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La memoria selettiva del fascismo: tra mito, consenso e silenzi

Come spiegato in articolo precedente, la storiografia rivela che nel 1861 l’Italia si era appena unificata. Era un paese giovane, fragile…

Luiz Valério P. Trindade · 2026-03-02 06:01 · 0 claps · 5.9 min read
#fascismo #fascism #mussolini #italy #second-world-war
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La memoria selettiva del fascismo: tra mito, consenso e silenzi

Come spiegato in articolo precedente, la storiografia rivela che nel 1861 l’Italia si era appena unificata. Era un paese giovane, fragile nelle sue istituzioni e diviso da forti squilibri regionali tra nord e sud. Inoltre, si trovava anche davante sfide come povertà diffusa, analfabetismo, il difficile sforzo di costruire una lingua nazionale comune al posto dei numerosi dialetti e una massiccia emigrazione verso Argentina, Brasile, Stati Uniti e Australia.

In questo contesto sociale ed economico sfavorevole, meno di sessant’anni dopo, nel 1919 nacquero i Fasci di combattimento e nel 1922 la marcia su Roma che portò Benito Mussolini al potere.

In questo scenario, si può dire che il fascismo non fu soltanto un regime politico, ma un fenomeno sociale e culturale che plasmò la vita quotidiana degli italiani per oltre vent’anni. E a proposito, il termine fascismo prende origine dai fasci littori dell’antica Roma, ossia un insieme di verghe legate attorno a un’ascia, portato dai littori come simbolo di autorità e potere. E Mussolini recuperò questo emblema per evocare forza, disciplina e unità, trasformandolo nel segno distintivo del suo movimento politico.

Detto questo, analogamente a quanto accade in Germania con l’ascesa del nazismo dopo la crisi della Repubblica di Weimar, il fascismo seppe sfruttare paure e insicurezze per imporre la propria ideologia. Come ha osservato Alessandro Portelli, “la memoria non è mai soltanto ricordo, ma sempre anche interpretazione del passato alla luce del presente”. Un’affermazione che aiuta a capire come il fascismo abbia potuto radicarsi in una società disorientata e come, dopo la guerra, la sua memoria sia stata rielaborata in forme selettive e rassicuranti.

Dopo il 1945, la giovane Repubblica italiana si trovò di fronte a una sfida cruciale che sarebbe: come ricordare quel passato scomodo? Oppure, che cosa fare con quella macchia nella storia del Paese? La scelta fu quella di enfatizzare la Resistenza come mito fondativo, presentando il popolo italiano come vittima del regime e protagonista della liberazione. Per cui Claudio Pavone nel suo libro **Una guerra civile**, ha mostrato la complessità di quel periodo, dove la Resistenza fu al tempo stesso guerra patriottica, guerra di classe e guerra civile.

Ma nel discorso pubblico, questa complessità venne semplificata in un racconto eroico, capace di fornire alla Repubblica una base morale e politica. Questa narrazione luminosa lasciava però in ombra la dimensione del consenso. Perciò Renzo De Felice sostiene che il fascismo non fu solo imposizione dall’alto, ma anche partecipazione dal basso.

Infatti, si sà molto bene che milioni di italiani aderirono alle organizzazioni del regime, dalle adunate alle colonie estive, dalle scuole alle cerimonie pubbliche e ignorare questa realtà significava ridurre il fascismo a un incidente, cancellando la responsabilità collettiva.

Così, il cosiddetto mito degli “italiani brava gente”, come spiegato per Angelo Del Boca, contribuì a rafforzare questa autoassoluzione. Secondo tale narrazione, gli italiani sarebbero stati per natura benigni, incapaci di crudeltà sistematica. Ma la realtà storica racconta altro, visto che le leggi razziali del 1938, la pubblicazione del giornale La Difesa della Razza e la stretta collaborazione con la Germania nazista dimostrano il coinvolgimento diretto dello Stato italiano nella promozione e divulgazione del razzismo e dell’antisemitismo.

In questa circostanza, le leggi razziali segnarono una frattura profonda nella società italiana. Il motivo è che non si trattò solo di norme giuridiche, ma di un progetto culturale che mirava a ridefinire chi fosse “degno” di appartenere alla comunità nazionale.

In aggiunta, La Difesa della Razza, rivista fondata nel 1938, fu il principale strumento di propaganda razzista, poiché portava articoli pseudoscientifici, immagini e slogan che costruivano un immaginario che normalizzava l’antisemitismo e il razzismo contro persone non bianche.

Questo dispositivo culturale non solo giustificava le leggi, ma “educava” la popolazione a considerare l’esclusione come qualcosa di naturale. In questo senso, si può dire che anticipava dinamiche che oggi ritroviamo nei social media, dove i discorsi d’odio e stereotipi si diffondono con la stessa rapidità e pervasività.

Per tale ragione, la continuità tra propaganda fascista e comunicazione digitale contemporanea non sta soltanto nei contenuti, ma pure nei meccanismi di diffusione e normalizzazione dell’odio.

È rilevante spiegare anche che la costruzione della memoria collettiva assunse forme diversi nei paesi europei. La Francia, ad esempio, poteva dire di essere stata invasa e occupata, e dunque costruire un mito nazionale centrato sulla Resistenza e sulla liberazione.

La Germania, al contrario, doveva confrontarsi con la propria colpa poiché il nazismo fu riconosciuto come responsabilità diretta, e la società tedesca intraprese un lungo processo di Vergangenheitsbewältigung (elaborazione del passato), fatto di condanna esplicita, processi giudiziari e memoriali dedicati alle vittime.

L’Italia, invece, ha scelto una via più ambigua. Pur avendo partecipato attivamente al fascismo e alle sue politiche, preferì raccontarsi come vittima del nazismo. La narrazione dominante fu quella di un popolo “ingannato” da Mussolini e trascinato contro la propria volontà in un’alleanza con Hitler.

In questo modo, la responsabilità collettiva venne attenuata e sostituita da un mito autoassolutorio, cioè gli italiani non colpevoli, ma vittime di un destino imposto dall’esterno. Questa differenza è cruciale giacché mentre la Germania ha costruito la propria identità democratica sulla condanna del nazismo, l’Italia ha preferito enfatizzare la Resistenza e minimizzare il consenso al fascismo.

Il risultato è una memoria selettiva che ha permesso di evitare un confronto diretto con le ombre del passato, ma che ha pure lasciato aperti spazi per la rimozione e per la persistenza di miti rassicuranti.

Un esempio emblematico di questa memoria selettiva è la nota canzone **Bella Ciao**. Oggi è considerata l’inno universale della Resistenza, ma in realtà non fu molto cantata dai partigiani durante la guerra e la sua popolarità esplose solo negli anni ’60.

Però, in Italia, Bella Ciao è stata adottata come simbolo della liberazione, rafforzando l’immagine di un popolo resistente e vittima. Eppure, il messaggio della canzone sembra adattarsi meglio al contesto francese, dove la Resistenza fu davvero una lotta contro un invasore esterno.

Anziché, in Italia, la Resistenza fu anche una guerra civile, contro un regime che aveva avuto consenso di massa. Per questo, Bella Ciao ha assunto un valore più universale che strettamente nazionale. Ossia, un canto che racconta la lotta contro l’oppressione, ma che in Italia è stato usato per semplificare una realtà più ambigua.

Dunque, questo esempio mostra bene come i simboli culturali possano contribuire a costruire un’immagine rassicurante del passato, anche quando la realtà storica è più complessa.

Infatti, la memoria selettiva del fascismo ha avuto conseguenze profonde poiché ha permesso agli italiani di identificarsi con l’eroismo dei partigiani, evitando un confronto critico con il consenso al regime e con le responsabilità coloniali. Ha alimentato un’immagine di popolo umano e tollerante, ma al prezzo di silenzi e rimozioni.

In questo senso, Giovanni De Luna ha sottolineato come la memoria pubblica del fascismo sia stata costruita attraverso rituali civici, celebrazioni e monumenti, che hanno consolidato un’immagine rassicurante del popolo italiano.

Alessandro Portelli, invece, ha mostrato come la memoria orale e le narrazioni popolari abbiano spesso rielaborato il fascismo e la Resistenza in chiave locale e familiare, producendo racconti che oscillano tra eroismo e rimozione.

Inoltre, Antonio Scurati, nei suoi romanzi-documento dedicati al fascismo, ha riportato questo passato al centro del dibattito culturale contemporaneo. La sua scrittura, che intreccia documenti storici e narrazione letteraria, sottolinea la necessità di confrontarsi con il consenso di massa e con le responsabilità collettive, evitando la tentazione di ridurre il fascismo a un episodio marginale o a una dittatura calata dall’alto.

In aggiunta a questi riflessioni, un altro esempio recente della memoria selettiva si è visto nel discorso di fine anno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha celebrato le conquiste simboliche della democrazia italiana (dal diritto di voto femminile del 1946 fino agli ottant’anni della Repubblica) senza però fare qualsiasi menzione al fascismo oppure al colonialismo.

Questo silenzio istituzionale seletivo rischia di indebolire la coscienza critica delle nuove generazioni, che vedono soltanto l’immagine di un’Italia grandiosa e vincente, senza percepire il prezzo pagato per arrivare fin qui.

Così, riconoscere il fascismo e colonialismo come parte integrante della storia repubblicana non significa sminuire le conquiste democratiche, ma rafforzarle. Significa mostrare che la libertà non è un dono naturale, ma una conquista fragile, che può essere messa in discussione se non si impara dalle cadute del passato.

In questo senso, mentre la Germania ha costruito la propria identità democratica sulla condanna esplicita del nazismo, l’Italia, invece, ha preferito enfatizzare la Resistenza e minimizzare il consenso al fascismo. È proprio questa differenza che rende urgente un ripensamento, però non per colpevolizzare, ma per responsabilizzare.

Pertanto, solo una memoria che tenga insieme luci e ombre può diventare un vero strumento di educazione civica. Così, ricordare il fascismo e colonialismo non è un esercizio di nostalgia o di condanna sterile, ma un modo per rafforzare la democrazia, per insegnare che i diritti conquistati possono essere persi, e che la vigilanza collettiva è l’unico antidoto contro il ritorno di forme di autoritarismo. In questo senso, la memoria non è soltanto un dovere verso il passato, ma un impegno verso il futuro.


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