le pareti si consumano, aprendo squarci nei tessuti, varchi dentro cui piove dentro, vedi il panorama, senti tirare vento, e il tendone si sfalda, finisce a brandelli. Quel periodo finisce anche per te, e ti lascia a dormire a cielo aperto senza un riparo, senza nessuna parete attorno, in un prato infinito senza recinti in cui i vostri figli imparano a camminare a gattoni e noi che non siamo più giovani ci mettiamo a gattoni a inseguirli, a rotolarci nell’erba, a smettere di ascoltare gli album che ci avevano fatto credere che non saremmo cresciuti mai, a camminare scalzi nei parchi dove i loro figli imparano a camminare in un futuro irrevocabile in cui accade l’impensabile: che avremmo avuto paura sempre più degli atterraggi degli aerei, dei ritorni dalle ferie degli altri, di salutarci ai binari della stazione, di passare un giorno o agosto intero senza vederci, di perderci la prima giornata di campionato, di pensare che tutto conti un po’ più di quanto pensiamo.
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